Data center più sostenibili? La risposta è nel software

I server durano molto più di quanto vengano usati. Per Emmanuel Becker, CEO di Mediterra, ottimizzare il codice, invece di comprare nuovo hardware, è la leva più trascurata per ridurre consumi energetici e rifiuti elettronici del digitale.

Negli ultimi mesi, i data center stanno entrando sempre più nel dibattito pubblico e nelle agende normative dei paesi europei. Il comparto industriale dei giganti del calcolo che alimentano la nostra vita online deve essere regolamentato, in particolare per le varie voci del suo impatto ambientale. Tra queste, ce n’è una ancora trascurata, perché non riguarda consumi o emissioni in loco, ma distribuiti lungo le catene del valore delle preziose apparecchiature informatiche che lavorano senza sosta al loro interno. Queste macchine vengono prodotte a ritmi minacciosamente intensivi. Gli operatori più lungimiranti stanno pensando a delle soluzioni a questa tendenza, che rischia di innescare una crisi di sostenibilità per il settore: concentrarsi sul migliorare i software – i programmi che elaborano i dati – anziché sull’hardware, i supporti materiali su cui i software girano. In questo modo, è possibile ridurre la pressione sulle cruciali materie prime che compongono lo scheletro della digitalizzazione.

Data center e rifiuti elettronici

I data center sono le infrastrutture preposte allo stoccaggio e al trattamento dei dati. Questi centri di calcolo, nel corso della seconda metà del Novecento, si sono moltiplicati e ingigantiti: prima solo nelle università, necessari per la ricerca scientifica; poi, con l’arrivo di internet e della prima ondata di digitalizzazione, gli si faceva spazio negli scantinati delle aziende; oggi, dal momento che quasi ogni aspetto della vita nei paesi ad alto reddito dipende da servizi digitali, i data center sono un comparto industriale in espansione crescente.

Sono ingombranti non solo fisicamente, ma anche dal punto di vista dell’impatto ambientale. Consumano molta energia, il suolo che occupano e, in certi casi, acqua per i loro sistemi di raffreddamento. Inoltre producono molti Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (RAEE; in inglese e-waste). Secondo il Global E-Waste Monitor delle Nazioni Unite, nel 2022 sono state generate 62 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici – una quantità che dal 2010 è cresciuta di quasi il doppio – e la traiettoria non accenna a invertirsi: si prevede che entro il 2030 questa cifra superi gli 80 milioni di tonnellate. Di tutto questo volume, appena 14 milioni di tonnellate vengono documentate come correttamente raccolte o riciclate. Le restanti 48 milioni finiscono in discarica, vengono disperse nell’ambiente o spedite illegalmente verso i paesi in via di sviluppo.

La corsa all’hardware dei data center

I data center contribuiscono in modo significativo al problema dei rifiuti elettronici: il ritmo dell’innovazione nel settore spinge molti operatori a sostituire server e componenti hardware ogni 3-5 anni, non perché siano guasti, ma perché considerati obsoleti. Tali componenti, però, durano molto più di quanto vengono utilizzati.

Uno studio di Service Express su oltre 500.000 dispositivi dimostra che i server e i sistemi di storage mantengono tassi di guasto inferiori allo 0,5% anche dopo 10-15 anni di operatività, senza alcun aumento significativo dei guasti nemmeno nei periodi di utilizzo intenso. I sistemi di storage mostrano una longevità particolarmente notevole, con tassi di guasto compresi tra lo 0,1% e lo 0,2% anche dopo cinque anni di operatività continua. Anche altre componenti di alto valore (come GPU e apparati di rete) conservano un significativo valore operativo ben oltre i cicli di vita standard. Eppure i data center continuano a investire milioni in cicli di aggiornamento non necessari: questi upgrade non sono dettati da un reale degrado delle prestazioni, ma dalla scadenza delle garanzie e dalla pressione commerciale dei produttori, ansiosi di vendere la generazione successiva.

Il divario tra l’effettiva affidabilità dell’hardware e le pratiche di sostituzione del settore sta creando una crisi di sostenibilità. RAM, CPU, schede madri e drive contengono materiali preziosi: oro, argento, palladio, terre rare come disprosio, neodimio e ittrio, oltre a materie prime critiche come gallio, indio e tungsteno. Renderle rifiuto a ogni ricambio di hardware è un’enorme perdita economica e un danno ambientale dalle ramificazioni lunghe e fitte. L’intelligenza artificiale generativa rende il quadro ancora più complesso: i server impiegati nella fase di addestramento dei modelli non possono essere riqualificati per altri usi una volta completato il processo, e devono quindi essere rimpiazzati. Uno studio pubblicato su Nature stima che la sola IA generativa potrebbe produrre tra 1,2 e 5 milioni di tonnellate di RAEE all’anno fino al 2030.

Il peso di un software inefficiente: la visione di Emmanuel Becker, CEO di Mediterra

Emmanuel Becker è CEO di Mediterra DataCenters, operatore attivo nello sviluppo di infrastrutture digitali nel Sud Europa. La strategia dell’azienda punta alla realizzazione di data center regionali ad alte prestazioni, progettati per migliorare la resilienza digitale dei territori e ridurre l’impatto ambientale delle infrastrutture informatiche: obiettivo perseguito attraverso maggiore efficienza energetica e ottimizzazione dei processi software.

Il software è un attore silenzioso e in ombra di questa scena, ma molti degli avvenimenti più vistosi vi ruotano attorno. Ad esempio, «parlando di consumo energetico – nota Becker – al centro degli alti consumi dei data center c’è il codice inefficiente». Molti servizi digitali funzionano su software stratificati nel corso degli anni, costruiti a livelli sovrapposti su sistemi molto più vecchi, con il risultato di applicazioni pesanti, ridondanti e difficili da ottimizzare. Un singolo algoritmo inefficiente, replicato su migliaia di server, può sprecare megawatt di energia. Al contrario, un software ben ottimizzato può dimezzare il consumo energetico. Questo vale per le applicazioni più complesse, ma anche per operazioni basilari come mandare un file in stampa. «Se per stampare un documento servono sei cicli di software quando se ne potrebbe usare uno solo, significa utilizzare sei volte la CPU invece di una sola – dice Becker – L’efficienza del codice cambia drasticamente il consumo energetico».

Quello che sappiamo, oggi, è che bastano a volte interventi minimi sul software per ottenere risultati sorprendenti. Un professore dell’Università di Waterloo ha scoperto inefficienze nel modo in cui Linux elabora il traffico di rete: modificando circa 30 righe di codice del sistema operativo, è possibile ridurre il consumo energetico dei data center fino al 30%. Un risultato che nessuna sostituzione di hardware avrebbe potuto ottenere con la stessa rapidità e a costi paragonabili. Secondo Becker, è questo il motivo per cui «le aziende devono investire in ricerca e sviluppo sui processi. Noi l’abbiamo fatto nel nostro data center di Roma: con la stessa tecnologia del precedente operatore, investendo sui processi e sugli esperti, abbiamo abbassato il consumo elettrico del 12%».

Il caso delle banche: servizi moderni su software degli anni ’70

L’esempio più emblematico di questa dipendenza strutturale dal software obsoleto viene dal settore bancario. «Le banche sono oggi aziende 100% digitali», dice Becker. «Io le chiamerei a tutti gli effetti digital provider: gestiscono pagamenti in tempo reale, app mobile, trading online e sistemi di autenticazione avanzata» . Eppure, sotto questa superficie digitale, gran parte dell’infrastruttura informatica poggia ancora su architetture e linguaggi sviluppati decenni fa. Molti sistemi bancari continuano a girare su COBOL, un linguaggio di programmazione progettato nel 1959 e adottato dalle banche nei primi anni ’70. A questo proposito Becker racconta: «Quando studiavo ingegneria informatica nel 1986, ci dicevano già di non studiare COBOL perché sarebbe sparito presto. Eppure oggi lo insegnano ancora, perché tutte le banche lo usano».

Le conseguenze sono concrete e documentate. Nel gennaio 2025, Barclays ha subito un grave blackout che ha bloccato mobile banking, pagamenti con carta e bonifici per oltre 20 milioni di clienti. Una revisione parlamentare britannica ha rilevato 158 guasti IT nelle banche tra gennaio 2023 e febbraio 2025, per un totale di 33 giorni di inattività cumulativa. Sul fronte economico, il quadro è altrettanto pesante: secondo il Nordic Fintech Magazine, il 64% del budget IT medio di una banca viene consumato semplicemente per tenere in funzione i sistemi obsoleti, invece di finanziare l’innovazione. Un paradosso che si auto-alimenta: più i sistemi invecchiano, più richiedono risorse per essere mantenuti, sottraendo investimenti proprio alla modernizzazione che servirebbe per uscire dal circolo vizioso.

Superare i sistemi legacy per uno sviluppo digitale lungimirante

Quello bancario è solo un caso che illustra la struttura dei cosiddetti sistemi legacy: architetture di programmi non concepite per le esigenze dell’attuale ambiente digitale veloce e interconnesso. La risposta più comune a questa inadeguatezza non è riscrivere il software, ma aggiungere potenza hardware. Nelle parole di Becker: «Invece che migliorare la bicicletta che ho, compro un’automobile, anche se non ne ho davvero bisogno». Un approccio che allevia il sintomo senza affrontare la causa del malessere. Inoltre, la maggior parte delle organizzazioni tratta questo come un problema tecnico di nicchia invece che ambientale: i team di sostenibilità misurano le emissioni degli edifici, ma non misurano l’efficienza delle operazioni digitali né le emissioni legate alla supply chain dell’hardware.

I dati confermano la portata del problema. Un report del Software Improvement Group evidenzia come il 37% dei sistemi costruiti su tecnologie legacy riceva una valutazione dell’architettura sotto la media – più di tre volte rispetto ai sistemi che usano tecnologia moderna – e produca aggiornamenti il 40% più lentamente. Si stima che entro il 2028 le organizzazioni che non modernizzeranno i propri sistemi potrebbero perdere oltre 57 miliardi di dollari. Si tratta, quindi, di una scelta economicamente irrazionale che viene perpetuata per inerzia e mancanza di incentivi a breve termine. Come sottolinea Becker: «Se una banca come Intesa Sanpaolo decidesse di innovare il proprio software, metterebbe in discussione tutta la sua architettura informatica. È un processo lungo, costoso e rischioso».

Per uno sviluppo digitale lungimirante e centrato sulle persone

La riduzione dell’impatto ambientale del digitale può passare da interventi mirati da parte delle organizzazioni. Come sottolinea Emmanuel Becker, il rinnovamento del software rappresenta una leva particolarmente efficace proprio perché riguarda un numero relativamente limitato di aziende: «Una sola azienda che migliora il proprio software può ridurre drasticamente l’impatto ambientale in termini di energia, emissioni e rifiuti. È molto più facile agire su un milione di aziende in totale, che su un miliardo di esseri umani che devono cambiare comportamenti, come per il caso della mobilità basata su combustibili fossili». In ultima analisi, aggiunge Becker, queste scelte apparentemente tecniche dipendono soprattutto dagli investimenti in ricerca e sviluppo, e innovazione di processo; il che significa, nelle persone che se ne occupano: «Sono gli esperti che, conoscendo i software, riescono a individuare dove intervenire per migliorarli. La grande differenza tra un’azienda più o meno ecocompatibile la fanno le persone».


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Davide De Gennaro

Davide De Gennaro

Laureato magistrale in Filosofia con esperienza editoriale come redattore e responsabile contenuti editoriali. Collaboro con varie testate online e con il WWF, curando articoli, format divulgativi e progettazione di contenuti. Mi occupo soprattutto di transizione energetica ed ecologica. Per passione, scrivo anche di musica.

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