Con la filantropia basata sulla fiducia, Gĕnĕras Foundation sostiene progetti educativi continuativi per le scuole italiane. La fondatrice Michela Calvelli ci racconta di una rivoluzione silenziosa che mira a sostenere scuole, famiglie e insegnanti.
Quando Michela Calvelli, Chief Executive Officer di Gĕnĕras Foundation, inizia a raccontare il lavoro della sua fondazione, la voce le trema. Non è emozione da palcoscenico, non è uno slancio costruito. È qualcosa di più autentico, più intimo. È il punto in cui visione e vita personale si incontrano senza filtri. «L’educazione è tutto. È sempre lì che si origina ogni cosa: i problemi individuali, i disagi sociali, i conflitti collettivi. Quando manca l’educazione profonda, quella che allena alla libertà interiore e alla cura delle relazioni, allora tutto il resto rischia di sgretolarsi.» Si ferma. Sorride, mentre gli occhi si fanno lucidi. Un sorriso pieno, carico di quella generosità che non si spiega a parole, ma che si avverte netta. La si sente sulla pelle.
Così, dieci anni fa, è nata la Gĕnĕras Foundation Onlus. Una fondazione familiare che ha scelto di scommettere sulla fiducia e sulla possibilità concreta di rinnovare l’educazione partendo dalle periferie invisibili del nostro sistema scolastico.
La scelta di non restare spettatori

Michela arriva dal mondo del non profit. Ha sostenuto progetti, incontrato operatori, osservato le contraddizioni di un settore che spesso rincorre la logica del progetto breve, della rendicontazione ossessiva, dell’efficienza a tutti i costi. «A un certo punto ho capito che molte delle fatiche che vedevamo in vari ambiti sociali avevano un’origine comune: un deficit educativo profondo, sistemico. Se non si lavora lì, tutto il resto è sempre riparazione» – afferma Michela. La fondazione familiare diventa così non solo uno strumento filantropico, ma una presa di responsabilità. Non una donazione occasionale, non un’erogazione impersonale, ma un luogo in cui progettare insieme ai beneficiari, nel tempo. «Volevamo fare qualcosa di diverso: accompagnare le persone nel loro lavoro educativo, non limitarci a scegliere chi fosse più bravo a scrivere un progetto».
Una crisi educativa che precede tutte le altre
Oggi, la crisi dell’educazione è dappertutto. La vediamo nelle disuguaglianze crescenti, nella fragilità emotiva di ragazzi e adulti, nella solitudine delle famiglie, nella fatica quotidiana di insegnanti demotivati e spesso abbandonati dal sistema. «L’educazione è diventata l’unico vero nodo strategico su cui investire, – spiega Michela – perché un Paese può avere piani industriali perfetti, ma se non ha persone libere, consapevoli, in grado di gestire se stesse e le proprie relazioni, resta un contenitore vuoto». Mentre i grandi piani nazionali rincorrono numeri e riforme formali, in Italia esiste un sottobosco poco visibile di scuole e progetti educativi che stanno sperimentando nuovi approcci. Reti scolastiche di avanguardia che reinventano il modo di stare in aula, associazioni che aiutano insegnanti e famiglie ad affrontare sfide complesse.
«Esiste una ricchezza educativa straordinaria, ma spesso non viene intercettata. Non ha visibilità, non ha strumenti per farsi conoscere. Noi vogliamo portare alla luce questi protagonisti, creare le condizioni perché possano crescere e contaminare il sistema.»
Il modello: la filantropia della fiducia
Per sostenere questa trasformazione, Gĕnĕras ha scelto di aderire a un modello che in Italia è ancora una frontiera sottile e poco esplorata: la filantropia basata sulla fiducia.
Tutto nasce dall’altra parte dell’oceano, a San Francisco, dove nel 2013 la Whitman Institute dà forma a un principio che inverte decenni di prassi filantropiche basate su controlli, bandi rigidi, vincoli amministrativi soffocanti. «Ci siamo resi conto che, pur semplificando i processi, serviva un altro modo di sostenerli. Un modo snello, trasparente, capace di lavorare sulla fiducia e non solo sul controllo. Volevamo creare le condizioni perché le realtà educative ci raccontassero di cosa avevano bisogno, e non dovessero sempre adattarsi a criteri esterni» racconta Michela.
Il principio che prende forma da quell’intuizione è dirompente nella sua semplicità: se vogliamo che chi lavora nel sociale possa davvero generare trasformazione, dobbiamo dargli il margine di muoversi con autonomia e continuità. Così il trust-based philanthropy rovescia il paradigma del controllo. Non più fondi assegnati sulla base di gare burocratiche, ma finanziamenti pluriennali, flessibili, non vincolati a progetti specifici, erogati in un contesto di fiducia reciproca e dialogo continuo.
Le organizzazioni non vengono più valutate esclusivamente sui numeri a consuntivo, ma sulla visione, sull’impatto trasformativo, sulla capacità reale di rispondere ai bisogni dei contesti in cui operano. «Ci siamo chiesti: come possiamo accompagnare chi educa, senza limitarci a selezionare chi risponde meglio a un bando? Come possiamo sostenere percorsi, non solo progetti a scadenza?» – racconta Michela.
Negli Stati Uniti, l’approccio ha preso forza proprio mentre la pandemia metteva a nudo le rigidità di tanti modelli filantropici tradizionali. La crisi ha dimostrato che, senza la capacità di adattarsi rapidamente, molti finanziamenti a progetto diventano inutilizzabili quando le condizioni cambiano. Il trust-based, al contrario, punta sulla capacità adattiva dei beneficiari: chi conosce il territorio è spesso in grado di trovare soluzioni efficaci, se messo nelle condizioni di poter decidere.
I risultati conseguiti dal trust-based
Oggi il modello ha raccolto dati significativi:
- Un’analisi su oltre 800 organizzazioni sostenute con fondi non vincolati ha mostrato che il 90% dei leader non profit ha visto crescere la propria stabilità finanziaria.
- Le spese operative sono aumentate in media del 50% in due anni (contro il 25% di organizzazioni tradizionalmente finanziate), permettendo investimenti strutturali su personale, nuovi servizi e sviluppo organizzativo.
- Molte realtà hanno potuto espandere programmi e attività che con i modelli a progetto non avrebbero potuto neppure avviare.
- L’85% dei fondi donati sono stati destinati a progetti con forti finalità di inclusione sociale, supporto alle fasce più fragili e allargamento dell’impatto territoriale.
Per molti leader non profit, questi finanziamenti sono diventati una forma di ossigeno organizzativo, una riserva che consente finalmente di pianificare il futuro senza vivere nell’ansia continua della prossima scadenza.
Il dibattito sul modello della filantropia basata sulla fiducia
Ma il modello non è esente da dibattito. Alcuni osservatori avvertono che questa fiducia così ampia possa, in alcuni casi, degenerare in assenza di strategia: senza obiettivi condivisi, il rischio di dispersione esiste.
Il Trust-Based Philanthropy Project stesso – il centro internazionale che oggi aggrega chi applica questi principi – lo chiarisce: la fiducia non può essere una scorciatoia per evitare il rigore. «Affidare non vuol dire disinteressarsi» sottolinea Michela che evidenzia come il 70% di chi viene sostenuto dalla sua fondazione con questo modello filantropico lo accoglie pienamente mentre il 30% è ancora sensibile a una logica del controllo. Serve un dialogo continuo, una coerenza valoriale forte, un processo costante di ascolto reciproco. Non si tratta di dare e dimenticare, ma di accompagnare.
C’è anche il timore, soprattutto tra i donatori tradizionali, del cosiddetto cliff funding: cosa accade quando i fondi si esauriscono? Le realtà sostenute saranno in grado di reggere l’urto? Ma finora le evidenze mostrano che la maggior parte delle organizzazioni coinvolte riesce gradualmente a diversificare le proprie entrate e a consolidare le proprie basi nel tempo. «In Italia, questo modello è ancora poco diffuso. Mancava un come fare. Così abbiamo costruito il nostro» – aggiunge Michela che evidenzia come Gĕnĕras sia diventata un piccolo laboratorio pratico di questa visione. Fidarsi sì, quindi, ma farlo costruendo processi, strumenti e alleanze capaci di sostenere chi educa, non solo di finanziarlo.
Edunauta: il viaggio educativo
La risposta concreta di Gĕnĕras prende forma nel progetto Edunauta che oggi rappresenta molto più di una semplice piattaforma digitale.
«Il nome nasce dalla fusione tra educazione e astronauta. Ogni bambino, ogni educatore, ogni genitore è un viaggiatore del possibile. Noi vogliamo aiutarli a costruire le loro rotte, a scoprire nuove costellazioni del sapere e a non sentirsi mai soli in questo viaggio» – torna l’emozione nello sguardo di Michela mentre racconta questo progetto nato nel 2020.
Attraverso Edunauta, la fondazione ha sostenuto in 5 anni 87 progetti, raggiunto 60mila persone, mappato oltre 2500 scuole e servizi educativi su tutto il territorio italiano. Le realtà coinvolte arrivano da reti pedagogiche differenti: scuole steineriane, montessoriane, istituti sperimentali delle Avanguardie Educative. Il 50-60% si concentra al Nord, il 30-40% al Centro, il 20% al Sud. «Esiste una geografia educativa diffusa, fatta di tante piccole isole di innovazione. Il nostro compito è renderle visibili e connesse.»

Edumappa: la bussola digitale per famiglie, scuole e comunità educanti
Il progetto Edunauta si completa con la grande mappa digitale Edumappa che raccoglie le scuole e i servizi educativi innovativi in Italia. In essa le famiglie, gli insegnanti e gli operatori del settore trovano oggi una vera bussola digitale per orientarsi nel panorama educativo. «Volevamo uno strumento che desse visibilità a scuole e organizzazioni che sperimentano approcci trasformativi, che mettono davvero la persona e la relazione al centro» – aggiunge Michela.
Su Edumappa sono mappati:
- scuole pubbliche e private innovative, che rinnovano didattica e relazione educativa;
- organizzazioni non profit attive nell’ambito dell’educazione;
- spazi educativi ibridi e comunità che lavorano per una scuola più umana e generativa.
Ogni realtà viene selezionata secondo criteri chiari e trasparenti. Per Michela e il suo team, l’educazione non cambia solo con l’innovazione tecnologica, ma con nuovi sguardi capaci di ascolto, fiducia e trasformazione. «Con Edumappa vogliamo sostenere questo cambiamento, una relazione educativa alla volta».
L’assessment: misurare ciò che conta davvero
L’iscrizione a Edumappa è il primo passo a cui segue l’opportunità di partecipare all’assessment, uno strumento gratuito di autovalutazione qualitativa, ideato appositamente per le organizzazioni educative italiane. Più che una semplice scheda di controllo, è un vero spazio di riflessione che accompagna le organizzazioni a interrogarsi sulla loro capacità trasformativa.
«Non ci interessa solo sapere quante attività fanno o quanti iscritti hanno. Vogliamo capire se stanno cambiando i contesti in cui operano. Se stanno lavorando sulla consapevolezza, sulla partecipazione, sulla costruzione di relazioni sane – sottolinea Michela Calvelli.
L’assessment consente di misurare la solidità organizzativa, valorizzare l’esperienza accumulata, mettere a fuoco l’impatto educativo generato, e contemporaneamente avviare un vero percorso di dialogo e crescita condivisa.
Questa metodologia nasce dall’esperienza maturata nelle prime due call della fondazione: Rotte Educative (2021-22) e Alleanza Educativa (2023-24), attraverso le quali sono state sostenute complessivamente le 87 realtà educative sul territorio nazionale. Ad oggi, ogni anno, vengono selezionate e sostenute circa 20 realtà educative, con un budget annuo che oscilla tra 150 e 200 mila euro.
Attraverso la compilazione periodica dell’assessment, le organizzazioni entrano così in un percorso di accompagnamento personalizzato che può includere, oltre al sostegno economico, anche opportunità di networking, formazione, crescita strategica e accesso a grant futuri. «L’assessment non è solo una valutazione, ma l’inizio di un processo di fiducia. È un modo per camminare insieme alle organizzazioni, per aiutarle a crescere in modo sostenibile, senza inseguire logiche burocratiche o finanziamenti spot».
I podcast e il blog: la cultura pedagogica come racconto
Accanto al lavoro diretto, Edunauta ha costruito anche uno spazio narrativo per alimentare la riflessione educativa continua. Nei podcast vengono raccolte storie e visioni: vengono condivise esperienze, metodologie, intuizioni che toccano il cuore dell’educazione e offrono nuove prospettive di senso. «Per noi i podcast sono uno spazio di riflessione viva. Le parole diventano ponti che collegano esperienze, visioni e sogni. Come accade nel podcast “Orizzonti educativi” dedicato ai genitori o in “Idee per Insegnare” rivolto a docenti ed educatori. – continua Michela. Nel blog di pedagogia trovano invece spazio articoli di riflessione, esperienze didattiche innovative, pratiche relazionali e narrazioni di scuola dal basso. Fra i temi affrontati:
- Educare con fiducia: come costruire una relazione educativa basata sull’ascolto
- La classe come comunità: pratiche di didattica cooperativa
- Scuola e territorio: percorsi condivisi tra comunità educante, scuola e famiglia
L’obiettivo è non rendere la pedagogia solo una teoria accademica, ma trasformarla in un’esperienza collettiva che parte dalla domanda su come avviene l’educazione per offrire, poi, soluzioni e punti di vista orientati al cambiamento.
Le storie che attivano il cambiamento
I progetti che Gĕnĕras accompagna non sono mai semplici iniziative scolastiche. Sono laboratori di futuro, spesso nati dal basso, in territori dove l’innovazione educativa non fa notizia ma cambia vite.
- Il teatro che trasforma le relazioni
In una scuola di Roma, un gruppo di ragazzi lavora a uno spettacolo teatrale che non è solo una rappresentazione. Attraverso il Metodo Teatrico, l’associazione Eleusis lavora con loro sulla comunicazione empatica, sull’ascolto, sulla gestione dei conflitti. «Il teatro diventa una palestra emotiva potentissima – racconta Michela con emozione – I ragazzi e le ragazze imparano a riconoscere le proprie emozioni, a comunicare con rispetto, a negoziare nei momenti di tensione. E questo cambia anche il clima in classe, migliora la motivazione allo studio, costruisce comunità». Progetti simili si sviluppano a Venezia, con Agita, ad Ancona con Teatro Giovani Teatro Pirata, ad Ascoli Piceno con Caleidoscopio, a Vercelli con La Bottega Teatrale APS, fino a Milano con Mirmica e Proxxima.
Sono luoghi in cui la scuola smette di essere solo trasmissione di contenuti e diventa luogo di apprendimento umano.
- La genitorialità che cresce insieme ai figli
«Non esiste la scuola giusta in assoluto. Esiste la scuola giusta per ogni bambino o ragazzo, in quel momento del suo percorso». Michela ripete spesso questa frase durante l’intervista. Ed è alla radice anche del lavoro fatto per accompagnare i genitori. A Milano, l’associazione Mitades lavora con le famiglie sulla comunicazione non violenta, sull’ascolto attivo, sulla negoziazione relazionale. A Napoli, AllenaMenti Non Violente aiuta i genitori a superare la logica del controllo per costruire relazioni educative basate su fiducia e rispetto reciproco. «Spesso i genitori si sentono soli, disorientati di fronte ai figli adolescenti. Questi percorsi li aiutano a non sentirsi inadeguati, a ritrovare la possibilità di accompagnare senza schiacciare». A Torino lavora EduCare, a Reggio Emilia il Centro Esserci, a Sesto San Giovanni la Fondazione Passo dopo Passo. Luoghi dove anche gli adulti tornano ad apprendere, a mettersi in discussione, a crescere insieme ai propri figli.
- Ragazze nelle STEM: abbattere il divario culturale
In un’aula di Lucca, un gruppo di ragazze lavora a un progetto di robotica applicata. È uno dei percorsi di Woman to Be, associazione che lavora per avvicinare le giovani donne alle discipline STEM, superando stereotipi di genere ancora profondamente radicati. «Non basta dire alle ragazze che possono fare tutto. Serve offrire esperienze concrete in cui scoprire che possono davvero farlo – sottolinea Calvelli. Progetti simili prendono forma anche a Palermo, con ARCI Le Giuggiole, e a Pomezia, con We Make Lad.
Percorsi che non sono solo alfabetizzazione tecnica, ma costruzione di fiducia e autonomia.
I limiti del cambiamento culturale
Il lavoro di Gĕnĕras, però, non è privo di ostacoli. «I progetti spesso si scontrano con la diffidenza iniziale di presidi, insegnanti, genitori – racconta Michela – A volte vanno adattati, accompagnati passo dopo passo. Il cambiamento educativo è lento, richiede pazienza. Gli insegnanti, che spesso formati sul piano teorico, faticano però a sostenere processi trasformativi continui. La scuola oggi è piena di cultura ma povera di motivazione. Molti insegnanti sono esausti, schiacciati dal peso burocratico, e hanno difficoltà a reggere la fatica del cambiamento». Molte piccole realtà, inoltre, faticano a comunicare il proprio valore e a intercettare finanziamenti, proprio per mancanza di competenze organizzative e comunicative.
La fiducia come investimento profondo
Michela lo sa bene: lavorare sulla fiducia richiede tempo, pazienza e disponibilità a stare nel processo. «Il nostro non è un modello replicabile ovunque. Ma in questo momento storico, se vogliamo davvero costruire un sistema educativo resiliente e umano, dobbiamo tornare ad allenarci alla fiducia reciproca». Perché un modello come quello di Gĕnĕras possa essere adottato più ampiamente, occorrono alcune condizioni precise.
Anzitutto, serve un cambio profondo nella cultura filantropica: abbandonare la logica del bando competitivo e del controllo numerico, per scegliere un approccio di corresponsabilità fondato su dialogo continuo e ascolto reciproco. È necessario, poi, rafforzare le competenze organizzative delle realtà educative, accompagnandole nella costruzione di capacità gestionali e strategiche che garantiscano autonomia e continuità nel tempo. Allo stesso modo, i finanziatori devono saper trasformare il proprio ruolo: non più semplici erogatori di fondi, ma veri partner di accompagnamento, capaci di affiancare le organizzazioni lungo tutto il percorso di crescita. Servono strumenti di valutazione qualitativa in grado di misurare il cambiamento relazionale e trasformativo, andando oltre i soli indicatori quantitativi. E infine, serve tempo: la trasformazione educativa richiede pazienza, stabilità e la disponibilità ad investire su orizzonti pluriennali.
In un’Italia ancora intrappolata nella logica del controllo, la filantropia trust-based rappresenta oggi forse l’unica vera infrastruttura invisibile capace di favorire una trasformazione educativa autentica. «Noi accompagniamo viaggiatori. Non decidiamo per loro la rotta. Ma ci mettiamo accanto, perché possano continuare a esplorare, a cercare, a costruire. In fondo — conclude Michela — educare è questo: aiutare ciascuno a trovare la propria orbita».
- Gentilezza sul lavoro e nella società: generare un impatto costruttivo - Novembre 13, 2025
- Linguaggio d’odio: le proposte di Unite Foundation - Ottobre 13, 2025
- Settembre e giornalismo costruttivo: le prossime storie scegliamole insieme - Settembre 4, 2025

