I fiori colorati

Un bambino inglese, in un giardino di provincia, racconta a un compagno di poter cambiare il colore dei fiori.
Non è vero, non l’ha mai fatto.
Charles sta raccontando una bugia.
Il suo amico, colpito ma non persuaso, chiede se sia vero.
In quel momento, incalzato e desideroso di stupire, Charles crede che dire “sì” sia più semplice e vantaggioso che restare nel limite del “forse”.
Confesserà quell’episodio molti anni dopo, con una punta di disagio.

Quello stesso bambino, divenuto adulto, si troverà davanti a un’intuizione enorme.
E in quell’occasione farà il contrario rispetto a quel giorno in giardino.
Esiterà. Tornerà sui propri passi.
Metterà alla prova la sua idea per anni, anche quando avrebbe potuto imporsi e zittire il rumore.
Non era indecisione.
Aveva imparato ad abitare il dubbio, a non trasformare ogni intuizione in certezza solo perché nasce da noi.
Forse è proprio qui il coraggio più silenzioso.
Quell’uomo era Charles Darwin, uno dei colossi più imponenti della storia dell’umanità, non solo della scienza.
Colui che ci ha svelato i meccanismi evolutivi della natura e che avrebbe potuto concedersi gloria e autocelebrazione.

Perfino se avesse espresso molta arroganza, probabilmente gli sarebbe stata perdonata.
E invece si presenta a noi, dopo più di due secoli dalla sua nascita, con una valenza da antieroe che al giorno d’oggi risulta ancora più che necessaria.
Dubitare è spesso più utile che essere spregiudicati.
Diffidare delle proprie convinzioni è una delle cose più complicate da attuare.

Viviamo un tempo in cui la pressione ci obbliga a fornire immediatamente una risposta chiara a ogni cosa.
Fermarsi a riflettere non è concesso.
Ma il dubbio non è un lusso per anime raffinate.
È una pratica quotidiana.
È la pausa minima tra l’impulso a dire “sì” e la riflessione: “Aspetta, è davvero mio questo sì?”.
Quel secondo in più in cui scegli se andare avanti per inerzia o per convinzione.
Allora il dubbio non è più il rumore che disturba, ma uno spazio che protegge.
Non è un freno, è una forma di manutenzione della propria coscienza.
Forse non serve avere sempre la risposta pronta.
A volte basta concedersi la domanda giusta, e il tempo necessario per ascoltarla.
Forse è questa una delle caratteristiche più potenti per un Antieroe.

La vita di Darwin ne è stata un esempio lampante.
Nasce all’inizio del 1800 in una famiglia dove il padre è un medico e il nonno un naturalista e pensatore evoluzionista.
Verrebbe da dedurre che siamo al cospetto della classica situazione che accompagna il predestinato.
Charles, invece, abbandona medicina e provoca il giudizio impietoso del padre, che arriva a dirgli che sarebbe stato una vergogna per sé e per tutta la famiglia.

Eppure tiene botta.
Rifiuta una strada già definita, e probabilmente comoda, perché sente che non gli appartiene.
Le aspettative infrante da un figlio che ripudia la scienza medica, portano il padre a optare per una carriera da pastore anglicano.
Forse una scelta compensativa.
Lo iscrive a Cambridge dove il giovane studente scopre il fascino della storia naturale e della geologia.
Ancora una volta una deviazione dal percorso lineare previsto.

È durante il famoso viaggio sul Beagle, la nave che per cinque anni lo porterà in giro per il mondo, che si incomincia a intravedere il Charles che ci intriga.


Osservare prima di concludere.


Attraverso questa avventura giunge anche alle Galapagos, dove noterà le differenze degli organismi sulle diverse isole e in lui inizia a prendere corpo un’idea.
Ma non corre alle conclusioni, contiene il suo entusiasmo, perché l’evidenza non produce immediatamente la risposta.
Sarebbe troppo facile. Troppo comodo.
Sui suoi taccuini, dove abbozza un albero evolutivo, non leggiamo “Ho scoperto”.
Ma, davanti a una delle più grandi intuizioni destinata a cambiare la biologia, Darwin scrive un più tutelante e umile “I think”.

Leggendo Malthus, comprende il meccanismo della selezione naturale che, abbinato alle sue intuizioni, genera di fatto il nucleo pressoché definitivo della sua idea. È il 1838.
Qualche anno dopo, scriverà la sua teoria, ma non la pubblicherà.
Continuerà a raccogliere prove, confrontare, verificare e correggere.
Darwin non trasforma la sua intuizione in proclamazione. Addirittura si distrae, si fa per dire, investendo molto tempo nello studio di piccoli crostacei.

Non solo l’approfondimento sui Cirripedi fornirà elementi importanti sull’evoluzione delle specie, ma quegli otto anni regalano anche a noi una preziosa intuizione.
Ci mostrano il netto contrasto con la nostra fretta di avere sempre ragione.
Ragione a tutti i costi.
Anche se questo significa affossare gli altri per sostenere spasmodicamente il nostro ego.

Darwin attende.


Passano vent’anni e, seppur produca alcuni approfondimenti e saggi, la teoria rimane nel cassetto.
Durante questa lunga attesa, anche altri ricercatori fanno dei progressi in ambito evoluzionistico.
Uno di loro è il brillante scienziato Alfred Russel Wallace che gli invia un saggio. Darwin ne rimane stupito: qualcun altro è giunto alle sue stesse conclusioni.
Che fare?
A questo punto, a noi esseri super competitivi del ventunesimo secolo, verrebbe naturale proiettare questa situazione in un’immagine.
C’è un incrocio tra quattro strade, senza semafori né cartelli di precedenza.
Su ognuna di queste vie, con un sincronismo infernale, c’è un mezzo che corre verso l’incrocio: orgoglio, paura, correttezza ed ego.
La collisione risulta inevitabile e potenzialmente devastante.
Ma Darwin ha un asso nella manica.
Nella nostra scena ipoteticamente apocalittica, prenderebbe vita un vigile al centro dell’incrocio: il dubbio.
Darwin, infatti, riconosce il lavoro di Wallace che giunge, indipendentemente, a conclusioni molto vicine alle sue.
Il dubbio, ancora una volta, non lo paralizza: gli impedisce di trasformare la propria priorità in possesso esclusivo della verità.

Potessimo avere anche noi quel vigile di tanto in tanto.
Le ricerche dei due vengono così presentate congiuntamente alla Linnean Society da Lyell e Hooker.
Nel 1859 Darwin pubblicò On the Origin of Species.
Continuerà ad interrogarsi sull’evoluzione, estendendo le sue ricerche anche all’essere umano.

A questo punto sarebbe lecito pensare che fosse la natura dei suoi studi scientifici a spingerlo a convivere con il dubbio.
Una naturale conseguenza.
In realtà, leggendo la sua autobiografia, scopriamo che questo atteggiamento emerge in ogni ambito della sua vita. Anche quello più intimo.
Potremmo sorridere immaginandolo quando, prima di decidere se sposarsi, crea una tabella in cui suddivide i vantaggi del matrimonio, come la compagnia, i figli, qualcuno con cui invecchiare, e gli svantaggi, come la riduzione della libertà, meno tempo, costi e impegni.
Alla fine, dopo aver valutato entrambe le possibilità, scrive: “Marry, Marry, Marry”.
Si sposerà con Emma Wedgwood.

Quante volte abbiamo detto “sì” senza dubitare?
Non dico necessariamente su un altare.
Certo, a volte pensare molto e valutare tante variabili può togliere il vantaggio dell’istinto.
Farci perdere tempo.
Il rischio delle scelte di pancia è che poi cerchiamo di adattarci ad esse per orgoglio.
Costruiamo il percorso necessario per dire che avevamo ragione.
E a quel punto il dubbio diventa qualcosa da evitare.
Così risulta difficile accettare il significato del famoso aforisma di Bertrand Russell:
“Gli stupidi sono sicuri di sé, mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi”.

Può darsi che il nostro ego preferisca bollarlo come un buon alibi per gente senza palle.
Personalmente credo che serva molto più coraggio per dubitare di noi stessi che per convincerci di essere supereroi.

Attenzione però a non cadere nel tranello opposto.
Le domande possono diventare un modo elegante per rimanere intrappolati nell’ozio.
Il dubbio non deve trasformarsi in alibi, resa o passività.
Serve assertività.
Difendere le proprie convinzioni ma, nello stesso tempo, lasciare spazio alle evidenze contrarie e alle persone capaci di instillarci un dubbio intelligente.

Darwin, come ci racconta, innescava questo meccanismo in autonomia.
Dentro di sé apriva un dibattito, sottoponendo ciò che pensava ad un continuo contraddittorio.
Sapeva quanto fosse facile interpretare ogni segnale a sostegno delle proprie idee, perdendo obiettività.
Charles faceva il contrario: andava a caccia di ciò che avrebbe potuto smentire Darwin.
E lo trascriveva puntualmente sul suo taccuino.
La definiva una golden rule: annotare subito ogni fatto, osservazione o pensiero contrario alle proprie idee, perché era convinto che fosse più facile dimenticare ciò che le contraddiceva rispetto a ciò che le sosteneva.
Faticoso, certo, ma geniale.

Persino dopo la sua morte, Charles Robert Darwin sembra donarci un ultimo contrasto.
Viene sepolto nell’Abbazia di Westminster.
Proprio lui, un agnostico le cui teorie avevano messo profondamente in discussione le tradizionali letture della creazione.
Proprio lui che rifuggiva i dogmi per abbracciare il dubbio.
Proprio lui che alla fine ha dimostrato che i fiori si possono davvero colorare.

*L’Antieroe è una rubrica ideata e curata da Stefano Pigolotti

Stefano Pigolotti
Latest posts by Stefano Pigolotti (see all)

Stefano Pigolotti

Autore e giornalista pubblicista, con un percorso professionale costruito nel tempo tra impresa, management e formazione. Negli ultimi trent’anni ho maturato esperienze imprenditoriali nella consulenza aziendale e nel settore immobiliare. Ho ricoperto incarichi come fractional change manager in diverse società e sviluppato diversi percorsi formativi come mental coach professionista. Ho condensato queste esperienze in diversi lavori editoriali, più specificatamente nei tre rami del coaching: • Personal, con “Il tuo destino è sbocciare” • Business, con “Oltre l’azienda” • Sport, con “Gioca Facile” in collaborazione con Annalisa Biolghini A sostegno dei percorsi di cambiamento che promuovo nelle organizzazioni, ho recentemente co-firmato con Andrea Ziletti: • “ESG PER LE IMPRESE: il nuovo modo per crescere” un volume sull’importanza della sostenibilità come veicolo per un’imprenditoria visionaria e performante Percorsi diversi in contesti differenti, ma con un obiettivo comune: l’osservazione delle persone attraverso le loro attitudini e le loro fragilità, per favorire consapevolezza e generare valore condiviso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *