Giornalismo costruttivo: atto di responsabilità civile nella narrazione del carcere
Vi siete mai chiesti in quali parole ci imbattiamo quando si parla di carcere? Provo a dirvelo io che del tema mi sono a lungo occupata.
Come in un copione già scritto e riscritto, il tono sarà emergenziale, i titoli altisonanti e tra i vocaboli più ricorrenti troveremo immancabilmente suicidio, sovraffollamento, evasione, rivolta.
Certo, è innegabile l’emergenza in cui versa il sistema penitenziario e i numeri parlano chiaro, ma se il giornalismo è anche uno strumento per capire e porsi domande, fermarsi alla cronaca nera vuol dire polarizzare l’informazione e rinunciare a una parte altrettanto importante della realtà.
Risale a ottobre scorso la notizia, pubblicata su il POST, del carcere di Bolzano che per primo in Italia ha aperto una pagina Instagram per raccontare anche le cose positive che accadono all’interno delle sue mura. Un esperimento, si legge, ma che permette di affrontare i problemi da più angolazioni, senza per questo sminuirli. Se la galera soffre di sovraffollamento, quali modelli alternativi stanno funzionando altrove? Se il tasso di recidiva è alto e preoccupante, quali percorsi di formazione e lavoro possono ridurlo? Se la detenzione è sinonimo di isolamento e marginalità, quali esperienze di reinserimento creano ricongiungimenti sani con la società?
Come il giornalismo costruttivo aiuta la narrazione del carcere
Ed ecco che arriva in soccorso il giornalismo costruttivo, rammentandoci che il carcere è parte del tessuto sociale e che non possiamo né dobbiamo far finta che non esista. Un ampio numero delle persone detenute tornerà libero: in che condizioni vogliamo che rientri in società per il bene proprio e per la tutela della sicurezza collettiva?
Raccontare le esperienze di lavoro dietro le sbarre, i laboratori teatrali, i percorsi di studio universitario non è buonismo o retorica, è spostare il focus dalla punizione alla presa di coscienza e alla rieducazione come obiettivo della pena, esattamente secondo quanto previsto dall’Art. 27 della nostra Costituzione.
Il giornalismo costruttivo non assolve, non giustifica, non condanna: si mette “semplicemente” in ascolto e cambia il linguaggio. Un reato resta un reato, ma per narrare un tema tanto complesso serve dar voce anche alle soluzioni e alle opportunità. Senza queste, del resto, possiamo davvero credere di vedere ricuciti gli strappi esistenziali di chi ha sbagliato e confidare in una maggiore sicurezza comune?
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