Salute mentale: una nuova guida dell’OMS
Il 9 ottobre l’Organizzazione mondiale della sanità ha pubblicato una guida pratica per aiutare i paesi a uscire dalla psichiatria istituzionale e costruire cure mentali radicate nel territorio.
La guida si chiama Supporting the transition to community-based mental health and social care si basa su una constatazione emersa sui tavoli internazionali: quasi la metà delle persone ricoverate negli ospedali psichiatrici nel mondo si trova lì contro la propria volontà. Per mesi, anni, talvolta decenni. Isolate dalla comunità, private delle proprie scelte e abitudini quotidiane anche più semplici. Nella guida si legge che il 28% di chi viene ricoverato rimane in ospedale per più di sei mesi. Il processo che l’OMS chiama deistituzionalizzazione riguarda ancora decine di milioni di persone nel mondo. Si tratta di aiutare queste persone a tornare a vivere nella propria comunità con il supporto necessario.
I numeri dicono che solo il 9% dei paesi ha completato questa transizione mentre il 53% è ancora in fase iniziale.
Il messaggio che emerge dalla guida va ben oltre l’aspetto tecnico e si concentra sul concetto che la deistituzionalizzazione non può essere gestita dagli ospedali da soli. Non basta dimettere le persone: servono case, lavoro, supporto sociale, accesso all’istruzione, reti familiari accompagnate, servizi di prossimità che intervengano prima che una crisi diventi un ricovero. È necessaria una riforma di sistema più ancora che sanitaria. Serve che le risorse vengano spostate dagli ospedali ai territori.
Grace Gatera, consulente indipendente e attivista con esperienza diretta, afferma un altro concetto importante. Questo cambiamento «deve essere fatto con le persone che sanno cosa significa passare attraverso la cura istituzionale. La loro competenza è essenziale per costruire servizi che supportino la scelta, la ripresa e la partecipazione alla vita comunitaria».
Chi subisce un sistema ha il diritto di contribuire a riformarlo.
In Italia
Nel 1978 la Legge 180, nota come Legge Basaglia, ha reso l’Italia il primo paese al mondo a sancire per legge la chiusura dei manicomi e a spostare la cura verso i servizi territoriali. Un atto rivoluzionario, studiato e citato in tutto il mondo. L’intuizione alla base era semplice ma radicale: la sofferenza mentale non si cura isolando le persone dalla comunità, si cura dentro di essa.
Quarantotto anni dopo, il problema è che in molti contesti le funzioni del vecchio manicomio si sono spostate altrove, senza che nessuno lo ammettesse. Sulle famiglie, che si trovano sole a gestire crisi acute senza strumenti né supporto. Sui pronto soccorso, che non sono pensati per la salute mentale ma diventano spesso l’unico punto di accesso disponibile. Sulle strutture residenziali, che in alcuni casi replicano, sotto altre spoglie, la logica del contenimento.
Peppe Dell’Acqua, psichiatra che ha lavorato con Basaglia a Trieste e oggi tra i più autorevoli interpreti della sua eredità, afferma che la territorialità della salute mentale non è fallita, ma richiede investimenti, risorse umane e organizzazione che in molte regioni italiane non ci sono.
Trieste è il caso più citato dall’OMS, dalle università, dai ricercatori internazionali come esempio di cosa può funzionare. Il sistema costruito lì negli anni dopo Basaglia comprende centri di salute mentale aperti tutto il giorno, assistenza domiciliare, strutture di “supported living” dove le persone mantengono autonomia e possibilità di scelta, intervento di prossimità prima che l’unica opzione disponibile diventi chiamare il 118. Pur non essendo un sistema perfetto riesce a proporre delle possibili strade.
La cura territoriale funziona davvero? L’esempio della Finlandia
Un esempio interessante arriva dalla Finlandia dove, alla fine degli anni Settanta erano garantiti 4,2 posti letto psichiatrici ogni mille abitanti. Oggi, si sono ridotti del 75%. Al loro posto ci sono centri di salute mentale ambulatoriali, assistenza domiciliare, servizi distribuiti a livello municipale. Nel 2017, il 4% dei finlandesi utilizzava servizi di salute mentale in regime ambulatoriale, parliamo di 191.895 persone, per 2,25 milioni di visite.
Uno studio su 341.000 persone con disturbi mentali seguite tra il 1981 e il 2003 durante la fase di deistituzionalizzazione rapida, mostra che la speranza di vita delle persone con disturbi mentali è aumentata più velocemente di quella della popolazione generale. Non ci sono stati aumenti nei senza tetto tra i pazienti dimessi e non è incrementata nemmeno la mortalità.
Se questo esempio ha un limite, è quello di concentrare molto l’attenzione sull’allocazione delle risorse e poco sulla pianificazione strategica. Si aggiunge che la Finlandia è un paese con un sistema sanitario sanitario universale, un welfare solido, una cultura dell’autonomia municipale radicata. L’Italia, invece, ha un sistema sanitario universale, un welfare frammentato, una cultura regionale forte. Le condizioni di partenza sono diverse, quindi, ma il principio resta lo stesso: la cura comunitaria funziona meglio di quella istituzionale quando viene davvero costruita, finanziata e abitata.
Tutto questo rende ancora più significativo quello che sta accadendo in Parlamento in questi giorni. Una proposta di legge sulla salute mentale (disegno di legge n. 1179, presentato il 27 giugno 2024) reintroduce il concetto di “pericolosità sociale” come aggettivazione del disturbo mentale. È uno dei fondamenti che la Legge 180 aveva esplicitamente smontato.
Queste le parole di Giovanna Del Giudice, psichiatra che ha lavorato con Basaglia a Trieste, presidente della Conferenza permanente per la salute mentale nel mondo Franco Basaglia: «il testo mina alla base i fondamenti della legge Basaglia, riaffermando quell’equivalenza tra malattia mentale e pericolosità sociale che venne superata dalla legge 180/1978».
La guida dell’OMS, il modello di Trieste, i dati finlandesi ci raccontano che la direzione da intraprendere è un’altra. La cura comunitaria funziona, produce risultati misurabili, rispetta la dignità delle persone.
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