470 donne hanno fatto chiudere una discarica in India
Ti racconto una storia di quelle che ci piacciono: parla di una città indiana che non ha più una discarica. Ci sono voluti 10 anni e 470 donne.
Ambikapur è una città di circa 200.000 abitanti nello stato indiano del Chhattisgarh. Fino al 2015 il suo problema era identico a quello di migliaia di città di medie dimensioni nel mondo: una discarica da sedici acri, stracolma, a pochi chilometri dal centro. Oggi quella discarica non esiste più. Al suo posto c’è un parco, diventato meta turistica.
La storia – raccontata dal giornalista Vivek Gupta – comincia nel 2014, quando l’allora funzionaria distrettuale Ritu Sen decide di affrontare il problema in modo diverso da come si era sempre fatto: non con un impianto centralizzato più grande, ma con una rete capillare di piccoli centri di quartiere. Il progetto, ispirato dal lavoro dell’esperto di sanificazione C. Srinivasan, parte come pilota in diciassette zone della città e viene poi esteso a tutti i quarantotto quartieri.
Il sistema funziona così
Ogni famiglia separa i rifiuti in casa, dividendoli in scatole rosse per l’inorganico (carta, plastica, vetro, cavi elettrici) e verdi per l’organico (avanzi di cibo, scarti vegetali). Persino i rifiuti sanitari hanno una procedura precisa: vanno avvolti nella carta e depositati nella scatola rossa per lo smaltimento permanente.
Le 470 donne, organizzate in gruppi di mutuo aiuto e in gran parte provenienti da fasce sociali marginalizzate, raccolgono porta a porta ogni mattina, portano il materiale nei diciannove centri di quartiere e lo smistano in oltre cento categorie diverse. L’organico diventa compost, l’inorganico viene rivenduto a chi recupera materiali da riciclo. Quello che non si può riciclare né compostare finisce come combustibile nei cementifici della zona. Questa è l’unica parte del flusso che esce dal perimetro della città.
Il risultato: il 90% dei rifiuti raccolti ogni giorno viene smistato nella stessa giornata, e la città – la prima in India a riuscirci – non manda più nulla in discarica.
Le donne, federate in una cooperativa registrata, percepiscono oggi uno stipendio mensile fisso, dopo anni senza alcun reddito stabile. Il sistema si autofinanzia attraverso una tariffa di utenza differenziata( più bassa per le famiglie, più alta per negozi, hotel e strutture ricettive) e attraverso la vendita dei materiali riciclabili, generando un’entrata stabile per il comune invece di un costo.
Dieci anni dopo…
Vicino alla stazione degli autobus è nato anche un “garbage café” dove chi porta un chilo di plastica riceve in cambio un pasto caldo. I funzionari locali segnalano inoltre una riduzione dei casi di malaria e dengue, legata alla scomparsa dei cumuli di rifiuti a cielo aperto.
Non è una di quelle storie perfette. Mancano ancora misure di sicurezza e igiene adeguate per le lavoratrici e, secondo ricercatori locali, servirebbe un’applicazione più severa delle norme contro l’abbandono dei rifiuti in strada.
È, però, una storia che resiste al tempo: dieci anni dopo, il sistema non solo regge, ma continua a generare reddito e a tenere pulita una città che prima non sapeva dove mettere i propri rifiuti. La discarica di Ambikapur oggi è un parco dove le famiglie trascorrono le loro domeniche.
Pochi sanno che sotto quell’erba c’è il segno di un problema che qualcuno, dieci anni fa, ha deciso di non rimandare più.
Perché ho scelto di raccontarti questa storia
In queste settimane ci siamo confrontati spesso con storie di luoghi che si svuotano e di sistemi che non reggono: la sanità territoriale, lo spopolamento delle aree interne, i giovani che se ne vanno. Sono storie che parlano di assenza, di chi non c’è più o di chi sta per andarsene. Ambikapur mi ricorda una cosa che a volte, in mezzo a queste narrazioni, dimentichiamo:
il cambiamento spesso parte da chi ha più da perdere a restare fermo, non da chi ha più risorse per innovare.
Le 470 donne di Ambikapur non avevano un piano industriale né un finanziamento europeo. Avevano un problema quotidiano, concreto, che nessun altro stava risolvendo per loro. Non è un’equazione che si applica sempre, certo che no. Ci sono contesti dove senza risorse, senza tempo, senza alleati istituzionali, il cambiamento semplicemente non parte. Quello che ci serve sapere, però, è che qualcosa accade. E questa è un’ipotesi che vale la pena tenere a mente, anche quando guardiamo più vicino a casa, a chi nei nostri territori sta provando a fare lo stesso.
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