La paura di non essere più necessari cresce con l’IA. Come possiamo trasformarla in un nuovo patto che ridefinisca il valore umano e professionale?
C’è chi la chiama ansia, chi smarrimento. C’è chi fa fatica a dormire la notte e chi prova sopraffazione. Immaginiamo questa scena, nella quale possiamo ritrovarci in molti. Un giornalista di cronaca nera ha raccolto tutte le informazioni che gli servivano per consegnare entro sera il suo pezzo, su una rapina avvenuta la mattina stessa.
Il tempo è pochissimo, la testa gli sta per scoppiare. Apre ChatGPT e il pezzo è pronto in 30 secondi. Pochi aggiustamenti per controllare dati e virgolettati ed eccolo lì: struttura in ottica SEO, un buon attacco, le informazioni al posto giusto. Può consegnare il pezzo in tempo e anche qualche minuto prima. Senza ChatGPT, però, ci avrebbe messo una o due in più e sarebbe stato in ritardo sui tempi.
Questo esempio molto concreto e quotidiano vale per qualsiasi altro professionista che lavori con le parole: divulgatori, blogger, content creator. Che si tratti di testi scritti, podcast o video, c’è una domanda che accomuna tutti: Se una macchina può fare tutto questo, allora io a che cosa servo?
Le basi concrete della paura di non essere più necessari
Non è solo questione di velocità. È l’idea che la nostra professionalità, le nostre competenze e la nostra esperienza, costruite con anni di studio e di lavoro, possano diventare improvvisamente replicabili. E che noi professionisti, di conseguenza, possiamo diventare inutili. Se chiunque può scrivere un articolo con una buona base di prompt design o se il pubblico non distingue i contenuti generati dall’intelligenza artificiale da quelli scritti con passione, allora che differenza fa se un articolo lo crea una persona o una macchina?
Queste non sono frasi buttate giù a caso per snocciolare degli aneddoti. Sono frasi che, con altre parole, ho sentito spesso pronunciare da giornalisti e giornalisti, blogger e tanti altri professionisti che lavorano nell’ambito della comunicazione e dell’informazione.
C’è un paradosso in questa paura. Mentre ci preoccupiamo di essere sostituiti da macchine, se proviamo ad andare un po’ più a fondo, scopriamo forse che quello che più ci spaventa è che molte delle nostre routine quotidiane erano in realtà già meccaniche e automatizzabili. Replicabili.
Quante volte abbiamo scritto un comunicato stampa con la stessa struttura? Quante volte abbiamo dovuto compiacere la SEO per farci trovare dai motori di ricerca, scrivendo a volte in modo un po’ forzato? Quante volte abbiamo assemblato informazioni che ci sono state date da altri, senza la possibilità di poterle rivedere e approfondire con il nostro spirito critico?
Sono forse domande un po’ scomode, ma ogni volta che ascolto queste preoccupazioni, colgo la stessa fragilità: abbiamo legato il nostro valore a una parte del lavoro che può davvero essere sostituita.

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Il punto di rottura
Ma davvero il nostro valore si misura in ciò che una macchina può replicare? In un testo ben scritto? Per carità, se siamo giornalisti o comunque creiamo contenuti, si spera che non solo sappiamo scrivere, ma anche che ci piaccia farlo. Ma se restiamo incastrati nella domanda: A che cosa servo io?, abbiamo già perso in partenza.
Le intelligenze artificiali non ci rubano nulla, se non siamo noi a volere che lo facciano. Però hanno di sicuro reso visibile che una parte del nostro lavoro era fatta – e lo è ancora – di routine, schemi e anche automatismi.
E allora forse il problema non è che l’intelligenza artificiale possa scrivere per noi, ma che noi pensiamo o abbiamo pensato che tutto si esaurisse in una scrittura accattivante, capace di coinvolgere lettori e ascoltatori.
Il giornalismo non è (soltanto) questo. È anche andare oltre la superficie, scavare dove altri si sono fermati, porsi domande che non erano state fatte prima. Ed è soprattutto costruire un rapporto di fiducia con le persone, per le quali dobbiamo scrivere e per le quali dobbiamo essere utili.
Ci sono fior di rapporti che evidenziano quante attività, che oggi sono svolte dai professionisti dell’informazione e della comunicazione, veranno automatizzate molto presto. Ma ciò non significa che il nostro lavoro sparirà: significa che cambierà. Ed è qui che si apre la rottura, oltre che un gap importante: tra chi vede solo il problema della sostituzione e chi riconosce la possibilità di una trasformazione e di una evoluzione del nostro lavoro, in meglio.
Proprio così: in meglio. Perché la differenza la farà l’approfondimento, la complessità, la pluralità di voci all’interno di un contenuto, l’evidenziare i veri problemi, anche quelli nascosti, ma anche il portare alla luce le soluzioni ai problemi stessi.
Un po’ la stessa trasformazione che hanno vissuto i fotografi con l’avvento del digitale, i musicisti con lo streaming, i librai con l’e-commerce. Non tutti sono sopravvissuti, ma chi l’ha fatto non si è limitato a resistere: si è reinventato.
Che cosa ci rende insostituibili?
Cominciamo allora a chiederci che cosa ci distingue, dalle macchine e anche dagli altri esseri umani. Ha senso fare, per esempio, un elenco di tutti i nostri punti di forza, come si fa con le to-do-list. Qualche esempio? L’intuito, il fiuto per la notizia. La scelta di seguire un’etica ben precisa, non soltanto uno stile. E la capacità di connetterti alle persone. O ancora, l’empatia.
Dobbiamo ammettere che la fiducia si costruisce con il tempo, cosa che a volte non abbiamo o non vogliamo avere, perché corriamo in una società che ci vuole sempre in affanno. Ci vuole veloci come le macchine. Siamo disposti a scegliere anche un un po’ di lentezza?
Verso un nuovo patto con l’IA
Se non si tratta di sopravvivere alle macchine, ma di ripensare noi stessi e il nostro lavoro, non possiamo che partire dal comprendere che cosa possa e che cosa non possa essere delegato. Che cosa valga la pena difendere e in che cosa invece possiamo lasciarci aiutare.
Un vero e proprio lavoro di visione prima, di selezione poi. L’importante è non limitarci a reagire, ma essere noi al timone. Avere una bussola, una traccia che ci aiuti a non perderci tra catastrofismo e ottimismo può essere la soluzione. Qualcosa che forse non è ancora nero su bianco, ma che molti di noi – giornalisti, divulgatori, creatori di contenuti e creativi – stanno cercando di disegnare.
Un vero e proprio patto con le macchine, un codice etico condiviso che non sacrifichi ciò che ci rende unici, ma che anzi lo esalti. E che ci renda trasparenti agli occhi delle persone alle quali vogliamo e dobbiamo connetterci in modo autentico.
*Teresa Potenza è la Responsabile dell’Osservatorio IA e Giornalismo del Constructive Network
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