Agrivoltaico: più energia, più biodiversità nei campi

Sopra alcuni campi coltivati italiani, come a far loro da tetto, stanno iniziando a comparire pannelli solari. Non sostituiscono le colture: le sovrastano proiettando ombre che le tengono al fresco. Si tratta di impianti agrivoltaici, sistemi che integrano la produzione di energia da fotovoltaico con l’attività agricola sullo stesso terreno.
La tecnologia non è più solo in una fase di sperimentazione marginale: ad esempio, in Calabria, tra Tarsia e Acri, due impianti agrivoltaici finanziati con 10 milioni di euro da Banca Etica produrranno oltre 15 GWh di energia pulita all’anno, evitando circa 3.900 tonnellate di CO₂. 
Un aspetto ancora poco discusso di questa tecnologia, è che oltre a favorire la transizione energetica verso le rinnovabili, può diventare uno strumento di tutela della biodiversità: varie specie animali possono trarre beneficio dai pannelli solari posti nei campi, mentre gli esseri umani ne ricavano energia. 

Prima di analizzare gli effetti sulla biodiversità, capiamo cosa sia un impianto agrivoltaico.

Cos’è l’agrivoltaico e perché sta crescendo

Le Linee guida del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica definiscono agrivoltaico un impianto fotovoltaico che adotta soluzioni volte a preservare la continuità delle attività agricole o pastorali sul sito di installazione. Nella sua versione “avanzata”, i moduli sono elevati da terra, talvolta dotati di sistemi di rotazione (tracker) che seguono il sole, e accompagnati da sistemi di monitoraggio che misurano microclima, resa agricola, fertilità del suolo e risparmio idrico.
La crescita del settore è evidente. Nel 2024 la Commissione PNRR-PNIEC del MASE ha rilasciato 304 pareri di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA): 153 riguardavano progetti agrivoltaici, oltre il 50% del totale. Nel primo trimestre 2025 la quota ha superato il 60%.

Il Decreto Agrivoltaico punta a superare 1 GW installato entro giugno 2026, ma le richieste presentate hanno già raggiunto circa 1,7 GW. L’agrivoltaico si appresta a diventare una componente strutturale della strategia energetica italiana.

Uso del suolo: conflitto o integrazione?

Una delle critiche principali a queste infrastrutture è che contribuiscono al consumo di suolo in generale, e al consumo di suolo destinato a usi agricoli in particolare. Perché coprire altra terra verde e non dare la precedenza ad aree cementificate e tetti di edifici? «Molte delle preoccupazioni sulla sottrazione di suolo produttivo sono infondate, soprattutto se gli impianti sono inseriti in una pianificazione territoriale oculata», spiega Valerio Renzoni,  laureato in biologia e specializzato in biodiversità e gestione degli ecosistemi, responsabile dell’area Clima e Energia per WWF YOUng – la community giovanile di WWF Italia. 

Secondo uno studio del Joint Research Center della Commissione Europea, destinare appena l’1% della superficie agricola utilizzata dell’Unione Europea a sistemi agrivoltaici consentirebbe di raggiungere circa 944 GW di capacità installata. Un dato che ridimensiona il timore di un consumo eccessivo di suolo agricolo. La chiave, aggiunge Renzoni, sta nella qualità progettuale: altezza dei pannelli, spazi tra le file, gestione agronomica disegnate per ottenere configurazioni spaziali che consentono il passaggio dei macchinari agricoli. Negli impianti calabresi tra Tarsia ed Acri, per esempio, i pannelli saranno installati a circa tre metri di altezza, così da consentire la continuità delle lavorazioni agricole sottostanti. In altri casi, l’altezza può arrivare fino a cinque metri quando si utilizzano tracker rotanti, permettendo il passaggio di macchine agricole di grandi dimensioni o il pascolo di bovini adulti. 

È qui che entra in gioco il modello di agrivoltaico avanzato, così come definito dalle Linee guida del MASE: moduli installati su strutture mobili o dotati di sistemi di rotazione che seguono il sole per modulare l’ombreggiamento; poi l’integrazione con strumenti di agricoltura digitale e di precisione; sistemi di monitoraggio che verificano nel tempo l’impatto sulle colture, sul microclima, sulla fertilità del suolo e sul risparmio idrico. Una sinergia tra le innovazioni dirompenti della rivoluzione digitale e le radici millenarie delle pratiche agricole che passa sotto il nome mediatico di “Agricoltura 4.0”. 



Benefici economici e produttivi: cosa dicono i numeri

L’agrivoltaico non è un compromesso tra settore energetico e agricoltura, ma può rappresentare un vantaggio per entrambe.
Un’analisi indipendente ha rilevato aumenti delle rese medie: +22% per foraggio e cereali, +12% per ortaggi e officinali, +15% per il pascolo (indagine Althesys-AIAS su impianti agrivoltaici in esercizio e in costruzione, per un totale di circa 60 MWp su circa 135 ha di superficie agricola totale). Sono dati medi, variabili in base alle colture e alla configurazione dell’impianto, ma indicano una potenziale sinergia tra ombreggiamento controllato dei campi e produttività.

«Bisogna inquadrare l’agrivoltaico come un moltiplicatore di opportunità e non come un competitore dell’agricoltura – osserva Renzoni – Può aumentare la produttività di determinate colture e incrementare il valore economico del terreno rispetto all’agricoltura convenzionale».
La diversificazione del reddito è un altro degli elementi che può attrarre gli agricoltori: vendita dell’energia prodotta, riduzione dei costi energetici aziendali. In più, i pannelli offrono una difesa fisica dagli eventi climatici estremi come grandinate o ondate di calore.

Agricoltura intensiva e crisi ecologica

Secondo l’UNEP, l’agricoltura intensiva rappresenta una minaccia per 24.000 delle 28.000 specie a rischio di estinzione, pari all’86%. L’uso massiccio di pesticidi, fertilizzanti e lavorazioni profonde altera habitat, suolo e cicli biologici.
In questo scenario, l’agrivoltaico può diventare un elemento di rottura: «In un terreno su cui insiste un impianto agrivoltaico, le pratiche intensive sono ridotte al minimo o eliminate quando si adottano tecniche agroecologiche – spiega Renzoni- Questo permette di recuperare habitat degradati e favorire la stabilità ecologica».

Microclimi e habitat 

La presenza dei pannelli modifica l’irraggiamento solare, la temperatura e l’umidità del suolo. Si crea così un mosaico di microclimi: zone più ombreggiate, aree più ventilate, spazi con maggiore ritenzione idrica. In ciascuno di essi, fioriscono le specie più adatte: «La variazione dei parametri microclimatici può permettere la coesistenza di più comunità biologiche in spazi ravvicinati», sottolinea Renzoni.
Molti dei paesaggi che conosciamo sono dominati da monocolture che hanno eliminato la vegetazione spontanea e ridotto la varietà di habitat così come le popolazioni animali che vivono al loro interno. Gli impianti agrivoltaici possono funzionare come veri e propri risanatori, sostenendo flora e fauna in contesti altrimenti impoveriti.

Impollinatori: un indicatore della salute dei campi

Gli insetti impollinatori sono tra le specie più colpite dalla crisi della biodiversità. Alcuni studi citati nel report WWF “Un’energia che fa bene alla natura: i benefici del fotovoltaico per la biodiversità” mostrano che la ricchezza di specie di api, bombi e farfalle può risultare maggiore nei parchi solari rispetto ai campi coltivati in modo intensivo, soprattutto in assenza di pesticidi e con presenza di risorse floreali.

«Se inseriti correttamente in contesti degradati, gli impianti possono fungere da habitat di vitale importanza per gli impollinatori – afferma Renzoni – I benefici possono estendersi anche alle colture limitrofe, potenziando i servizi di impollinazione».

Il suolo: qualità biologica e ciclo del carbonio

Il cambiamento più profondo avviene sotto i piedi. Nei sistemi agrivoltaici ben gestiti, la riduzione o l’eliminazione delle lavorazioni meccaniche limita la compattazione del terreno e ne preserva la struttura. Un suolo meno disturbato mantiene una migliore porosità, favorisce l’infiltrazione dell’acqua e sostiene una rete più stabile di microrganismi e invertebrati.
L’aumento della copertura vegetale contribuisce all’accumulo di biomassa e quindi di carbonio organico, rafforzando la funzione del suolo come pozzo di carbonio. La fauna che abita il suolo – artropodi, lombrichi, altri invertebrati – trova condizioni più favorevoli grazie a microclimi più stabili e alla riduzione della pressione chimica.
Il terreno torna così a svolgere il suo ruolo di infrastruttura biologica attiva, capace di sostenere fertilità e resilienza ecologica.

Le criticità: sfide operative e economiche

Implementare l’agrivoltaico su scala industriale non è una sfida solo tecnologica. Ci sono da affrontare ostacoli operativi ed economici.
Su questi campi si gioca la credibilità dell’agrivoltaico come modello stabile di integrazione tra produzione energetica e agricoltura.

La convivenza di più settori: chi gestisce cosa?

Il primo nodo è la governance. L’agrivoltaico non è solo un progetto energetico con un’attività agricola accessoria: è un sistema ibrido che mette in relazione due mondi con logiche operative diverse. Senza una chiara definizione delle responsabilità – dalla gestione agronomica alla manutenzione dell’impianto, dalla ripartizione dei ricavi alla pianificazione delle colture – il rischio è quello di creare inefficienze o conflitti che compromettono la sostenibilità complessiva dei progetti.

Rendere il valore ecologico tangibile e comunicabile

Il secondo aspetto riguarda il finanziamento. Gli impianti di grande taglia richiedono capitali significativi; investitori e istituti finanziari chiedono due diligence dettagliate, scenari di performance e un’allocazione chiara dei rischi tra i soggetti coinvolti.
Se si analizzano le procedure con cui vengono allocate risorse per realizzare questi progetti, si nota una problematica sottile circa la stima del valore che i progetti sono in grado di produrre. L’agrivoltaico non genera solo energia elettrica: produce esternalità positive ambientali, benefici agricoli, occupazione locale. Tuttavia, questi effetti positivi non sempre vengono misurati e comunicati in modo adeguato, con il rischio di ridurre la valutazione economica del progetto alla sola componente energetica.

La storia recente delle infrastrutture energetiche in Italia – dai termovalorizzatori agli impianti a biogas – mostra quanto possano pesare logiche “NIMBY” (Not In My Backyard) quando il valore complessivo dell’opera non viene compreso o condiviso. Nel caso dell’agrivoltaico, all’investitore bisogna dimostrare che non si tratta di un’infrastruttura energetica semplice, ma di un sistema complesso che può generare ricadute positive ramificate e diffuse, alcune delle quali vengono quantificare economicamente solo in rari casi: tra di esse, il miglioramento della resilienza climatica e la tutela della biodiversità.
Alcune analisi di settore hanno proposto di adottare metodologie di valutazione del cosiddetto “valore condiviso” (Shared Value), capaci di quantificare economicamente non solo i ricavi derivanti dalla vendita di energia, ma anche le ricadute ambientali e territoriali. Rendere tangibili questi elementi significa rafforzare l’accettabilità sociale e migliorare la solidità finanziaria dei progetti.

Troppo spesso l’approccio dominante resta orientato alla massimizzazione della produzione elettrica e alla minimizzazione dei costi iniziali. Ciò può portare a trascurare quegli investimenti – nella progettazione agroecologica, nei sistemi di monitoraggio, nella gestione del suolo – che distinguono un impianto agrivoltaico ben disegnato. Il rischio è che vengano privilegiati rapidità e risparmio rispetto alla qualità e alla durata nel tempo.

Verso un cambio di paradigma

«Il terreno agricolo può diventare un ecosistema che produce energia e, al contempo, riproduce biodiversità – conclude Renzoni.
Pensare l’agricoltura in questo modo implica un cambio di paradigma. Per decenni l’agricoltura è stata letta quasi esclusivamente come spazio di produzione alimentare, misurata in quintali per ettaro e resa economica. La crisi ecologica impone oggi una visione più ampia. Il suolo agricolo va ripensato in chiave polifunzionale: non solo superficie produttiva, ma infrastruttura energetica, presidio territoriale, nuovo habitat per specie animali e vegetali. Non vi si coltivano solo risorse alimentari, ma anche corrente elettrica ed ecosistemi resilienti. Le tecnologie per farlo esistono già, servono regole chiare e strumenti finanziari coerenti. 

L’agricoltura può trasformarsi da settore impattante sull’ambiente a comparto attivo nel compimento di due obiettivi cruciali della transizione ecologica: produzione di energia da fonti rinnovabili e tutela della biodiversità. 


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Davide De Gennaro

Davide De Gennaro

Laureato magistrale in Filosofia con esperienza editoriale come redattore e responsabile contenuti editoriali. Collaboro con varie testate online e con il WWF, curando articoli, format divulgativi e progettazione di contenuti. Mi occupo soprattutto di transizione energetica ed ecologica. Per passione, scrivo anche di musica.

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