Eco-ansia: quando il clima entra nella mente

L’eco-psicologa Camilla Gamba spiega che cos’è l’eco-ansia, perché non è necessariamente una malattia e come ritrovare un senso di azione di fronte alla crisi ecologica.

All’inizio degli anni Novanta, in California, nasce una nuova disciplina della salute mentale: l’eco-psicologia. L’approccio muove dall’ipotesi di una correlazione tra il crescente disagio che attraversa le nostre società e il degrado ambientale che le logora; studia come gli umori depressivi o gli stati mentali ansiosi possono derivare, tra le altre cose, anche dal fatto che non viviamo abbastanza a contatto con la natura, oppure dal vederla soffrire di giorno in giorno. E cosa possiamo fare per incontrarla di nuovo. Camilla Gamba è una delle poche professioniste in Italia specializzata in questa branca. 

Come sei arrivata a occuparti di eco-psicologia?

«È arrivato in maniera quasi spontanea. Senza sapere che nome avesse, avevo sempre avuto un amore per la natura, ma anche una preoccupazione: da bambina, un’attenzione agli animali e alla loro sofferenza. Poi, tra le medie e il liceo, avevo visto dei documentari su quello che allora chiamavamo global warming, oggi “cambiamento climatico”, e già mi aveva dato molta angoscia. Non era un tema di cui si parlava normalmente, tantomeno tra adolescenti, parlo degli anni ’90. Per tanti anni mi sono portata dietro questa preoccupazione per il benessere della natura, per il futuro del pianeta e di chi lo abita, con anche degli scenari quasi apocalittici in testa. Poi è scoppiato il Covid. Lo stesso anno io ero in California – mia madre è californiana, sono cresciuta lì -ed era l’anno in cui tutto lo stato era in fiamme: molto sconcertante. Ti consigliavano di incontrare gli altri all’aperto per diminuire i contagi, ma all’aperto cadeva la cenere. Nel frattempo avevo sentito qualcuno parlare di eco-ansia, un termine che non avevo mai registrato prima. Da lì ho scoperto che esiste tutto un mondo di psicologi che se ne occupano da anni. Ho trovato Thomas Doherty, uno dei principali terapeuti su questo tema negli Stati Uniti, e ho fatto un percorso di formazione con lui. In Italia se ne occupano in pochissimi, quindi mi sono rimboccata le maniche con qualche collega e portiamo avanti questo lavoro».

Che tipo di persone arrivano da te per questo motivo?

«Lavoro sia online che a Milano. È capitato chi voleva lavorare su un aspetto traumatico – un evento climatico estremo, come un’alluvione – ma non sono tantissimi. Vedo però una crescita costante, e in particolare in questa settimana di caldo estremo tutte le terapie che ho seguito, a prescindere dal motivo per cui la persona era arrivata, hanno finito per toccare il tema del caldo: chi perché gli ha stravolto la giornata, chi non ha l’aria condizionata ed è in reale disagio, chi ha familiari con fragilità mediche, chi si chiede “ho fatto figli, ma in che mondo vivranno…”».

L’eco-ansia ci fa rendere conto della crisi ecologica

Che cos’è l’eco-ansia? Può essere considerata una patologia o è solo un sentimento generico? 

«Nel campo della psicologia si fa molta attenzione quando si introduce una nuova diagnosi, al di là delle valutazioni testistiche. Perché nel momento in cui qualcosa diventa una diagnosi, si stabilisce anche che va curata e quindi che c’è qualcosa di sbagliato in quella cosa. D’altra parte, una diagnosi ufficiale porterebbe dei benefici concreti: un percorso di cura riconosciuto, l’accesso al medico di base, eventuali giorni di malattia. Al momento, però, l’eco-ansia non risulta diagnosticata in modo specifico in nessun paese: il DSM, il manuale diagnostico di riferimento internazionale, non la prevede come categoria a sé. Se fosse una diagnosi codificata, sarebbe anche interessante sul piano legale: se il 60% degli adolescenti soffrisse ufficialmente di eco-ansia, quel dato diventerebbe significativo, e potrebbe persino aprire la strada a delle class action. Quindi ci sono dei pro nel crearla. Ma io sono più della scuola di pensiero opposta: l’eco-ansia può creare disagio, ma ben venga che ce l’abbiamo! Ci fa rendere conto della crisi ecologica. In pratica, oggi, se una persona ha i criteri per un disturbo d’ansia, riceve quella diagnosi, ma senza la specifica connotazione ecologica. Tra colleghi, e anche in letteratura, “eco-ansia” resta un termine ombrello molto ampio. Quando serve più precisione si parla di eco-distress, una forma più lieve di disagio ecologico-climatico. Altre eco-emozioni, se non elaborate, possono sfociare in veri disturbi diagnosticabili: l’eco-lutto, ad esempio, può sfociare in una depressione clinica».

Quali sono le eco-emozioni più studiate oggi?

«Le più studiate sono tutte le sfumature della rabbia, la preoccupazione e il rimuginio sul futuro. Poi c’è l’eco-lutto: il lutto per territori e luoghi che cambiano o scompaiono, ad esempio quel lago di montagna che si è prosciugato, il paesaggio che non è più quello che conoscevamo. C’è l’eco-colpa, che si gioca su due livelli: quotidiano, come sentire la contraddizione tra i propri bisogni e i propri comportamenti – ho comprato una bottiglietta di plastica perché avevo sete – e su scala più ampia, quasi esistenziale: sentire che tutta l’umanità ha una colpa, al punto da non voler avere figli per non sentirsi troppo in colpa nei loro confronti. Infine c’è l’eco-rabbia, che apre un tema politico interessante: quali forme di protesta, anche forti, le persone mettono in atto e come alcune leggi arrivano a criminalizzare certe forme di protesta climatica».

Cosa fa la differenza tra un disagio gestibile e uno che rischia di diventare invalidante?

«Soprattutto lo spazio di azione, quella che chiamiamo agency. Se sento di non avere scelta – devo fare quel lavoro anche se non è utile, devo usare quel tipo di consumi, devo prendere la macchina – il rischio è di sentirmi costretta e passiva, e allora queste emozioni tendono a ingrandirsi. E se una persona ha già un disturbo per motivi personali, magari una depressione in corso, la componente di eco-lutto che si aggiunge va a sommarsi su un disagio già presente».

C’è un filone che da Basaglia arriva alle riflessioni contemporanee sulla salute mentale come fatto politico, che riflette su come i disagi nascono non solo dalle storie personali e familiari degli individui, ma anche da come è organizzata la società. L’eco-psicologia rientra in questo filone?

«Premetto che io ho scelto la scuola di psicoterapia transculturale, e del resto per la mia doppia appartenenza culturale era importante trovare un indirizzo che riconoscesse il peso della cultura sul disagio. Faccio un esempio: l’anoressia e i disturbi alimentari sono figli della nostra società. È vero che si sommano alla storia dell’individuo, ma come fenomeno restano un disagio della società. Anche l’eco-ansia, per certi versi, è figlia del nostro momento: è una reazione a qualcosa di molto disfunzionale. Penso anche al disturbo dell’isteria, diagnosticato quasi solo alle donne in un’epoca in cui le donne non avevano diritti ed erano sottoposte a pressioni sociali di ogni tipo. Erano sintomi reali, ma derivanti da una disfunzione sociale. Volendo, è un po’ la mia scuola di pensiero a sostenerlo: praticamente quasi tutti i disturbi sono sintomi di disfunzioni sociali, anche la solitudine, certe forme di depressione, l’ansia stessa. Ma qui si entra in un tema molto più grande».

Cosa comporta, in pratica, per chi fa il tuo lavoro, riconoscere questa dimensione?

«Molti psicologi nel mondo, io tra questi, stanno facendo una forma di attivismo attraverso la divulgazione: prestiamo attenzione a non scivolare nel considerare “un disturbo” il singolo individuo, quando in realtà sta rispondendo con dei sintomi a un disagio della società. Su questo ci stiamo muovendo in modo abbastanza compatto».

Riconquistare una capacità di azione

Se parte del problema è la sensazione di non poter fare nulla di fronte a una crisi globale, la cura può passare anche dalla riconquista di una capacità d’azione, di agency, non solo individuale ma collettiva? Quanto un terapeuta si può sbilanciare, fino a dare consigli concreti su forme di azione da intraprendere?

«Ne abbiamo parlato a un recente evento. La domanda che arrivava spesso dal pubblico era proprio quanto un terapeuta debba esporsi e sbilanciarsi per dare consigli, tipo “vai a iscriverti a Legambiente”. La conclusione a cui siamo arrivati è che il terapeuta, conoscendo la persona con cui lavora, può partire dalle sue risorse, dai suoi interessi, dai suoi valori».

Ad esempio?

«Se una persona che vive a Milano ama molto gli animali e magari fa l’avvocato, questo può portarla a impegnarsi sul piano legislativo per la tutela degli animali. Un’altra persona, su un territorio diverso, preoccupata per gli anziani fragili durante il caldo, potrebbe invece organizzarsi nel vicinato per prendersi cura di chi vive solo, soprattutto quando manca l’elettricità. L’idea non è che sia io a dire alla persona cosa deve fare – tra l’altro dovrei avere una cultura scientifica che non ho – ma costruire l’azione insieme a lei».

Cosa rende un’azione davvero efficace nel contrastare il disagio ecologico e climatico?

«Le azioni che coinvolgono un gruppo, in cui non serve che il singolo impari tutto da solo; le azioni che aiutano le persone a uscire dall’isolamento; e le azioni che portano a un contatto diretto con la natura. Questi tre fattori insieme aiutano molto di più le persone a far fronte al disagio ecologico e climatico».

Esistono reti a cui professionisti o studenti di psicologia possono fare riferimento?

«A livello internazionale sì. Tra le principali figura il Climate Mental Health Network, che ha creato anche la ruota delle emozioni climatiche e ha risorse per ragazzi, scuole e genitori. Un altro punto di riferimento è la Climate Psychology Alliance, di cui faccio parte, più sul versante europeo, e la sua corrispondente nordamericana. Esiste poi anche la Climate Psychiatry Alliance. Sono reti ancora molto occidentalo-centriche – le chiamiamo internazionali, ma di fatto c’è poca rappresentanza fuori da Nord America ed Europa – però in questo momento sono il punto di riferimento principale per chi si occupa di questi temi».

Davide De Gennaro

Davide De Gennaro

Laureato magistrale in Filosofia con esperienza editoriale come redattore e responsabile contenuti editoriali. Collaboro con varie testate online e con il WWF, curando articoli, format divulgativi e progettazione di contenuti. Mi occupo soprattutto di transizione energetica ed ecologica. Per passione, scrivo anche di musica.

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