I ragazzi e le ragazze dell’Università di Novi Sad hanno mostrato alla popolazione serba la possibilità di dire la propria, di far sentire la voce con determinazione. E questo, per molti, è già un cambiamento profondo, una strada possibile e percorribile prima ancora di chiedersi se, a livello politico e governativo, possa davvero cambiare qualcosa
Quattro cassette piene di mele, arance e limoni. Il profumo della zuppa calda appena preparata da qualcuno all’esterno. Un ragazzo l’ha appoggiata sul tavolo dove sono già seduti i suoi compagni e le sue compagne. È ora di pranzo. C’è molto cibo intorno e poi coperte, materassi, libri, cartelli, un’aspirapolvere, bibite e acqua. I corridoi, le scale e le bacheche non sono le uniche presenze che fanno pensare a un’Università: ci sono anche loro, gli studenti e le studentesse.
Le procedure d’ingresso alla Facoltà di Filosofia di Novi Sad hanno richiesto almeno mezz’ora: un documento, la registrazione dell’orario di arrivo e solo dopo la possibilità di abitare per qualche tempo gli spazi che ospitano i ragazzi e le ragazze dallo scorso Novembre 2024. Un luogo che vibra di valori e principi, di voglia di battersi per qualcosa in cui si crede. Sono loro le persone più acclamate e amate della Serbia in questo momento: gli studenti e le studentesse delle Università.

Era il 1° Novembre 2024 e non si dimentica
Tutto è partito da qui, da Novi Sad, la seconda città più grande della Serbia dopo Belgrado.
È il 1° novembre 2024, sono le 11.52 del mattino. Una tettoia della stazione ferroviaria cittadina crolla causando la morte di 15 persone e numerosi feriti. Due di loro sono ancora oggi in ospedale in condizioni gravi e con amputazioni degli arti. Non è stato solo un fatto di cronaca, è diventato un caso politico molto dibattuto. Gli studenti e le studentesse della Facoltà di Filosofia di Novi Sad sono scesi subito in piazza per farsi sentire. Ce lo raccontano Anja e Nadja, che ci accolgono in università e ci accompagnano nell’auditorium per raccontarci meglio. Siamo una delegazione di 25 giornalisti e giornaliste provenienti da 12 Paesi europei per un tour studio sul giornalismo costruttivo e delle soluzioni. Poco prima siamo andati sul luogo dell’incidente dove oggi si possono trovare biglietti, pupazzi, oggetti e ricordi dedicati alle 15 persone decedute. Per non dimenticare.

La stazione è stata costruita nel 1964 e negli ultimi anni è stata oggetto di ristrutturazione per due volte. L’ultimo intervento pochi mesi prima del crollo quando ci si è occupati dei lavori di ampliamento per l’alta velocità che dovrebbe collegare la capitale Belgrado con Budapest, in Ungheria. I lavori sono stati commissionati a due aziende cinesi, la China Railway International e la China Communications Construction, a un’azienda francese, la Egis, e a una ungherese, la Utiber.
Le proteste degli studenti e delle studentesse di Novi Sad
«Siamo certi che la stazione non sia stata costruita bene e che questo sia a causa di incuria, di mancati controlli e della persistente corruzione nelle alte sfere del Governo – ci raccontano Anja e Nadja – da quando è accaduto protestiamo ogni settimana e ogni giorno alle 11.52 facciamo un minuto di silenzio per ricordare le vittime. I politici pensavano che ci saremmo stancati e che avremmo approfittato delle feste natalizie per abbandonare l’università, invece noi siamo andati avanti. Siamo ancora qui e oggi tutte le università della Serbia sono con noi, bloccate e in piazza».

Le blokade prevedono il blocco totale dei corsi e delle sessioni di esame. «Abbiamo una responsabilità sociale che va oltre – ed è più importante – di quella individuale» affermano le studentesse quando chiediamo loro se sono consapevoli di rallentare la propria carriera universitaria.
L’incidente della stazione è stato il detonatore di una rabbia generalizzata e latente da troppo tempo. Le proteste di questi mesi sono il risultato di anni di insoddisfazione provocata dal malfunzionamento delle istituzioni democratiche, dalla violazione dello stato di diritto, dagli alti livelli di corruzione e manipolazione dei media. A dimostrarlo è il sostegno che stanno avendo gli studenti da parte dell’intera popolazione serba. «Le nostre sono proteste pacifiche, non usiamo violenza e per questo alle nostre manifestazioni ci sono anche persone anziane, famiglie e bambini» racconta Nadja.
Cosa chiedono i protestanti alle istituzioni
Le richieste degli studenti sono scritte in serbo sulla lavagna verde dell’auditorium. Sono state riassunte in 5 punti:
- la pubblicazione dei documenti relativi ai lavori effettuati alla stazione di Novi Sad.
- Le dimissioni effettive di Aleksandar Vučić – primo ministro fra il 2014 e il 2017 e poi presidente fino a oggi – che al momento pur essendosi dimesso continua a lavorare. (Il 24 febbraio Zharko Micin, del partito del presidente Vucic è stato eletto sindaco della città dopo le dimissioni di Milan Djuric, n.d.r.)
- Indagini su chi ha lavorato alla tettoia per definire le responsabilità.
- L’arresto dei due poliziotti che hanno picchiato un anziano signore durante una manifestazione a Novi Sad.
- L’arresto di chi ha picchiato e molestato gli studenti e le studentesse senza che ci fosse alcun motivo.
«È la più grande protesta mai fatta in questo Paese – afferma Nadja, che studia giornalismo – ma i media tradizionali non la coprono. Lo fanno solo le piccole testate indipendenti e locali. A questo punto ogni piccolo centro del Paese sta protestando al nostro fianco, abbiamo perso il conto di quante manifestazioni avvengono ogni settimana».

Vivere in università per sperare in un futuro possibile
Hanno la voce decisa. Sanno bene cosa vogliono ottenere e non sono disposti a mollare la presa. Lo raccontano i letti di fortuna che abitano i corridoi della facoltà ma anche la quantità notevole di ogni bene di prima necessità che si annida lungo le pareti a dire “resteremo qui a lungo”. Sono donazioni da parte dei cittadini, un modo sostenerli e affermare “siamo con voi!”.
Passeggiando per Novi Sad o Belgrado non è strano incontrare un anziano che alla domanda “Cosa ne pensa delle proteste degli studenti?” risponda “Io amo gli studenti”. È come se questa protesta fosse l’ultima vera possibilità per cambiare le cose nel Paese.

È come se questi ragazzi e queste ragazze abbiano mostrato alla popolazione serba la possibilità di dire la propria, di far sentire la voce con determinazione. E questo, per molti, è già un cambiamento profondo, una strada possibile e percorribile prima ancora di chiedersi se, a livello politico e governativo, possa davvero cambiare qualcosa.
C’è chi aspetta le elezioni politiche come unico barlume di speranza concreta nel cambiamento e chi si chiede se non sia stata data troppa fiducia a questi giovani combattivi per far accadere l’impossibile.
Mentre camminiamo per i corridoi della facoltà, Nadja ci mostra con lucida soddisfazione gli spazi condivisi, gli angoli che raccontano una routine ormai consolidata, i dettagli come l’Albero di Natale ancora lì a ricordare che ci hanno passato le feste in quegli spazi.
Salutiamo i ragazzi, non prima di aver registrato l’orario di uscita accanto al nostro nome. Si proteggono, fanno seriamente. Hanno il fuoco costruttivo che brucia dentro di loro. Ma forse non sanno dove questo li porterà. Dovremmo aspettare ancora qualche tempo per scoprirlo.
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