Il giornalismo costruttivo favorisce l’ottimismo realistico e la speranza attiva

“Ciao, come stai?” “Stamattina alla grande. Sono uscita di buon’ora e ho evitato di guardare i notiziari. La mia giornata è iniziata bene”.

Due signore si salutano, non lontano dal lungomare di Salerno, e io che intercetto questo breve dialogo non mi sorprendo affatto del suo contenuto. Del resto, viviamo tutti dentro un grande paradosso: non siamo mai stati così informati e, allo stesso tempo, così esposti alla sensazione che tutto stia andando male. Guerre, crisi economiche, cambiamenti climatici, conflitti politici, emergenze sociali, violenze, precarietà: il flusso delle notizie ci consegna ogni giorno una lunga sequenza di problemi che – chiariamolo subito – non sono inventati. Ma il modo in cui li raccontiamo può contribuire a costruire una rappresentazione del mondo più completa oppure più distorta, ed è qui che biologia e giornalismo rischiano di diventare una gigantesca macchina di amplificazione della negatività.

Non necessariamente per una scelta consapevole dei giornalisti, ma perché le notizie drammatiche catturano più facilmente l’attenzione, generano reazioni, discussioni, condivisioni, polarizzazioni. Le neuroscienze ce lo dicono in maniera esplicita: la nostra mente è naturalmente attratta da ciò che non funziona; è il cosiddetto bias di negatività: prestiamo maggiore attenzione ai pericoli, agli errori, alle minacce. Una caratteristica che ha avuto una funzione evolutiva importante, ma che nell’ecosistema informativo contemporaneo rischia di creare blackout.

Oltre il positivo

Il problema non è raccontare le cattive notizie. Il problema nasce quando le cattive notizie diventano l’unica rappresentazione possibile della realtà. Il giornalismo costruttivo nasce esattamente in questo spazio, non certo per sostituire il negativo con il positivo o per per mettere un fiore là dove c’è una ferita, e neanche per raccontarci che “andrà tutto bene” – ci pensano le good news a dare questo effetto.
Al contrario. Il suo primo compito è guardare il problema negli occhi, rappresentarlo in tutta la sua gravità, contestualizzandolo e aggiungendo dei dati a supporto. Ma per poi aggiungere una domanda fondamentale: “E adesso?” E’ qui che si affaccia quello che viene definito come ottimismo realistico, antidoto al cinismo (che ci dice: “Non cambierà nulla”) e all’illusione (che ci racconta che cambierà tutto, basta crederci): due posizioni che, se ci pensiamo, possono diventare forme di passività.

L’altra parte della storia

Il giornalismo costruttivo prova a stare lì in mezzo. Dice: questo problema esiste. È serio. Ha queste dimensioni, queste cause, queste conseguenze. Ma non è necessariamente qui tutta la storia. Esistono persone che stanno cercando soluzioni. Esistono esperienze che funzionano, almeno in determinate condizioni. Esistono innovazioni, comunità, organizzazioni, imprese, istituzioni e cittadini che stanno sperimentando strade diverse. Raccontarle non significa celebrare il lieto fine, ma aggiungere alla fotografia del problema anche una parte della realtà che spesso rimane fuori dall’inquadratura.

È la differenza tra pensare: “Il problema è enorme” e chiedersi: “Che cosa stanno facendo alcune persone per affrontarlo?”. La prima domanda informa, mentre la seconda, quando è sostenuta da dati, fatti e verifiche, può anche orientare.
Ed è qui che entra in scena un secondo concetto: la speranza attiva, che si esplica in tre passaggi: riconoscere la realtà, scegliere una direzione e compiere piccoli passi concreti.

Qualcosa si può fare

Cosa significa guardare la realtà se non evitare di nascondere le difficoltà, di minimizzare, di edulcorare? Se un territorio perde giovani, bisogna raccontarlo; se una competenza rischia di atrofizzarsi a causa dell’intelligenza artificiale, bisogna raccontarlo; se una comunità è attraversata da una dipendenza o da una nuova forma di disagio, bisogna raccontarlo. E, da qui, cercare una direzione, sapendo che non tutte le soluzioni sono buone soluzioni. Il giornalismo costruttivo verifica, contestualizza, mette a confronto, racconta anche i limiti e le condizioni necessarie perché un’esperienza possa funzionare, ma tutto ciò attiva un terzo fondamentale passaggio: mostrare che qualcosa si può fare. E spesso lo si fa non attraverso grandi rivoluzioni ma con un micro progetto locale, una scelta imprenditoriale, una scuola che sperimenta, un amministratore che cambia metodo, una comunità che si organizza, una persona che decide di ricominciare.

La speranza, in questa prospettiva, cambia forma: non è più una fiduciosa previsione sul futuro, ma una pratica del presente che incrocia la possibilità dell'”e”: Il problema c’è e qualcuno sta provando ad affrontarlo; la situazione è difficile e qualcosa sta cambiando; la soluzione non è ancora arrivata e possiamo studiare chi sta cercando di costruirla.



Cambiare il pensiero

Quella congiunzione è un piccolissimo cambio linguistico che produce una grande conseguenza culturale, in un periodo storico in cui siamo abituati a ragionare per contrapposizioni: bianco o nero, problema o soluzione, crisi o speranza, giornalismo che evidenza ciò che non funziona o quello che racconta ciò che funziona. Il giornalismo costruttivo dimostra che può invece abitare quello spazio intermedio, obbligando chi racconta a non fermarsi alla prima evidenza.

Forse è proprio qui che possiamo individuare una delle responsabilità più interessanti del giornalismo contemporaneo, che dovrebbe non soltanto raccontare che cosa è successo, ma aiutare a comprendere perché è successo, che cosa significa, che cosa possiamo imparare e quali possibilità esistono per affrontarlo.

Non significa trasformare ogni articolo in una lezione di buone pratiche e nemmeno trasformare il giornalista in un dispensatore di soluzioni. Significa semplicemente allargare il campo visivo. Nel raccontare la crisi del lavoro posso anche raccontare anche le competenze che stanno emergendo? Nel raccontare lo spopolamento dei territori, posso cercare anche le esperienze di chi prova a tornare in maniera vincente? Se ci rifletto, da queste domande costruttive sono nati due miei progetti editoriali che mi hanno regalato tante soddisfazioni: il podcast Lavoradio e il libro “Generazione Boomerang”.

La speranza attiva, in fondo, non dice “andrà tutto bene”, ma chiede “Che cosa possiamo imparare da ciò che sta accadendo?”, “Chi sta già provando a cambiare le cose?“, “Che cosa funziona, e in quali condizioni?“, “Quali sono i limiti di questa soluzione?“, “Qual è il prossimo passo possibile?“. Queste domande non rendono il giornalismo meno critico ma, semmai, più esigente, nel provare a vedere ciò che non va senza smettere di cercare ciò che può andare diversamente. Pensandoci, forse è questa una delle definizioni più semplici dell’ottimismo realistico. Ed è anche una buona chiave per capire che cosa è, oggi, il giornalismo costruttivo.


Aiutaci a darti il meglio dell’informazione.

Ci impegniamo ogni giorno per offrirti un’informazione di qualità: gratuita, indipendente e non profit. Il nostro obiettivo è poterti raccontare le storie di chi ha trovato soluzioni: partendo dai problemi ma focalizzando la nostra attenzione sulle risposte.


Vito Verrastro

Vito Verrastro

Giornalista freelance e manager della comunicazione di Potenza. Nel 2012 ha creato il format Lavoradio e fondato l’evento Jobbing Fest, premiato nel 2014 come uno dei tre migliori progetti italiani in tema di inclusione sociale dal Sodalitas Social Award. Autore del libro di successo Generazione Boomerang in cui sono raccolte storie di vincente e consapevole ritorno da parte di expat italiani.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *