L’esorcismo
Tutto ciò che ci colpisce lo imprimiamo istintivamente dentro di noi.
È come se emozioni e sentimenti scandissero i capitoli di un libro che scriviamo ogni giorno nella nostra mente.
Ma c’è un elemento determinante che dobbiamo tenere bene a mente: non sappiamo quando finiranno le pagine.
Mentre da buoni cronisti raccontiamo la nostra vita, dimentichiamo spesso un particolare: i protagonisti siamo noi.
Quindi, in buona sostanza, dipende da noi se descriveremo una storia epica o la fredda cronaca di una grigia realtà.
Dipende da come giocheremo le carte che ci vengono servite.
Se l’interpretassimo così, la vita potrebbe risultare un’opportunità per essere eroi.
E, di conseguenza, la morte rivestirebbe il ruolo dell’antieroe.
È proprio grazie alla consapevolezza che un giorno la nostra esistenza terminerà che la vita acquista valore.
Perciò se giungessimo a lasciare questo mondo con dignità, potremmo anche noi ambire a essere degli antieroi.
Come Andrea.
È giovane, forte e sognatore.
Ma più di ogni altra cosa, Andrea non ha paura di essere se stesso.
In tanti hanno rischiato di non comprendere appieno la sua coerenza, forse perché è merce rara, poco conosciuta o difficilmente riconoscibile.
Eppure chi l’ha sfiorato ha avuto modo di essere colpito da questo giovanotto che cammina in paese come un bulletto.
Gambe larghe, passi lenti e molleggiati, spalle piegate e mani in tasca, appena appoggiate.
Sguardo dritto, come a dire: sono qui.
Ad Andrea piace cantare. Lo fa in una tribute band.
In paese tutti lo chiamano Vasco.
Perché lui, oltre a cantare, attraversa la vita come un rocker.
Schivo e accogliente.
Quando ci ha lasciato lo shock è stato inevitabile, perché la fine del libro è arrivata inaspettata.
O almeno, è quello che tutti hanno creduto.
Perché, anche se era giovane, Andrea, da qualche tempo, condivideva la sua vita con un invadente e sleale compagno di viaggio.
Dopo le prime cure che, a suo insindacabile parere, non avevano avuto altro effetto che invalidarlo anziché curarlo, aveva deciso di planare a motori spenti.
Una scelta complicata da accettare per chi gli era vicino, ma così densa di coraggio e coerenza che alla fine ha permesso, proprio a coloro che ancora lo amano, di sentirsi un po’ più sollevati.
Di concentrarsi sul dolore, senza farsi fregare dalla sofferenza.
Consapevole che le pagine rimanenti diminuivano drasticamente, ha scelto di sobbarcarsi tutto il peso delle decisioni più complesse.
Ha dimostrato che essere se stessi è un fardello pesante da trasportare, ma concede di andarsene più leggeri.
Andrea ha lasciato questo mondo da solo, come desiderava.
Per quanto drammatico, osservando quell’evento si respira la libertà che solo una scelta coraggiosa concede.
Se n’è andato guardando il cielo, con un bagaglio leggero.
Le sue decisioni ci hanno lasciato diversi interrogativi.
Si può definire egoista chi decide di morire da solo?
Soffriremmo di meno se chi amiamo ci coinvolgesse in ogni decisione?
Personalmente credo che sia più facile consolarci sapendo che chi ci lascia ha avuto il coraggio di esprimere i suoi desideri, non i nostri.
Se ha avuto tempo di realizzare quanti più sogni possibili, senza farsi distrarre dai consigli degli altri.
L’atteggiamento spavaldo di chi sfida la morte è spesso visto come un modo per esorcizzarla, ma poi, quando il gomitolo si assottiglia e il filo sta per finire, sono pochi quelli che tengono la barra dritta.
Per riuscirci non basta avere coraggio, come quando si urla mentre ci si tuffa dagli scogli.
Bisogna essere consapevoli che le vertigini si possono usare come trampolino.
Si deve scovare la forza di vivere fino in fondo secondo le proprie idee e i propri valori.
Costi quel che costi.
Si deve reggere in mano la penna, anche quando la mano trema.
Durante la visita al feretro, si è potuta osservare una serie variopinta di comportamenti umani.
C’era chi arrivava, salutava rapidamente e poi svaniva. Chi si fermava per un tempo infinito per condividere dolore e ricordi.
Ci sono stati abbracci sinceri, come le lacrime che inumidivano gli occhi di coloro che li hanno regalati.
Tanti sono stati colpiti da un racconto che nel loro cuore risuonerà ancora per molto tempo come eroico.
Sono arrivate persone frastornate che, appena entrate nella stanza iper condizionata, hanno esclamato questa non ci voleva.
E dopo aver chiesto cosa fosse accaduto, continuavano: ma io non ne sapevo nulla.
Proprio così, nessuno ne sapeva nulla.
A che scopo, diceva Andrea, devo far sapere al mondo che non sto bene?
Per farmi compatire?
Per farmi vivere quest’ultimo tratto di vita con compagni di viaggio più preoccupati per me che sereni per loro?
Tantissimi speravano di vederlo, almeno un’ultima volta, ma sono rimasti delusi.
Perché le sue volontà sono state chiare e inequivocabili: quando accade voglio che nessuno mi veda.
Non credo che fosse vanità, ma una decisione ponderata e autentica.
Come se intendesse: anche quando il mio spirito sarà già volato lontano, non desidero che qualcuno compatisca il mio corpo vuoto.
Non voglio che si perda tempo e si sprechino soldi.
Nessun rito funebre. Le mie ceneri portatele nel mio paese d’origine e mettetemi vicino al mio amico.
Che poi è solo un simbolo, perché io vicino a Giuliano ci sono sempre stato.
Poche parole, sempre chiare.
Andrea sapeva bene ciò che voleva, ma non quello che valeva.
Si dice che quando muore qualcuno si apra uno squarcio da cui fuoriesce la propria essenza. Ci si sente svuotati.
Con Andrea, invece, la ferita è stata una porta d’ingresso per un sentimento nuovo che mi ha arricchito.
Avvicinarmi a lui in questo ultimo scampolo di vita mi ha permesso di apprezzare la pasta di cui era fatto.
Temevo di rimpiangere il nostro tardivo avvicinamento, ma ho capito che le scoperte importanti della vita non hanno paura del tardi, ma devono evitare il mai.
Cosa avrà fatto Andrea nell’ultimo scorcio di vita?
Cosa avrà scritto sul diario della mente?
Credo che mentre era solo canticchiasse sempre le sue canzoni preferite, ma che di tanto in tanto qualche cupo pensiero lo interrompesse.
Mi piace immaginare che per esorcizzare i momenti più difficili arrivasse a inventarsi improbabili discorsi proprio con colei che lo attendeva.
Sarebbe stato capace di insegnare alla Morte le canzoni di Vasco, e lei ne sarebbe rimasta incuriosita, quasi rapita.
Forse, come in Vi presento Joe Black, la nera signora avrebbe potuto intuire la forza di questi umani che talvolta appaiono così banali, ma che hanno dentro un’invidiabile scintilla di vita. Forse si sarà chiesta: che sia questo l’amore?
Avrà faticato a capire Vivere, si sarà compiaciuta al ritmo di Rewind, sorridendo amaramente per Anima Fragile.
Magari lei, intrigata dal gioco e dal suo sorriso, gli avrà risposto: allora io Ti prendo e ti porto via.
Lo vedo, lo sguardo malinconico di Vasco, quando alla fine, prima di scendere dal palco, avrà salutato con Albachiara.
Se c’era qualcuno che avrebbe potuto spiegare alla Morte come si vive, quello era Andrea.
A noi rimane nelle orecchie l’eco della sua forza, del suo interpretare la vita senza sconti.
Ricorderemo i suoi modi sbrigativi, quando i sentimenti diventavano troppo densi e doveva togliersi di impaccio.
Viveva le emozioni come se fosse una batteria che non poteva surriscaldarsi troppo.
Evitava il sovraccarico staccando la spina e riprendendosi il suo spazio.
A volte lasciava delle pagine bianche nel suo racconto.
Coloro che condividevano con lui un pezzo di tragitto non sempre potevano comprendere le sue scelte.
La scomodità di certe persone diventa la tua.
Ti influenza. Ti obbliga a capire cosa vuoi.
E non sempre è facile.
Credo che poter condividere del tempo con Vasco valesse il rischio di non capire tutto, ma di sentire molto.
Non sappiamo quanto tempo ci resta.
Quante primavere potremo ancora vedere.
Siamo spaventati dalla morte e speriamo di andarcene senza soffrire, come se fossimo in grado di esorcizzare o addirittura indirizzare il destino.
Come se potessimo essere noi a scrivere in anticipo la vita.
A inventarla, piuttosto che comprenderla.
E se fosse già tutto scritto?
Allora, oltre a scrivere, dovremmo anche imparare a leggere.
*L’Antieroe è una rubrica ideata e curata da Stefano Pigolotti
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