Il legame tra petrolio, conflitti e clima: perché le rinnovabili sono una via d’uscita
Un report del WWF spiega come le energie pulite possano togliere ai combustibili fossili lo status di ‘risorsa’ per cui combattere e spezzare il circolo vizioso tra guerre e cambiamento climatico.
C’è un nesso tra dipendenza dai combustibili fossili, conflitti e crisi climatica. La storia insegna infatti che le guerre nascono quasi sempre per le risorse, anche quando sono scatenate da questioni etniche o religiose. E se quelle del futuro (un futuro che è già presente) vedranno al centro l’acqua, le vicende degli ultimi anni – Sudan, Nigeria solo per citarne un paio – confermano quanto i combustibili fossili siano ancora protagonisti delle brame di tutto il mondo. E dimostrano quanto la dipendenza da petrolio e gas esponga Stati e popolazioni ai rovesci geopolitici e alle decisioni altrui. Basti pensare allo shock prodotto dall’invasione russa dell’Ucraina e a quello innescato dall’attacco israelo-americano all’Iran. Un modo per affrancarsi da tale meccanismo, riducendo al tempo stesso sia uno dei principali motivi per ‘fare la guerra’ sia la maggiore causa delle emissioni di gas serra, c’è: le rinnovabili. Il link tra fonti energetiche pulite, ambiente e pace lo ha tracciato il WWF, che in occasione dell’Earth Hour 2026 ha pubblicato il report ‘Rinnovabili, Energie per la Pace’.
L’associazione ambientalista sottolinea che le FER hanno un duplice ‘effetto pace’: in primis perché sono diffuse, laddove petrolio e gas sono concentrati in alcune aree del pianeta e dunque sono in mano a pochi governi e alle loro agende. E poi, perché rappresentano un’alternativa reale e praticabile in un mondo che sta rapidamente diventando sempre più incerto e soprattutto sta regredendo alla logica del più forte.
“Le energie rinnovabili sono energia di pace, i combustibili fossili e la crisi climatica portano conflitti”, scrivono gli autori, ricordando che “le aree oggi coinvolte da guerre e tensioni energetiche interessano oltre un quarto dell’approvvigionamento petrolifero mondiale”.
Il vantaggio delle rinnovabili, dunque, non è solo ambientale, ma anche economico e competitivo, soprattutto per Paesi che importano energia come l’Italia. Ma in che modo FER (fotovoltaico, eolico, idroelettrico, geotermico e biomasse) possono essere una soluzione?
Rinnovabili: lente e costose?
Intanto il report del WWF vuole smontare la percezione, legata al passato e oggi praticamente ribaltata, che le rinnovabili siano costose e richiedano molto tempo per essere installate. Non è più così, anzi solare ed eolico attualmente hanno costi di generazione spesso inferiori o comparabili con quelli delle fonti fossili e nettamente più bassi del nucleare, oltre a essere in grosso calo negli ultimi 15 anni.
Costo in netto calo
Ad esempio, secondo l’International Renewable Energy Agency (Irena), tra il 2010 e il 2024 i costi dell’elettricità dal solare fotovoltaico su scala industriale sono scesi di quasi 10 volte, passando da 0,417 a 0,043 dollari a kWh.
Per fare un confronto, è poi utile il focus di giugno 2025 pubblicato dalla banca d’affari e società di gestione patrimoniale Lazard, che considera il ‘Levelized cost of energy (LCOE, Costo Livellato dell’Energia)’, che oltre al costo del combustibile include le spese di gestione e manutenzione dell’impianto. Il ‘verdetto’ è che il LCOE delle fonti rinnovabili è più basso di quelli del fossile e del nucleare: le FER mantengono il vantaggio, e questo anche senza incentivi fiscali, grazie al calo continuo dei costi di tecnologia e al miglioramento delle prestazioni. Ecco infatti il LCOE di alcune fonti:
- impianti fotovoltaici utility scale (parchi solari di grandi dimensioni): da 38 a 78 dollari per MWh;
- impianti eolici a terra: da 37 a 86 dollari a MWh;
- impianti eolici offshore: da 70 a 157 dollari a MWh;
- impianti a gas di picco (turbogas): da 149 a 251 dollari a MWh;
- impianti a ciclo combinato: da 48 a 109 dollari a MWh;
- impianti a carbone: da 48 a 109 dollari a MWh;
- impianti nucleari: da 141 a 220 dollari a MWh.
Tre anni per le rinnovabili, 17 per il nucleare
Quanto invece ai tempi, il WWF sottolinea che per costruire un nuovo rigassificatore si impiegano come minimo cinque anni, se tutto va bene. Sostanzialmente lo stesso per quelli mobili a mare, che sono comunque infrastrutture meno efficienti in quanto vincolate dalle condizioni delle onde, fattore che si riflette negativamente sui costi del gas.
Per gli impianti mobili situati nei porti, spiega ancora il report del WWF, si registrano invece problematiche relative alla sicurezza e alle ricadute negative, anche economiche, per tutte le altre attività portuali. E Il discorso non cambia per il nucleare: i tempi per costruire una centrale sono diversi da paese a Paese, ma hanno un minimo comun denominatore: sono molto molto lunghi.
L’associazione ambientalista cita la Francia, Paese che peraltro non ha mai abbandonato l’atomo. Parigi ha iniziato nel 2007 i lavori per l’impianto di Flamanville, per vederli terminati solo 17 anni dopo, nel 2024. E nel 2026 la centrale deve già fermarsi per un anno. Anche i costi, nel frattempo, sono lievitati: dai 3,5 miliardi preventivati agli attuali 13,2 miliardi. Stessa sorte per l’impianto gemello di Olkiluoto in Finlandia, che a sua volta ci ha impiegato 17 anni per vedere la luce (2005-2022).
Per le rinnovabili, invece, l’associazione Elettricità Futura, la principale associazione del mondo elettrico italiano, ha dichiarato di poter installare 60 GW di rinnovabili in 3 anni, a patto di ottenere le relative autorizzazioni. Una cifra che consentirebbe di risparmiare 15 miliardi di metri cubi di gas ogni anno, oltre il 25% del gas importato.
Non un dettaglio, come diventa evidente nei momenti di crisi come quello attuale, dove siamo esposti a una possibile carenza e all’impennata dei prezzi.
Le rinnovabili insomma ridurrebbero la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili dall’estero, i cui prezzi – e la disponibilità – presentano un’alta volatilità. Un vantaggio che va a compensare l’investimento iniziale, spiega il report, perché FER come solare ed eolico sono gratuite – oltre che disponibili ovunque.
Ecco perché renderebbero meno rilevante i fossili coma causa, concausa o radice di un conflitto: semplicemente questi non sarebbero più una risorsa, e per di più vitale, come sono da decenni. Le tecnologie esistono, il vero collo di bottiglia non è tecnico, ma autorizzativo e decisionale. Da qui anche l’importanza di un evento globale come il già citato Earth Hour, che ogni 28 marzo invita tutti a chiedere ai politici di agire contro i cambiamenti climatici, in modo simbolico ma molto concreto, spegnendo le luci per un’ora. All’iniziativa partecipano sia cittadini sia aziende ed istituzioni. Anche la Santa Sede ha voluto lanciare un messaggio forte e ha spento l’illuminazione della Cupola e della facciata della Basilica di San Pietro per sessanta minuti.
Rinnovabili e clima
D’altronde l’aspetto ambientale è un elemento centrale della questione. Le conseguenze della crisi climatica, a partire dall’aumento della siccità e delle inondazioni, impattano sulla capacità produttiva dei sistemi agricoli e sull’accesso alle risorse da parte delle popolazioni, favorendo povertà, migrazioni e conflitti. Questi a loro volta contribuiscono ai cambiamenti climatici, in un circolo vizioso senza fine.
Un circolo che può essere spezzato dalle rinnovabili, sottolinea il report del WWF, che in fondo sono state sviluppate proprio come alternativa ai combustibili fossili, ovvero ai principali responsabili delle emissioni di CO2 e metano, e dunque del riscaldamento globale, fonte di tensioni e conflitti.
La situazione italiana
In tutto ciò, l’Italia come è messa? Il report del WWF evidenzia una dipendenza energetica del 74,8%, superiore alla media europea (dati del VI Med & Italian Energy Report del Politecnico di Torino e Intesa Sanpaolo), e un aumento del 3,6% delle importazioni di gas naturale, in particolare liquido, nel 2025 rispetto al 2024. Inoltre, il prezzo dell’elettricità è ancora fortemente legato a quello del gas, con una quota dell’89% delle ore nel 2026 (dati Ember).
Attualmente, secondo la relazione annuale del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica relativa al 2024, le FER coprono il 19,6% dei consumi finali lordi totali; il 39,5% nel settore elettrico, il 5,3% nei trasporti. Ancora, il Rapporto mensile sul Sistema Elettrico di Terna ci dice che nel 2025 l’Italia ha installato 7,2 GW di nuova capacità rinnovabile, in lieve calo dai 7,4 GW del 2024. In sintesi, il sistema Italia soffre di:
- barriere amministrative e ritardi autorizzativi: nonostante il settore sia pronto a investire cifre ingenti – 85 miliardi di euro per installare 60 GW in 3 anni -, la difficoltà nell’ottenere le autorizzazioni necessarie impedisce di accelerare il passo;
- incertezze e segnali politici contrastanti: il report cita il rilancio dell’Italia come “hub del gas” e l’apertura a un ‘nucleare sostenibile’ all’interno del PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima), che creano confusione rispetto all’obiettivo delle rinnovabili;
- investimenti in nuove infrastrutture fossili: rischiano di generare un effetto ‘lock-in’, ovvero immobilizzare capitali in tecnologie obsolete che diventeranno ‘stranded asset (asset improduttivi)’ prima del previsto. Un esempio sono le due navi rigassificatrici (Piombino e Ravenna) che il governo si è affrettato a comprare dopo l’invasione russa dell’Ucraina e lo stop alle importazioni di gas dalla Russia deciso a livello europeo;
- scarso coinvolgimento dei territori: la transizione è rallentata da un’attività di pianificazione ambigua e da un limitato coinvolgimento delle comunità locali, che spesso sfocia in forme di contrarietà territoriale verso nuovi impianti;
- disomogeneità regionale: a dicembre 2025, solo 7 regioni risultavano in linea con gli obiettivi di installazione di nuove rinnovabili fissati dal burden sharing;
- mancanza di una strategia sistemica su risparmio ed efficienza: sebbene il risparmio energetico e l’elettrificazione siano fondamentali, in Italia queste misure non sono ancora perseguite in modo convinto e sistemico.
Cosa bisognerebbe fare, dunque, secondo il WWF?

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Più rinnovabili, meno fonti fossili
Il report lo dice chiaramente: occorre agire in due direzioni. Da una parte aumentare “in modo esponenziale” le fonti rinnovabili; dall’altra limitare al minimo possibile le forniture di gas e altri combustibili fossili e gli impianti connessi, per evitare un effetto lock-in, anche a fronte di un inevitabile calo dei consumi di gas dato dall’ulteriore sviluppo delle rinnovabili.
Non va in questa direzione la decisione presa dal governo di fissare al 31 dicembre 2038 la cessazione dell’operatività delle centrali a carbone, e dunque della loro chiusura definitiva. Pichetto Fratin ha dichiarato recentemente che, se il prezzo del gas dovesse arrivare a 70 dollari, potrebbe essere necessario riavviare tali centrali. L’intenzione rimane quella della chiusura degli impianti al 31 dicembre 2025, ha chiarito, ma non ne ha ordinato lo smantellamento per poter far fronte a un’eventuale emergenza causata dalla crisi del Golfo.
Per il WWF, andrebbe compreso se realmente le centrali a carbone sono necessarie in situazione di emergenza, e con quali costi e su quali voci di bilancio. Per l’associazione ambientalista, bisognerebbe poi accelerare l’elettrificazione dei consumi, con più veicoli elettrici, più pompe di calore e meno caldaie a gas nei nuovi edifici. Servono anche PNIEC più ambiziosi, investire significativamente in energia rinnovabile, una maggiore coerenza nelle politiche pubbliche e un coinvolgimento reale dei territori.
Secondo le stime del think tank ECCO, citati dal report WWF, l’adozione di nuove tecnologie richiede dai 6 ai 12 mesi. Il risparmio rispetto alle importazioni di gas risulterebbe di oltre il 50%, equivalente a un risparmio di 14,5 miliardi l’anno.
Cosa può fare ognuno di noi
Quanto al singolo cittadino, cambiamento climatico, guerre, rigassificatori possono facilmente far sentire in balia di decisioni prese altrove. Ma tutti possono sempre fare qualcosa, nel presupposto che l’unione fa la forza.
Dopo l’inizio della guerra in Ucraina, l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) stilò un decalogo per ridurre i consumi. In base alle stime, si potevano tagliare 2,7 milioni di barili al giorno a livello globale. Con l’esplodere della crisi nel Golfo, l’IEA ha replicato l’operazione.
Certo, molto dipende dai decisori politici, come la possibilità del lavoro da casa, la disponibilità di un trasporto pubblico più efficiente ed economico o l’incentivo alla mobilità dolce. Ma qualcosa è comunque nelle mani di tutti: ad esempio, guidare l’auto in modo meno ‘sprecone’, preferire bicicletta e passeggiate sui brevi tragitti, usare il car sharing se disponibile, non prendere l’aereo se ci sono alternative, investire (se possibile, e qui serve chiaramente anche un’azione politica) in mezzi elettrici e fonti pulite per la propria casa.
E se ci chiediamo perché impegnarci, il WWF lo sottolinea: “Sprecare energia, visto quello che ci costa in termini economici e ambientali, nonché di pace, è uno stupido controsenso”.





