Siamo gocce nell’oceano, ma pur sempre gocce
Non sono diventata giornalista perché volevo cambiare il mondo dell’informazione. E non mi è mai passato per la testa di poterlo fare, nemmeno quando ho rintracciato il giornalismo costruttivo e ne ho abbracciato i principi in modo totale. Quello che mi muove, da quando avevo 19 anni e ho iniziato la professione, è il desiderio di contribuire a rendere il mondo un posto migliore cominciando da quello che io posso fare.
Una goccia nell’oceano, ma pur sempre una goccia.
Sono convinta che questa sia la professione più bella del mondo e che meriti davvero una nuova possibilità. Quella, per esempio, di contribuire a rendere la nostra società più sana e maggiormente capace di prendere buone decisioni. Per poterlo fare, però, devono cambiare le domande che ci poniamo. Non possiamo continuare a chiederci come possiamo salvare il giornalismo. Primo perché temo che sarebbe un sogno irrealizzabile, con buona pace del nostro entusiasmo (e del nostro ego). In secondo luogo perché il punto non è quello. E per noi di News48 questo sta diventando sempre più chiaro da quando, lo scorso settembre, abbiamo iniziato un percorso internazionale sul tema dell’ascolto nell’informazione.
Stiamo concludendo, in queste settimane, le ultime fasi della Bridging News Fellowship del Solutions Journalism Network: per un anno 10 redazioni europee selezionate (tra cui la nostra) si sono confrontate, hanno fatto formazione, hanno dialogato per provare a capire come ascoltare la comunità. Come riconnettersi con le persone. Alcune delle riflessioni emerse hanno portato a nuove consapevolezze, per esempio quella che il pubblico di oggi è attivo: sceglie, filtra, si interroga, si allontana, risponde. Ma il giornalismo, inteso come settore professionale, sembra essere cieco nella scelta di procedere sulla sua strada come se nulla di tutto ciò fosse reale. Come se il compito dell’informazione fosse quello di decidere dove far volgere lo sguardo, produrre contenuti mirati e consegnare una storia alle persone.
È come se l’informazione continuasse a parlare a un pubblico che non è più lo stesso. A dimostrarlo è anche la domanda che più abita i convegni, gli incontri, i tavoli del bar frequentati da giornalisti e giornaliste: come possiamo salvare il giornalismo? Un quesito che ci rende miopi e ci impedisce di vedere all’orizzonte una domanda che, invece, stravolgerebbe tutto.
“Cosa cercano le persone dal giornalismo?”
L’informazione dovrebbe avere uno scopo ben preciso: aiutare a comprendere la realtà che viviamo, a districarsi nella complessità del mondo. Dovrebbe consentire alle persone di collocarsi nel proprio ambiente e permettere loro di interagire con esso in modo significativo. E ancora, il giornalismo dovrebbe favorire la costruzione di un pensiero critico e la formulazione di un’opinione. Elementi, questi, che conducono inesorabilmente a fare delle scelte, a compiere delle azioni coerenti con i bisogni e gli interessi delle comunità in cui viviamo. Qualcuno potrebbe riscontrare una certa retorica in queste parole, eppure se si osserva con onestà cosa sta accadendo nell’informazione italiana, ci si accorge di quanto il giornalismo di oggi sia lontano da questo sentiero.
Mentre noi siamo impegnati a cambiare format e piattaforme, le persone si allontanano, più o meno consapevolmente, andando a cercare chi ha sostituito le proprie esigenze editoriali con i bisogni della comunità. E dire che è tutto lì, sotto i nostri occhi.
Riconnettersi, la chiave è questa. Ricucire, o costruire, quel legame relazionale profondo tra chi informa e chi viene informato. Farlo attraverso il filo della fiducia, dell’onestà, della capacità di ascoltare in modo attivo. Spesso non è fare di più la risposta, è fare meglio.
Noi abbiamo deciso di accettare la sfida. Abbiamo lanciato qualche mese fa la nostra Newsletter settimanale curata dalla redazione che spesso propone sondaggi e spazi di condivisione, lavoriamo costantemente sui nostri profili social aprendoci alle persone ascoltando bisogni e idee. Stiamo lavorando a una serie di progetti futuri che ci terranno saldi su questo percorso.
Non è e non sarà per nulla facile, se non dovesse riuscire nel suo intento allora News48 può considerare finito il suo tempo. Perché non c’è altro tipo di giornalismo che noi vorremmo abbracciare. Vi abbiamo promesso onestà ed eccola qui: restare indipendenti in Italia è una sfida gigantesca che ci fa vacillare ogni giorno da 5 anni, ma è l’unico modo per garantirvi un’informazione che risponda ai vostri bisogni.
Non abbiamo nessuna intenzione di mollare ma nemmeno di cedere a compromessi economici, politici, di marketing o di altra natura. E quindi, con una mano sul cuore, teneteci nei vostri pensieri quando dovete decidere quali progetti sostenere.
Siamo tutti gocce nell’oceano, ma pur sempre delle gocce senza le quali l’oceano non esisterebbe.

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