Dai “non luoghi” alla comunità

Tra attese, incontri e piccoli gesti, una pausa forzata che restituisce valore al tempo, alle relazioni e allo sguardo.

«Non mi piacciono le strade intorno a un pronto soccorso, popolate di un’umanità dolorante e un’altra in pausa forzata». Quando ho scritto questa frase nel mio ultimo romanzo, A volte è complicato (Giraldi editore), ero convinta di conoscere quei luoghi. Li avevo osservati da giornalista, immaginati da scrittrice, attraversati per accompagnare qualcuno. Non sapevo ancora che, di lì a poco, mi sarei ritrovata dall’altra parte: un giorno in pronto soccorso e ben cinque in ospedale.
La realtà, a volte, ha uno strano senso dell’ironia. In quei giorni ho pensato spesso a quella frase. Continuava a risuonarmi nella testa, ma con un significato diverso. Perché un pronto soccorso e un reparto ospedaliero non sono soltanto luoghi di dolore. Sono anche luoghi in cui il tempo cambia forma.

Fuori il mondo continua a correre. Le notifiche arrivano, il traffico scorre, l’estate riempie le piazze, qualcuno parte per le vacanze e qualcun altro si lamenta del caldo e c’è anche chi ti scrive «Beata te, almeno sei al fresco!». Dentro, invece, il tempo rallenta fino quasi a fermarsi. Si aspetta. Un esame. Una visita. Una terapia. Un referto. Non è un caso se il filosofo Blaise Pascal scriveva:  «Tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola cosa: dal non saper restare tranquilli in una stanza».

Poi lentamente è diventato altro

All’inizio quella sospensione ha spiazzato anche me. Del resto viviamo in un tempo che ci educa a correre. Ogni minuto deve essere produttivo, ogni pausa riempita, ogni attesa trasformata in un’occasione per rispondere a un messaggio, controllare una mail, organizzare il giorno dopo. Fermarsi sembra quasi una colpa. È stato così anche per me. Abituata a rincorrere le scadenze, scrivere articoli, prendere treni, organizzare viaggi e riempire le giornate fino all’ultimo minuto, quella pausa forzata mi è sembrata quasi una punizione. Poi, lentamente, è diventata altro. 

Ogni mattina il sole filtrava dalla finestra della stanza con una puntualità quasi impertinente e l’osservavo stando sdraiata in quel letto numero 73. Disegnava un rettangolo di luce sul pavimento, saliva lentamente lungo il muro, mentre dentro il reparto l’aria condizionata ricordava più novembre che luglio. Fuori c’era l’estate che amo, quella dei vestiti leggeri, del mare, delle città da esplorare. Dentro c’era un tempo diverso, che non avevo scelto ma che, in qualche modo, mi stava scegliendo. È stato allora che ho iniziato a guardarmi intorno davvero.

Le due compagne di stanza, perfette sconosciute fino al giorno prima, nel giro di poche ore avevano smesso di essere il letto accanto. Erano diventate donne con una storia, una famiglia, paure, speranze. Bastava una domanda: «Cosa hai da mangiare tu?», perché la stanza smettesse di essere una delle tante nel reparto di medicina interna e diventasse una piccola comunità. 

I “non luoghi” che abitiamo ogni giorno

In quei giorni ho ripensato spesso al concetto di “non luogo” elaborato dall’antropologo Marc Augé. Aeroporti, autostrade, centri commerciali: spazi di passaggio dove le persone si incrociano senza davvero incontrarsi. Un reparto ospedaliero sembrerebbe appartenere alla stessa categoria. E invece accade quasi il contrario. Nessuno desidera essere lì, ma proprio lì le relazioni diventano improvvisamente essenziali.

Anche il personale sanitario appare sotto una luce diversa quando lo osservi da vicino. Negli ultimi anni, quelli del Covid, li abbiamo definiti eroi, poi siamo tornati quasi a darli per scontati. La realtà, come spesso accade, è più complessa. Ho visto professionisti stanchi, costretti a ritmi che sembrano impossibili, ma capaci di conservare un’attenzione autentica verso le persone. Non servono gesti straordinari. Basta il modo in cui un’infermiera ti chiama per nome invece che per numero di letto, un’OSS che sistema un cuscino, una spiegazione data con calma quando la preoccupazione rischia di prendere il sopravvento. Attenzioni che, in un momento di fragilità, assumono un peso enorme.

E poi c’è un’immagine che continuerò a portare con me. Quella di una signora pronta per le dimissioni, 69 anni e la testa un po’ per aria. Ha raccolto le sue poche cose, senza neanche piegarle, e le ha riposte, in tutta fretta, dentro una grande busta rossa, di quelle che si usano per l’immondizia. Mi sono sorpresa a pensare che quella busta, nata per contenere ciò che si scarta, custodiva invece qualcosa di prezioso: una settimana di vita, la gioia di tornare a casa, la possibilità di ricominciare.

Il giornalismo costruttivo non chiede di raccontare una realtà migliore di quella che è. Chiede di raccontarla tutta. Anche quando i problemi sono evidenti, come quelli che attraversano ogni giorno la sanità pubblica, vale la pena soffermarsi su ciò che continua a tenere insieme il sistema e allenarsi a vedere anche ciò che funziona: le relazioni, la competenza, la cura, i piccoli gesti che raramente conquistano un titolo ma fanno la differenza nella vita delle persone. Osservare da vicino chi continua a fare bene il proprio lavoro restituisce fiducia. Non cancella i problemi del sistema, ma ricorda che i sistemi sono fatti, prima di tutto, di persone.

Quando sono uscita, il sole era lo stesso che avevo osservato ogni mattina dalla finestra. Eppure mi sembrava diverso e non solo perché l’ho sentito sulla pelle. Perché un po’ diversa lo sono anch’io. Non dovremmo aspettare che sia la vita a imporci una pausa per imparare a rallentare. Dovremmo concedercela prima. Per osservare di più, ascoltare meglio, accorgerci delle persone che ci siedono accanto.
Perché il tempo sospeso non è sempre tempo perduto.
A volte è quello che ci restituisce lo sguardo. 


Isa Grassano
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Isa Grassano

Collabora con le principali testate nazionali scrivendo di turismo, attualità, libri, personaggi e storie vere. Ha fondato il blog di viaggi al femminile Amichesiparte in cui racconta storie da tutto il mondo. Tiene corsi di formazione per giornalisti ed è autrice di libri. Uno spirito entusiasta sempre al lavoro su un nuovo libro di successo.

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