L’Intelligenza Artificiale e la mappa del valore: il Sud del mondo partecipa

L’intelligenza artificiale ridisegna la geografia del valore. Mappe che un tempo seguivano miniere, petrolio e porti oggi passano da data center, cavi sottomarini, cloud, hub di annotazione. Se guardiamo bene, un’immagine chiara emerge: il Sud del mondo non è ai margini dell’AI, vi partecipa. Ma il ritorno non è uguale al contributo. Per questo è significativo l’articolo pubblicato su “Il Sole 24 Ore”, scritto da Gordon Mensah e intitolato “La geografia dell’intelligenza artificiale: il ruolo del Sud del mondo”, perché scardina la narrazione del “ritardo” strutturale e mostra il vero problema: una catena del valore sbilanciata, dove dati e lavoro arrivano dal Sud, mentre brevetti, capitali e standard restano concentrati altrove.

Mensah osserva che “l’Africa e il Sud globale non sono più ‘assenti’ dall’ecosistema dell’intelligenza artificiale (IA), ma vi partecipano attivamente. Il problema è che questa partecipazione non si traduce automaticamente in benefici proporzionati”. Da qui il “paradox of contribution without credit”: “un contributo sostanziale allo sviluppo dell’IA che non viene riconosciuto, né tantomeno remunerato adeguatamente”. Il rischio è chiaro: “l’IA, anziché colmare il divario digitale, finisca per riprodurre – e persino amplificare – le asimmetrie economiche e geopolitiche già esistenti”.

Cosa succede nel Sud del mondo?

La mappa dell’innovazione è sbilanciata: “i centri decisionali, i brevetti e i capitali restano concentrati negli Stati Uniti, in Europa e, sempre più, in Asia orientale”. Eppure “una parte cruciale del lavoro necessario allo sviluppo dell’IA viene svolta altrove”. In Asia orientale, “Cina, Giappone e Corea del Sud stanno investendo massicciamente… nella Physical AI”, integrando intelligenza artificiale e manifattura avanzata, “con l’obiettivo di trasformare interi settori produttivi”. Qui si parla di “specializzazione ad alto valore aggiunto: progettazione, sviluppo hardware, controllo delle filiere industriali e creazione di standard tecnologici”. Paesi che “non si limitano a ‘nutrire’ l’IA, ma la governano e ne catturano i benefici economici”.
Il Sud del mondo, “e in particolare l’Africa, si colloca invece in una posizione molto diversa, partecipando prevalentemente alle fasi a minor valore aggiunto della catena: raccolta dati, annotazione, moderazione dei contenuti. Attività essenziali, ma spesso invisibili e scarsamente remunerate”. Non è un caso, ma “riflette dinamiche storiche di dipendenza economica, ora trasposte nel dominio digitale”.

Due i canali principali descritti: “il lavoro umano necessario all’addestramento degli algoritmi… gli annotators, impiegati da grandi aziende tecnologiche per classificare immagini, trascrivere testi e filtrare contenuti”, spesso “precari e sottopagati”; e la “fornitura di dati”. Secondo il World Economic Forum, “l’Africa sta emergendo come una delle principali fonti di dati per l’addestramento dell’intelligenza artificiale. Questi dati si riferiscono a diverse tipologie – sanitarie, agricole,climatiche, finanziarie, biometriche – e il loro valore è enorme, perché consentono di sviluppare modelli più accurati e adattabili a contesti diversi”.


Francesco Pira

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Sociologo saggista e giornalista, è professore associato di Giornalismo Web e Comunicazione Strategica presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina, dove è Direttore del Master in “Esperto della Comunicazione Digitale” e Delegato del Rettore alla Comunicazione. 

Le sue riflessioni toccano temi importanti per la nostra società: il mondo digitale, i giovani, l’informazione.


Ripensare il modello di governance dell’intelligenza artificiale

Qui Mensah pone il nodo politico: “Come nel caso delle risorse naturali, il rischio è che i paesi del Sud del mondo si limitino a esportare materia prima – in questo caso dati grezzi – senza sviluppare le capacità industriali e tecnologiche necessarie per trasformarla”. Si configura “una vera e propria commodification of data: i dati diventano una commodity scambiata su mercati globali, il cui valore viene catturato principalmente dagli attori che controllano le infrastrutture tecnologiche e gli algoritmi”. La conclusione è un invito a cambiare rotta: “Se il Sud del mondo continuerà a essere confinato al ruolo di fornitore di dati e manodopera a basso costo, il rischio è quello di una nuova forma di dipendenza digitale”. Per evitarlo “sarà necessario ripensare il modello di governance dell’intelligenza artificiale, promuovendo maggiore equità nella distribuzione dei benefici, investimenti nelle capacità locali e un reale riconoscimento del contributo dei paesi del Sud globale”. Altrimenti “la promessa dell’IA rischia di trasformarsi in un’altra occasione mancata”.

La fotografia offerta da Mensah è preziosa perché sposta lo sguardo dalla retorica del “digital divide” come mancanza al tema della “filiera del valore” come distribuzione sproporzionata.  Byung-Chul Han, filosofo e saggista sudcoreano, descrive una società orientata all’ottimizzazione e alla prestazione. Applicato all’AI, questo impulso finisce per cancellare ciò che resta dietro le quinte del risultato finale: le ore delle persone che moderano i contenuti, chi ripulisce i dataset, i territori da cui provengono dati ambientali e sanitari, e le condizioni reali in cui quel lavoro digitale viene svolto.

Mancano visibilità, compensi adeguati e voci nelle decisioni

Per Luciano Floridi viviamo dentro un “mondo delle informazioni”. Se questo mondo è in mano a pochi che hanno potenza di calcolo, grandi basi di dati e i modelli, l’accesso per tutti diventa controllo concentrato in poche mani.
C’è un punto da chiarire. Il “contributo senza credito” descrive situazioni in cui persone, comunità o territori offrono qualcosa di essenziale all’AI — lavoro di annotazione e moderazione, dati ambientali o sanitari, tempo e competenze — ma non ricevono un ritorno proporzionato. Mancano visibilità (nessuno li cita), compensi adeguati (il pagamento è minimo rispetto al valore creato) e voce nelle decisioni (non partecipano a come verranno usati dati e modelli). Non è inevitabile: dipende da scelte e può essere corretto con vere politiche industriali dell’informazione che muovano insieme infrastrutture, regole e competenze.

Sul versante infrastrutturale, l’obiettivo è rendere accessibili a costi sostenibili servizi di cloud e potenza di calcolo per scuole, università e piccole imprese del Sud globale, costruire data center efficienti e ben interconnessi e garantire connettività stabile. Sul piano delle regole, servono contratti equi per chi annota e modera, standard di tracciabilità dei dataset con origine e condizioni d’uso chiare, un riconoscimento economico del valore dei dati grezzi e dei metadati e meccanismi di condivisione dei ricavi quando archivi pubblici locali alimentano prodotti commerciali.

Infine, sul fronte delle competenze, occorre attivare percorsi di formazione locale (data engineering, MLOps, sicurezza, audit degli algoritmi), creare partnership tra atenei del Sud e laboratori internazionali e sostenere “hub di innovazione” capaci di trasformare i dati in servizi per sanità, agricoltura e finanza inclusiva.


Francesco Pira

Francesco Pira

Siciliano che ama definirsi nordafricano perché è cresciuto ed ama tantissimo la sua città d’origine Licata, in provincia di Agrigento. Professore Associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e insegna Teorie e Tecniche del giornalismo digitale, Social Media e Comunicazione d’Impresa, Giornalismo Sportivo nel Corso di Laurea Triennale e Giornalismo Digitale nel Corso di Laurea Magistrale presso il Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne, e Tecniche Comunicative in Sanità Pubblica nel Corso di Laurea in Tecniche della Riabilitazione Psichiatrica presso il Dipartimento Dipartimento di Scienze Biomediche, Odontoiatriche e delle Immagini Morfologiche e Funzionali, BIOMORF dell’Università degli Studi di Messina. E’ stato nominato nel 2025 componente del Comitato Scientifico dell’Intergruppo Parlamentare sul Digitale presieduto dall’on. Naike Gruppioni. Sempre nel 2025 è entrato a far parte di un gruppo per un importante progetto di ricerca sulla Famiglia Digitale del Centro de Investigation Social Applicada dell’Università di Malaga (Spagna). A marzo 2024 è stato nominato Presidente della branch Comunicazione Media e Informazione dii Confassociazioni, di cui era stato Vice Presidente e dal giugno 2020 è Presidente anche dell’Osservatorio Nazionale sulle Fake News. Insegna in Master universitari e in corsi destinati a docenti e dipendenti pubblici. E‘ componente del Collegio dei Docenti del Dottorato in Scienze Politiche dell‘omonimo Dipartimento dell’Università di Messina. Collabora come Docente del Corso di Corporate Communication del Corso di Baccalaureato in Advertising e Marketing dell’Istituto Universitario Salesiano di Venezia e Verona aggregato all’Università Pontificia Salesiana. E’ Visiting professor presso l’Università Re Juan Carlos di Madrid in Spagna e Docente Erasmus presso l’Università Marie Curie di Lublino in Polonia. Membro del Comitato Accademico del Observatorio Euromediterráneo de Democracia y Espacio Público de la Universidad Rey Juan Carlos (Madrid). E’ stato Coordinatore e Responsabile Scientifico per l’Italia, fino al giugno 2023, del Progetto OIR, sulla didattica inclusiva – Erasmus + (Open Innovative Resources) finanziato dall’Unione Europea che vede insieme le Università di Lublino (Polonia), Oviedo (Spagna) e Messina. Visiting Marie Curie Staff Member presso il Center for Social Science, Tiblisi (Georgia), nell'ambito del Progetto SHADOW (MSCA-RISE call H2020-MSCA-RISE-2017. E‘ stato Direttore del Master in Esperto della Comunicazione Digitale nelle PA e nell’Impresa. Saggista è autore di oltre 80 tra monografie, contributi in volumi e articoli scientifici (in italiano, inglese e spagnolo). . È condirettore della rivista Addiction & Social Media Communication e fa parte del comitato scientifico di riviste scientifiche e convegni, in Italia e all'estero. Nel giugno 2008 per l’attività di ricerca e saggistica è stato insignito dal Capo dello Stato, on. Giorgio Napolitano, dell’onorificenza di Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Nel corso della sua carriera gli sono stati conferiti numerosi riconoscimenti. Ha intrapreso una battaglia personale con il bullismo, il cyberbullismo, il sexting, le fake news e la violenza sulle donne. Su questi temi ha svolto ricerche e tenuto seminari in Italia e all’Estero per studenti, docenti e genitori. Il quotidiano Avvenire l’ha definito uno dei maggiori analisti italiani del fenomeno Fake News. E stato dall’ottobre 2023 al febbraio 2025 Garante dei Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Comune di Realmonte (Agrigento) ed è attualmente Presidente della Commissione Toponomastica del Comune di Licata (Agrigento). Giornalista scrive tutte le domeniche la rubrica PIRATERIE nelle pagine culturali del quotidiano La Sicilia e firma il Video Editoriale settimanale sul giornale on line Scrivo Libero. Collabora con la rivista I LOVE SICILIA, il quotidiano statunitense IL NEWYORKESE, e con le testate News 48, Lo Spessore e Voce dello Jonio e i blog Il Salto della Quaglia e Il Gustosino. E' opinionista per il portale nazionale dell'UCSI (Unione Cattolica Stampa Italiana) e dell'emittente nazionale Cusano Tv con interventi puntuali nel corso della trasmissione Psiche Criminale.

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