Povertà energetica record: in Italia 2,4 mln di famiglie in difficoltà. Il ruolo delle rinnovabili secondo Legambiente

Nel 2024 il fenomeno ha coinvolto il 9,1% dei nuclei, soprattutto quelli con minori e stranieri. Per l’associazione ambientalista occorre accelerare sulle fonti pulite per ridurre la dipendenza dal gas, seguendo l’esempio della Spagna.

Spegnere le luci quando si esce dalla stanza, fare una doccia veloce e tiepida, se non fredda, mangiare un’insalata o un panino per non consumare il gas o l’elettricità dei fornelli. Per molti italiani queste non sono scelte a favore dell’ambiente, ma una conseguenza della povertà energetica: una condizione che secondo i dati dell’Osservatorio italiano sulla povertà energetica (Oipe) nel 2024 riguarda 2,4 milioni di famiglie, il 9,1% del totale, in leggero aumento dal 9% dell’anno precedente (2,36 milioni).
Si tratta di un record storico che rende il tema particolarmente rilevante, tanto più in questa estate caldissima, dove poter vivere in un ambiente raffrescato diventa un vero e proprio privilegio (ma lo stesso vale per il potersi riscaldare in inverno).

La situazione in Italia

Per povertà energetica, secondo la definizione dell’Oipe basata sulla Strategia Energetica Nazionale 2017/IEA, si intende la difficoltà ad accedere ai servizi energetici essenziali, come riscaldamento, illuminazione e acqua calda, senza dover sacrificare altre spese fondamentali. In termini più tecnici, riguarda chi non riesce ad acquistare un livello minimo di beni e servizi energetici oppure deve destinare all’energia una quota eccessiva delle proprie risorse economiche.
I dati dell’Osservatorio sono chiari: le famiglie italiane meno abbienti impiegano l’8-9% della propria spesa complessiva ai beni energetici, mentre quelle più benestanti solo il 3-4%. Le famiglie più colpite sono quelle con minori (11,4%, in aumento dello 0,8% rispetto al 2023 e sopra la media del 9,1%) e quelle straniere (oltre il 24%). Il fenomeno coinvolge 1,1 milioni di bambini, in riduzione del 5% rispetto all’anno precedente. A livello territoriale, l’Oipe registra una maggior concentrazione del problema nelle periferie e nei piccoli centri.
Quanto alla ‘mappa’ della povertà energetica, in Italia c’è una forte variabilità regionale, dal 5% del Lazio al 18,1% della Puglia, con aumenti recenti in Sardegna (+2,8%), Piemonte (+2,3%), Umbria (+1,6%). Calo invece per Basilicata (-3,7%), Campania (-1,8%) e Calabria (-1,7%). La quota di famiglie interessate dal fenomeno aumenta nelle Isole (+0,8%) e nel Nord Ovest (+0,7%), mentre si riduce di quasi 1 punto percentuale nel Sud e rimane invariata nel Centro e nel Nord Est.

In Italia bollette tra le più care d’Europa

Il problema è l’elevato prezzo all’ingrosso dell’elettricità in Italia, che secondo il Rapporto Italia Rinnovabile 2026 di Legambiente è pari in media a 130,5 €/MWh, a rendere più onerose le bollette per famiglie e imprese. Per fare un confronto, che poi approfondiremo, gli spagnoli pagano in media 42,5 €/MWh, quasi due terzi in meno. L’associazione ambientalista sottolinea la distanza con gli altri Stati europei: Paesi Bassi 100,08 euro/MWh, Germania 99,85 euro/MWh, Francia 70,42 euro/MWh. Ma perché questo divario?

Legambiente lo spiega così nel report, realizzato con il contributo di Statkraft Italia e FERA: sono le tecnologie pulite a fare la differenza. L’Italia infatti, spiega l’associazione, dipende ancora troppo dai fossili ed è in ritardo sull’obiettivo rinnovabili 2030: una combinazione che si riflette sul costo delle bollette. Per questo, continua, le fonti pulite sono alleate decisive per contrastare allo stesso tempo la crisi climatica e la povertà energetica, oltre che per portare benefici ai territori.

Il caso Spagna: bolletta ‘leggera’

Che le rinnovabili funzionino lo dimostra il caso della Spagna, dove il gas incide sui prezzi all’ingrosso dell’energia elettrica solo per il 15% delle ore contro l’89% dell’Italia, che rimane dipendente da questa fonte, dalle importazioni e dagli shock geopolitici. Per ulteriore confronto, in Olanda il gas incide per il 42% e in Germania del 40%. Legambiente sottolinea che il Paese iberico negli ultimi 5 anni ha investito massicciamente nelle energie pulite, che ora coprono circa il 60% dei consumi, e ora gode, come visto, di prezzi tra i più bassi in Europa.
Contano anche il mix energetico e i ritmi di crescita: tra il 2020 e il 2025, segnala ancora il report, la produzione elettrica da fonti rinnovabili in Spagna è cresciuta del 41,9%. Nello stesso periodo, la crescita delle rinnovabili in Italia si è fermata al 10%. Più in generale, il settore delle rinnovabili in Italia cresce complessivamente solo del 6%, un ritmo molto inferiore rispetto al 47% del Paese iberico.

Cos’è il prezzo zonale

Un altro aspetto importante che spiega i costi per l’Italia è l’applicazione solo parziale del prezzo zonale. Si tratta di un sistema per cui il prezzo dell’elettricità viene calcolato in una specifica area geografica del mercato elettrico, in base a quanta energia viene prodotta e consumata localmente e alla capacità della rete di trasportarla, invece di applicare a tutti un unico prezzo nazionale medio.
Per Legambiente il meccanismo potrebbe agire come strumento di equità territoriale, “riducendo i costi energetici per famiglie e imprese nei territori con una maggiore diffusione delle rinnovabili, delle reti e degli accumuli”. Oggi alcune aree, in particolare nel Mezzogiorno, ospitano una quota rilevante di impianti eolici e fotovoltaici, ma i vantaggi dei prezzi locali più bassi vengono diluiti nel prezzo medio nazionale. Con il prezzo zonale, una parte del beneficio economico della produzione locale potrebbe restare nel territorio, alleggerendo le bollette e compensando in parte i costi e l’impatto degli impianti energetici.

Va detto che il sistema non eliminerebbe però automaticamente tutte le disparità: il risultato dipenderebbe dalla quantità di energia prodotta, dalle congestioni della rete, dagli investimenti nelle infrastrutture e da come il prezzo zonale verrebbe concretamente trasferito ai clienti finali.



Rinnovabili contro la povertà energetica: buone pratiche

Questi i problemi, le rinnovabili come soluzione. Per renderla concreta, il report Legambiente propone 11 buone pratiche, mappate insieme a Italia Rinnovabile, che mostrano i benefici reali in termini di occupazione, rigenerazione urbana e riduzione dei costi per le famiglie.
Tra i casi riportati, segnaliamo quello di Torre San Rocco (Abruzzo), dove un percorso di partecipazione ha garantito ai residenti benefici diretti, tra cui contratti di fornitura elettrica a prezzo agevolato. O quello di Trino Vercellese (Piemonte), dove sul sito di una ex centrale nucleare è sorto un parco solare da 87 MW che ha coinvolto i cittadini tramite il crowdfunding, permettendo ai residenti di investire nel progetto ricevendo una remunerazione sul capitale. Ancora, a Lacedonia (Campania) un vecchio stabilimento è stato trasformato in un hub dell’eolico per la manutenzione e rigenerazione di componenti, creando occupazione per 50 giovani con un’età media di 28 anni.

Da notare poi che alcuni territori usano i proventi delle rinnovabili per sostenere le famiglie in difficoltà. Avviene a San Sostene (Calabria), dove le royalties del parco eolico finanziano il welfare comunale, inclusi il servizio scuolabus gratuito e il 50% del costo della mensa, con esenzioni totali per famiglie numerose o in situazioni di fragilità (separati/divorziati); a Buddusò e Alà dei Sardi (Sardegna), il parco eolico terrestre più grande d’Italia versa circa 1 milione di euro l’anno ai due Comuni, fondi utilizzati per abbattere le rette dell’asilo, costruire impianti sportivi e gestire 70 km di viabilità montana; a Pontinia (Lazio), dove un progetto agrivoltaico ha creato opportunità di lavoro per persone in condizioni di svantaggio e disabilità.

La connessione rinnovabili-benefici per il territorio non è solo italiana. Per tornare alla Spagna, Legambiente cita il caso dell’impianto solare di Statkraft, in provincia di Cádiz, dove la dimensione sociale è stata integrata fin dalle fasi iniziali di sviluppo. Durante i 16 mesi di costruzione sono state impiegate 450 persone, di cui 208 residenti nei comuni direttamente interessati. A supporto dello sviluppo locale, è stato anche attivato un Piano di Intervento Sociale quinquennale con il Comune di San José del Valle focalizzato su istruzione, alimentazione e benessere.

Anche in Italia qualcosa si muove, ma lentamente

Le buone pratiche segnalate dal Report indicano che le cose si muovono anche in Italia. Non tutto è negativo, infatti, sottolinea Legambiente: nel 2025, la produzione da fonti pulite lungo lo Stivale ha raggiunto il 41,1% dei consumi elettrici italiani, trainata da una crescita record del fotovoltaico che nel 2026 è arrivato a quota 44.878 MW, pari al 53,9% del totale delle rinnovabili, e ha superato l’idroelettrico (dati Terna). Il sorpasso delle fonti fossili, attestate al 43,8%, è vicino.
Ma non immediato. Legambiente sottolinea che l’Italia è in ritardo sull’obiettivo rinnovabili 2030, per burocrazia e scarsa volontà politica. Il Bel Paese a fine marzo 2026 ha raggiunto appena il 33,2% dell’obiettivo complessivo 2030. Mancano ancora all’appello 53.469 MW e, continuando con la media di installazione mantenuta tra il 2021 ed il 2025, il Paese rischia di arrivarci tra 10,7 anni, con ben 5,7 anni di ritardo.
In pratica, per centrare il traguardo, l’Italia deve raddoppiare il ritmo delle installazioni.

Come fare? Le 15 proposte di Legambiente

Legambiente ha formulato 15 proposte rivolte al Governo per accelerare la decarbonizzazione, ridurre i costi in bolletta, e dunque la povertà energetica, e garantire il raggiungimento degli obiettivi al 2030. Sono raggruppate in 4 macro-aree: sbloccare gli iter autorizzativi (prevedendo più risorse, tempi certi e procedure efficienti); accelerare la transizione (più rinnovabili, più repowering, più investimenti sulla rete); ridurre i costi con il prezzo zonale, coinvolgere i cittadini (avviando anche una politica di riqualificazione degli edifici in linea con la direttiva EPBD sulle case green, con incentivi a tutte le famiglie, in primis a quelle più bisognose); contrastare la dipendenza dai combustibili fossili e potenziare i sistemi di accumulo. È, inoltre, fondamentale replicare le buone pratiche.

Il report critica invece i ‘bonus emergenziali’ temporanei, la detassazione del gas fossile e nuovi accordi sulle importazioni di gas, sottolineando che rinnovabili, elettrificazione dei consumi e autoconsumo sono le vie per stabilizzare e abbassare i prezzi nel lungo periodo (e di conseguenza ridurre la povertà energetica).

Cosa suggerisce l’Oipe

Anche l’Oipe ha le sue proposte. Da tempo l’Osservatorio chiede di unificare i bonus sociali elettrico e gas in un unico ‘bonus energia’, più semplice e riconoscibile, da erogare direttamente sul conto corrente del beneficiario secondo il modello dell’Assegno unico. L’importo dovrebbe essere calcolato in modo più equo, considerando non solo l’ISEE, ma anche la composizione del nucleo familiare e la zona climatica di residenza.
L’Oipe riserva poi particolare attenzione all’edilizia residenziale pubblica, dove vivono circa 690mila famiglie, di cui un quinto in povertà energetica, chiedendo un intervento massiccio di riqualificazione. L’Osservatorio propone inoltre politiche di contrasto più specifiche e su misura per i nuclei vulnerabili, quelli con minori e/o con referenti stranieri, insieme a una raccolta più dettagliata di dati sulle condizioni abitative in modo da costruire misure realmente aderenti ai bisogni dei cittadini.

Contro la povertà energetica, “occorre intervenire sul fronte delle politiche di contrasto per renderle più selettive ed efficaci”, ribadisce Luciano Lavecchia, economista dell’Oipe.

Svimez stima 73mila posti nel Mezzogiorno

Tra i vantaggi delle tecnologie pulite non ci sono solo bollette più basse, ma anche posti di lavoro che, a loro volta, possono contribuire a ridurre le difficoltà nell’accesso all’elettricità. A livello globale, nell’ultimo anno l’occupazione nel settore delle rinnovabili è cresciuta di oltre due punti percentuali, arrivando a 16,6 milioni, di cui 7,2 milioni nel settore del solare fotovoltaico, 2,6 milioni nel settore dei biocarburanti, 2,3 milioni in quello idroelettrico e 1,9 milioni in quello eolico.
Rispetto al totale, 1,86 i milioni di persone impiegate nel settore delle energie rinnovabili nell’Unione Europea, in crescita del 14% rispetto agli 1,64 milioni del 2022, con un incremento di quasi 230mila posti di lavoro in un solo anno.

Anche in questo caso è la Spagna a raccontare bene come le fonti rinnovabili possano contribuire a risolvere parte dei problemi sociali, con 230.100 occupati e una crescita record del 47% – quasi interamente trainata dal boom del fotovoltaico che fa aumentare i posti di lavoro di 73.800 unità – che la piazza al secondo posto nell’Unione Europea. Il nostro Paese si colloca terzo, con 228.900 occupati, 135.900 dei quali nel settore delle pompe di calore.
Uno studio Svimez stima che il raggiungimento degli obiettivi da fonti rinnovabili al 2030 possa portare, solo nel Mezzogiorno, alla nascita di 73mila nuovi posti di lavoro, di cui 15mila under 35, trattenendo sui territori competenze e conoscenze e fermando il trend delle migrazioni che tra il 2022 e il 2024 ha coinvolto, sempre secondo lo studio, oltre 106mila giovani.


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Simona Cetola

Simona Cetola

Laureata in Scienze Politiche, da anni è nel mondo dell’informazione dove si occupa di diversi temi, dall’economia alle tendenze della società fino alla situazione femminile. Appassionata, tra le altre cose, di viaggi, tennis e caffè, per News48 scrive di ambiente, partendo dall'idea che l'impegno di tutti può fare la differenza e che, oltre a tanti problemi, ci sono anche tante possibilità e tante soluzioni.

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