Prevenzione primaria, disuguaglianze quotidiane e il nuovo report ActionAid sulla violenza di genere in Italia.
Camilla si sveglia e si alza prima di tutti: prepara la colazione, le merende e i pranzi dei figli, sveglia i bambini, carica la lavatrice, controlla i loro compiti, li aiuta a vestirsi e a pettinarsi, firma le comunicazioni degli insegnanti prima di uscire per accompagnarli a scuola e poi andare a lavorare. È una routine talmente radicata da sembrare inevitabile, eppure porta con sé una domanda semplice: dev’essere per forza così?
In Italia ci sono milioni di donne come Camilla. Secondo ActionAid, il 74% si occupa ancora da sola dei lavori domestici, contro il 40% degli uomini. È un dato che racconta non solo un’abitudine, ma un modello culturale ancora forte nel nostro Paese: ciò che viene ripetuto ogni giorno diventa naturale, anche quando è ingiusto. Ed è proprio in questa normalizzazione quotidiana che si annida la radice delle disuguaglianze.
Le disuguaglianze domestiche non si impongono con la forza: si apprendono nell’amore, nell’idea che prendersi cura significhi sacrificarsi. Ma, allo stesso modo, possono essere disimparate e sostituite da nuove pratiche di condivisione, se la famiglia, la scuola, il lavoro e il linguaggio pubblico iniziano a raccontare un’altra possibilità. Alcuni segnali indicano che questa trasformazione è già in corso.
Negli ultimi anni, infatti, si sta ribaltando, seppur lentamente, l’immaginario tradizionale: i padri stanno iniziando a prendere più spazio nella cura. Secondo gli ultimi dati INPS, le richieste di congedo di paternità (obbligatorio e facoltativo) sono aumentate del 34% negli ultimi cinque anni. È un dato ancora lontano dall’equilibrio ideale, ma mostra una disponibilità nuova: quando gli uomini partecipano alla cura, il modello familiare si sposta e con esso si spostano anche le aspettative sociali.
Segnali di cambiamento: cosa ci dicono i Millennials
Tra i Millennials (nati tra il 1981 e il 1996) il divario domestico si riduce a soli 2,1 punti percentuali: una differenza minima rispetto alle generazioni precedenti, che, però, mostra come il cambiamento culturale sia possibile. Ma non è automatico: ha bisogno di politiche del lavoro più eque, congedi realmente condivisi e un immaginario pubblico che smetta di celebrare le donne multitasking e inizi a riconoscere il valore della redistribuzione del tempo e delle responsabilità.
Il nodo del welfare e la cura degli anziani
Anche nella cura degli anziani le asimmetrie restano: se ne occupa il 37% delle donne e il 33% degli uomini, mentre solo il 2% delle famiglie ricorre a figure retribuite per l’assistenza. È un dato che riflette un welfare ancora insufficiente, ma indica anche la direzione del cambiamento: quando l’assistenza è sostenuta da servizi adeguati, il carico familiare si equilibra e la libertà delle persone cresce. La comparazione europea aiuta a capire quanto contino le infrastrutture sociali.
Nei Paesi nordici – dove i “care services” sono parte integrante del welfare e prevedono assistenza domiciliare professionale, servizi per la disabilità diffusi e centri diurni pubblici – il divario di genere nella cura è tra i più bassi d’Europa. Lì non è il nucleo familiare a dover supplire: è lo Stato a garantire continuità e qualità dei servizi. Anche in Italia il Fondo Nazionale per la Non Autosufficienza ha registrato un aumento delle risorse, un segnale che indica la volontà di rafforzare i servizi territoriali. La strada è ancora lunga, ma questi investimenti mostrano che il cambiamento passa anche da scelte strutturali.
L’indagine: la vita delle donne oggi in Italia
Il nuovo report di ActionAid, “Perché non accada. La prevenzione primaria come politica di cambiamento strutturale”, fotografa con precisione la radice della violenza contro le donne: le disuguaglianze strutturali che attraversano ogni ambito della vita quotidiana, dalla casa ai trasporti, dagli spazi pubblici e culturali al mondo digitale. Ed è proprio questa lettura sistemica che apre a un’altra prospettiva: se la violenza ha radici culturali, anche la prevenzione deve essere culturale. Significa intervenire su ciò che accade prima (negli ambiti familiari, nei contesti educativi, nelle politiche pubbliche) e non soltanto dopo, quando il danno è già avvenuto. La ricerca, curata da Isabella Orfano e Rossella Silvestre con il supporto dell’Osservatorio di Pavia e di 2B Research, parte da una domanda semplice:
Che cosa significa vivere da donna in Italia, oggi, in una giornata qualsiasi?
Le risposte arrivano da un’indagine condotta su 1.801 persone rappresentative della popolazione italiana, e da due workshop con quasi 50 organizzazioni impegnate contro la violenza di genere.
Autonomia finanziaria: il primo terreno della libertà
Anche sul piano finanziario emerge una forte asimmetria: il 51% degli uomini gestisce da solo le finanze familiari, contro il 38% delle donne. Nell’Italia centrale e al sud il divario è massimo (60% uomini, 31% donne), mentre solo tra le Millennials cresce la tendenza alla gestione condivisa.
Questo dato ci parla di potere più che di denaro. La gestione delle risorse è, di fatto, gestione della libertà. Quando una persona non ha pieno accesso alle scelte economiche, non perde solo autonomia finanziaria: perde la possibilità concreta di scegliere, di dire no, di andarsene.
Riconoscerlo significa capire che l’indipendenza economica è uno dei primi terreni su cui si costruisce, oppure si limita, la libertà personale.

Le donne tra spazi pubblici e mezzi di trasporto
Eleonora, 16 anni, sale sul vagone del treno e scrive all’amica: “Ti avviso quando arrivo”. Non succede nulla, ma la paura resta. Il 65% delle giovani donne dichiara di sentirsi a disagio e impaurita sui mezzi pubblici.
La paura non è un’emozione privata, è un indicatore sociale: dice quanto uno spazio è accessibile, quanto è davvero pubblico. Se per metà della popolazione muoversi richiede strategie di difesa come non uscire da sola di notte, farsi accompagnare, cambiare percorso, significa che la libertà di movimento non è paritaria, è concessa.
Un dato colpisce più degli altri: il 25% degli italiani crede che una donna sia al sicuro solo se accompagnata. E questa convinzione è condivisa anche da molte donne.
La “sicurezza condizionata”, quella per cui una donna è tranquilla solo di giorno o se accompagnata, è una forma sottile di controllo. Dietro la retorica della protezione si nasconde il paternalismo come dispositivo culturale: non l’uguaglianza, ma la sorveglianza.
Significa che la società del controllo, per sopravvivere, non ha bisogno di forza: gli basta essere interiorizzato come norma.
Cosa succede negli spazi culturali e digitali
Solo la metà del campione intervistato ritiene che la cultura affronti le disuguaglianze di genere.
È il segno di un’offerta culturale ancora costruita su uno sguardo maschile, che esclude donne e giovani dalla rappresentazione del mondo. Quasi il 70% delle ragazze della Gen Z (i nati tra il 1997 e il 2012) si è sentita esclusa o svalutata nei contenuti culturali.
Se nei libri, nei film, nei musei, nei talk show le donne sono comparse, madri o muse, raramente protagoniste, la società impara che la loro voce è secondaria. La cultura, che dovrebbe liberare, finisce così per confermare la gerarchia. Nel digitale la dinamica si ripete, amplificata dagli algoritmi. Il 74% delle persone riconosce che i contenuti vengono personalizzati anche in base al genere.
Non è tecnologia neutra, ma intelligenza artificiale che rischia di replicare i pregiudizi umani.
Eppure, lo stesso spazio online è anche quello dove le giovani donne esercitano più consapevolezza, nominano la violenza, costruiscono reti. È il paradosso del digitale: luogo di disparità e di emancipazione insieme. Questo ci insegna che gli strumenti non sono neutri: dipende da chi li usa e con quale consapevolezza.

La legittimazione culturale della violenza
Uno degli aspetti più rivelatori emersi dal report riguarda la percezione stessa della violenza. Solo un terzo del campione (34%) dichiara di aver reagito o agito di fronte a episodi di violenza. Più della metà (57%) afferma di non aver mai assistito a episodi di questo tipo. Un dato che non racconta assenza di casi, ma difficoltà nel riconoscerli. Un quinto della popolazione, inoltre, giustifica il controllo sulla partner, il 26% ritiene accettabile la violenza verbale e il 13% non condanna quella fisica in ogni caso.
La violenza economica e quella psicologica vengono ancora tollerate da un quarto degli intervistati, soprattutto tra gli uomini giovani. Questo ci rivela una verità scomoda: la violenza non è solo un comportamento, è un’educazione. Non la riconosciamo perché l’abbiamo assorbita, perché la società ci ha insegnato che la gelosia è amore, che i toni alti e le liti sono carattere, che il perdono è virtù.
Eppure, leggere questi dati in chiave culturale permette anche di intravedere un punto di svolta: se la violenza si apprende, si può anche disapprendere. Se esiste un immaginario che la legittima, può esserne costruito uno che la contraddica, attraverso la scuola, i media, i linguaggi, le politiche pubbliche. Il riconoscimento è il primo passo della prevenzione.
Il museo del Patriarcato
Parallelamente alla ricerca, ActionAid ha lanciato il MUPA, Museo del Patriarcato, un’installazione immersiva allestita a Roma (Spazio AlbumArte, via Flaminia 122) dal 20 al 25 novembre 2025. La mostra proietta in un futuro ideale, il 2148, anno in cui, secondo il Global Gender Gap Report, l’uguaglianza di genere sarà finalmente realtà, per osservare il presente come un “passato archeologico”: gli stereotipi, le relazioni di potere, i gesti quotidiani legati al patriarcato diventano reperti da museo.
Tra le opere esposte: buste paga di colori diversi per uomini e donne, ante segnate da pugni che evocano il controllo familiare, specchi che riflettono frasi paternalistiche su ciò che una donna “può o non può fare”. È un’operazione narrativa che costringe a guardare ciò che spesso normalizziamo. Trasforma abitudini e frasi quotidiane in oggetti da museo, rivelandone l’assurdità. Mostra che il patriarcato non è un concetto astratto, ma un insieme di gesti, ruoli e oggetti.
E soprattutto ricorda un passaggio chiave: se oggi ci appaiono normali, è solo perché non abbiamo ancora imparato a chiamarli con il loro nome. Nonostante la proiezione al futuro, il museo nasce per denunciare la convinzione che il patriarcato non sia stato affatto superato. “Nel futuro che immaginiamo, è dove dovrebbe stare: chiuso in una teca di museo”, scrive ActionAid nella sua comunicazione. È una frase che ribalta lo sguardo: la teca non è un artificio narrativo, ma un monito. Il posto del patriarcato è nel passato, non nella nostra quotidianità.

L’uguaglianza come condizione di partenza
Il cuore del report di ActionAid è tutto in questa frase: “L’uguaglianza non è il traguardo, ma la condizione di partenza”. È da qui che si costruisce una società più sicura e più giusta. E alcuni segnali, anche se non sufficienti, mostrano che qualcosa sta cambiando: secondo l’European Institute for Gender Equality (EIGE), l’Italia nel 2024 ha ottenuto 69,2 punti su 100 nell’Indice europeo di uguaglianza di genere, con un aumento di 15,9 punti rispetto al 2010. È il miglioramento più ampio tra tutti gli Stati membri. Ma il progetto ActionAid ci ricorda anche che la violenza contro le donne (e non solo) non è un fatto privato: è un indicatore della salute democratica di un Paese. E anche su questo fronte emergono cambiamenti: secondo Eurostat, il divario nella durata della vita lavorativa tra uomini e donne è sceso da 8,9 anni a 4,3 anni nel 2023, grazie a una maggiore partecipazione femminile al lavoro. Sono progressi ancora fragili, ma mostrano la direzione. Con questa iniziativa ActionAid propone un approccio chiaro: la prevenzione primaria.
Significa intervenire nei luoghi dove si formano gli immaginari e le aspettative (scuola, famiglia, cultura, welfare, urbanistica, media, tecnologie) agendo prima che la violenza accada. Perché la violenza non nasce dal nulla: è una conseguenza politica delle disuguaglianze.
In questo quadro, il gender mainstreaming assume un ruolo decisivo. Integrare la prospettiva di genere in ogni scelta pubblica non è un tecnicismo, ma una forma di giustizia e un modo per evitare soluzioni parziali. L’Europa offre già esempi concreti: la Commissione Europea applica la gender mainstreaming come principio orizzontale nei bilanci e nelle politiche comunitarie, mentre in alcune regioni tedesche, come la Bassa Sassonia, progetti pilota hanno portato a destinare una quota significativa dei fondi strutturali europei a interventi progettati con indicatori e monitoraggio di genere. Sono casi che mostrano come l’integrazione sistemica della prospettiva di genere possa orientare scelte più eque e misurabili.
È questo che distingue i Paesi che cambiano da quelli che si limitano ad autoassolversi: la capacità di costruire sistemi che non si preoccupano di spegnere incendi, ma che progettano case che non prendano fuoco. La prevenzione primaria ci ricorda che la cultura non cambia solo con le sanzioni, ma con l’educazione, i modelli, le parole che scegliamo ogni giorno.
E la lezione più profonda è questa: la violenza non è un destino, è una cultura. E come ogni cultura può essere trasformata.
Perché non accada, serve una mentalità nuova: un impegno condiviso, politiche lungimiranti, narrazioni che non feriscono ma aprono. E una consapevolezza collettiva che riconosca nella libertà di ciascuno un bene comune, non un privilegio negoziabile.

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Mariangela è co-fondatrice del Constructive Network e ideatrice del progetto Giornalismo a Scuola. Per News48 racconta il mondo del gender gap, dei giovani e della scuola.
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