Si chiama odofobia, è la paura di viaggiare. Come intervenire?
Intervista a Chiara di Nuzzo, psicoterapeuta e psicologa del viaggio
Capita spesso di aprire una testata online, un social o il telegiornale e di bloccarsi alle parole “Guerra in Europa” o “Guerra in Medio Oriente”. O ancora, “Incidente aereo”, “Allerta terrorismo”. Si spegne lo schermo o la tv, ma quella sensazione di pericolo rimane lì, con noi. E senza neanche rendercene conto, quando pensiamo al nostro prossimo viaggio – quello che dovrebbe essere sinonimo di scoperta, apertura e libertà – ci ritroviamo a chiederci: “Ma ne varrà la pena? Non sarà pericoloso?”.
Io questa sensazione la conosco bene. Ho vissuto a Damasco prima e durante l’inizio della guerra civile siriana e so che cosa significhi vedere un Paese complesso e meraviglioso ridotto a titolo sensazionalistico. E so anche che cosa significhi sentirsi fare domande come per esempio “Vorrei andare in Giordania, ma lì vicino c’è la guerra: mi consigli di evitare”. C’è qualcosa di paradossale nel nostro presente: il mondo non è mai stato così connesso, accessibile e raccontato, eppure a molti sembra più lontano e più minaccioso che mai. Negli ultimi anni ho incontrato persone che desiderano ardentemente partire, esplorare, conoscere, ma non lo fanno. Non perché non possano, non perché manchino tempo o risorse: non partono per paura.
Eppure, la paura di viaggiare oggi non nasce solo dai conflitti reali: nasce sempre più dal modo in cui le informazioni ci raggiungono. E questo è un problema che riguarda tutti noi, come giornalisti e come fruitori di notizie. Si chiama odofobia ed è la paura di viaggiare, uno dei mali del nostro secolo in cui gioca un ruolo significativo anche l’informazione. Ne abbiamo parlato con Chiara Di Nuzzo, psicoterapeuta e psicologa del viaggio, che svolge terapie mirate per il superamento dell’ansia da viaggio, online e con l’ausilio della realtà virtuale.
Di Nuzzo tiene anche corsi e workshop di auto-aiuto e in questo articolo ci aiuta a capire come un certo modo di fare giornalismo stia alimentando proprio l’ansia di viaggiare. E che cosa possiamo fare e si sta già facendo per invertire la rotta.
Ansia di viaggiare: un sintomo sociale che parte dal Covid
Facciamo chiarezza: l’ansia di viaggiare di cui parliamo non è quella sana preoccupazione che ci spinge a controllare due volte il passaporto o a informarci sulle condizioni del Paese che vogliamo visitare. La paura di viaggiare non è neanche un capriccio, né una mancanza di coraggio. È una risposta umana, atavica, che ci protegge da ciò che non conosciamo. Ma nel 2026 questa risposta opera in un contesto che la nostra mente fatica a gestire.
Parliamo di odofobia, una paura profonda e irrazionale che ci blocca, che ci impedisce di partire anche quando il desiderio c’è. “L’ansia del viaggio si è diffuso soprattutto dopo la pandemia di Covid – ci spiega Chiara Di Nuzzo – E l’incertezza l’abbiamo sentita di più nel momento in cui ci è stata data di nuovo la possibilità di muoverci: le difese sono cadute e abbiamo percepito quel senso di insicurezza che stavamo cercando di superare”.
L’ansia del viaggio nei numeri
Le conseguenze psicologiche della pandemia sono tutt’altro che risolte. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel primo anno di Covid-19 la prevalenza globale di ansia e depressione è aumentata del 25%. Ma che connessione c’è con i viaggi? “Circa il 60% delle persone ha sperimentato sintomi di ansia durante il picco della pandemia – continua Chiara Di Nuzzo – E questa paura non si è dissolta quando le restrizioni sono finite: si è spostata, trasformata, ha trovato nuovi bersagli”.
Ma perché è successo? “La pandemia ci ha tolto qualcosa che davamo per scontata: la libertà di movimento e la conseguente incertezza che il mondo fosse sotto il nostro controllo. “Quando poi ci è stata data la possibilità di muoverci ancora, non siamo più stati in grado di rimettere lo scudo delle nostre difese” spiega la psicologa.

Il ruolo del giornalismo nella paura di viaggiare
Ed è qui che noi giornalisti dobbiamo fare i conti con una responsabilità enorme. Perché se è vero che la pandemia ha innescato questa spirale di ansia, è altrettanto vero che il modo in cui raccontiamo il mondo la sta alimentando ogni giorno. “Oggi si accentua il ruolo dei media nell’alimentare le paure – sottolinea Di Nuzzo – Troppe notizie hanno ben poco di costruttivo e puntano a mantenere un costante stato di allarme. Tanto più oggi, dove le guerre portano tante informazioni dentro casa nostra, e la loro influenza arriva nella nostra quotidianità”.
Ed ecco il ruolo del giornalismo sensazionalistico, quello che punta su titoli clickbait per attirare l’attenzione degli utenti online. Titoli urlati che fanno leva su emozioni come paura, rabbia e indignazione e scatenano così quella catena di click e interazioni che è poi l’obiettivo di certe piattaforme. E se restiamo ingabbiati in questo circolo, la nostra mente farà sempre più fatica a distinguere la realtà.
Bias di disponibilità e bias della negatività: come funziona la nostra mente
Qui entra in gioco un meccanismo psicologico fondamentale: i bias cognitivi. La nostra mente non è fatta per elaborare il flusso costante di informazioni negative che riceve ogni giorno. “Non abbiamo una mente capace di elaborare queste informazioni – continua Di Nuzzo – Entrano in gioco il bias di disponibilità e il bias della negatività. La nostra attenzione si concentra sulle informazioni negative, e quando abbiamo tutte queste informazioni, giudichiamo più probabile quello che è sensazionale e negativo”.
Facciamo un esempio molto concreto: se vediamo tre notizie su incidenti aerei in una settimana, il nostro cervello inizia a pensare che volare sia pericoloso, anche se i dati statistici dimostrano esattamente il contrario.
“Questo è un grande problema per la nostra mente e per il nostro fisico, perché siamo in costante stress – continua la psicologa – questo causa risposte che ci allontanano dall’esplorazione, dalla conoscenza e dalla vicinanza”.

Il caso degli incidenti aerei
Chiara Di Nuzzo mi racconta un altro esempio di come funziona la distorsione mediatica: “Prendiamo ancora le notizie sugli incidenti aerei: viene data quell’informazione, certo ed è doveroso, ma viene data male”. E continua: “Ci sono casi in cui tutto va bene e l’aereo atterra senza problemi e senza feriti, ma il racconto viene comunque distorto perché l’esito positivo viene dato in sordina, alla fine”. A pensarci bene, in effetti, quante volte abbiamo letto o visto un titolo come: “Aereo atterra in sicurezza nonostante problemi tecnici”? Probabilmente mai. Ma quante volte abbiamo invece letto “Paura sul volo X-Y”?
Ecco, è così che si costruisce la paura.
Le conseguenze invisibili dell’informazione tossica
Quali sono gli effetti concreti di questa sovraesposizione mediatica a notizie catastrofiche? Le conseguenze vanno in realtà ben oltre la semplice rinuncia a un viaggio e la psicologa Di Nuzzo ci aiuta a capirle.
L’assuefazione emotiva: quando il dolore diventa normale
“Le conseguenze del bombardamento mediatico possono essere molto gravi – chiarisce Di Nuzzo – Parliamo per esempio di assuefazione emotiva e di un crescente senso di vulnerabilità. Si può addirittura arrivare alla perdita di empatia”, cioè a quella sensazione di vicinanza alle altre persone”.
Basta pensare a cosa accade dentro di noi quando ogni giorno scorrono immagini di guerra, disastri e tragedie. Il punto interessante è chiedersi cosa accade alla nostra capacità di comprendere i sentimenti e le emozioni degli altri? Si spegne. Perché per proteggerci diventiamo insensibili. “Siamo empatici quando vogliamo comprendere il dolore dell’altro e sentirci umani – spiega la psicologa – Ma quando il dolore è troppo e il mondo non è più un posto sicuro, è come se la tua mente dicesse ‘mi distacco’: perché hai bisogno di una difesa”.
Ecco allora un altro paradosso: più vediamo il dolore altrui, meno siamo capaci di sentirlo. E meno siamo capaci di sentirlo, meno vogliamo avvicinarci a chi non conosciamo. Il viaggio, che dovrebbe essere uno strumento di connessione, di comprensione e, appunto, di empatia, si trasforma in qualcosa da cui fuggire.
Dal viaggio come scoperta al viaggio come rischio
“La paura del viaggio diventa specchio dell’oggi – sottolinea Di Nuzzo con una frase che colpisce particolarmente – Viaggiare significa anche esporsi e se ho paura, semplicemente non lo faccio”.
Siamo arrivati così all’ultimo pezzo di questa involuzione: da opportunità di crescita, il viaggio diventa una fonte di ansia.
Il giornalismo costruttivo come antidoto alla paura
Cosa possiamo fare nella nostra vita di tutti i giorni? Come si esce da questa spirale?
La risposta sta in un approccio diverso all’informazione: per esempio quello che sposa News48, cioè un giornalismo costruttivo. Che non significa affatto nascondere i problemi o raccontare solo belle storie, ma al contrario significa andare in profondità e restituire un quadro completo, contestualizzato, che offra anche soluzioni e prospettive future.

Informarsi senza farsi travolgere: i consigli della psicologa
Chiara Di Nuzzo condivide con noi una direzione concreta: “Se la paura arriva quando avvertiamo quella sopraffazione dovuta a troppe notizie allarmanti, dobbiamo darci dei limiti: mettiamo dei confini al tipo di testate e di piattaforme attraverso cui vogliamo informarci”.
Non si tratta di chiudere gli occhi davanti ai problemi del mondo, ma di proteggersi da quell’overload informativo che ci paralizza e di evitare chi fa leva sulle nostre paure per ottenere click, attenzione e pubblicità. “In questo modo potremo costruire il nostro personale equilibrio tra informarci e proteggere la nostra salute mentale”, precisa la psicologa.
Qualche esempio concreto? “Abituiamoci a farci le domande giuste, per ridimensionare l’impatto emotivo che le notizie ci stanno trasmettendo”.
Ecco una domanda che possiamo porci: la paura che sto provando dopo aver letto questa notizia, ha ragione di essere nel contesto in cui vivo o nei luoghi che voglio visitare?
Ritrovare centratura attraverso piccole azioni quotidiane
Ma c’è anche un lavoro che possiamo fare su di noi. “Un consiglio molto importante che sento di dare, per ritrovare centratura e sicurezza, è mantenere presenza e focus su piccole azioni quotidiane – suggerisce la psicologa.
Può sembrare banale, ma non lo è: quando tutto intorno a noi sembra fuori controllo, riportare l’attenzione su ciò che possiamo fare e su cui abbiamo un reale controllo ha il potere di donarci benessere e di aiutarci a comprendere che cosa è reale e che cosa no. Basta un gesto gentile, un sorriso, una piccola azione concreta.
Una visione integrata del mondo: male e bene coesistono
E arriviamo al cuore della questione. “Sforziamoci di avere una visione integrata di quello che ci circonda – continua Di Nuzzo – Esistono il male e il dolore, così come il bene e gli elementi che ci danno sicurezza. Può essere molto difficile da accettare, ma è necessario riuscire a integrarli nella nostra mente”.
Ecco allora che cosa manca in tanti contesti informativi: il bilanciamento. La capacità di dire “Sì, c’è una guerra in corso in quest’area, ma esistono anche luoghi sicuri, persone che costruiscono ponti, storie di resilienza e bellezza”.
Non si tratta di ottimismo: si tratta di raccontare la realtà nella sua complessità.
Se anche voi sentite crescere l’ansia quando pensate a un viaggio o al contrario avete trovato il vostro modo di gestire questa paura, parliamone nei commenti. Perché solo attraverso la condivisione e il dialogo possiamo costruire una narrazione diversa del mondo. Una narrazione che non ci paralizza, ma ci spinge ad andare là fuori e scoprire che, forse, non è poi così spaventoso come sembra.
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