Cervello e media: insieme ci fanno percepire un mondo più difficile di quello reale

Notizie negative, automatismi mentali e percezione distorta: cosa sapere per sviluppare uno sguardo più consapevole.

Il cervello umano ha un tratto evolutivo molto chiaro: tende a dare più peso al negativo che al positivo, come ci confermano tanti studi neuroscientifici. È il cosiddetto negativity bias, uno degli oltre 200 pregiudizi che albergano nella nostra testa e di cui non siamo quasi mai consapevoli.

Un circolo vizioso percettivo

Non è un difetto, ma un pulsante legato al tema della “sopravvivenza”: per millenni, prestare attenzione al pericolo significava restare vivi. Ma se oggi questo meccanismo incontra un ecosistema informativo costruito proprio sulla negatività, con criteri di notiziabilità che privilegiano conflitti, crisi, emergenze, polarizzazioni, il risultato è un cortocircuito perfetto: il cervello cerca il negativo e i media offrono il negativo; il cervello lo rafforza, mettendo in campo un altro bias, quello di conferma e i media lo amplificano ancora.

E così nasce un circolo vizioso percettivo. Ricordo sempre con un sorriso amaro quanto mi disse un caro amico di Napoli, mentre discutevamo di questo: “Mia madre, quando finisce il telegiornale, va a dare due mandate di chiavi alla porta di casa”. Non so se fosse una battuta, ma il senso di insicurezza, paura, frustrazione, disillusione è quello che conosciamo tutti. 

Il nostro cervello funziona in automatico

Secondo la neuroscienziata Nicole Vignola, in “Rewire: Break the Cycle, Alter Your Thoughts, and Create Lasting Change”, il nostro cervello funziona in gran parte in automatico: ripete schemi, rinforza narrazioni, consolida identità. E quindi, quando incontra un’informazione mainstream sempre troppo virata sul negativo, si fa l’idea che il mondo sia brutto, sporco e cattivo. È un altro meccanismo automatico, noto come “euristica della disponibilità”.

Ma c’è una buona notizia: possiamo interrompere questo automatismo. Ad esempio, con la metacognizione, cioè la capacità di osservare e nominare i nostri pensieri, possiamo ridurre il peso delle narrazioni negative, “disinnescare” il sistema emotivo e costruire nuove interpretazioni della realtà. Tradotto per il giornalismo: la realtà non è solo quella raccontata, ma anche quella allenata nella nostra testa.

L’effetto dei media ostili

Se mettiamo insieme neuroscienze e media, emerge una verità scomoda: il giornalismo mainstream, così com’è, non si limita a informare. Spesso contribuisce a consolidare una percezione del mondo più negativa di quanto sia. Non per cattiva fede, ma per struttura: ovvero una selezione delle notizie orientata al conflitto, le narrazioni rapide, semplificate, emotive e la ripetizione continua degli stessi frame. Questo produce effetti concreti come un senso diffuso di insicurezza, una sfiducia sistemica e una percezione distorta della realtà sociale.

E persino fenomeni come l’effetto dei media ostili, per cui ciascuno percepisce i media come “contro di sé”, trovano terreno fertile in questo contesto. 

Se prendiamo sul serio Vignola, il punto non è “fare notizie positive” – questa sarebbe una scorciatoia ingenua – ma interrompere l’automatismo della negatività.

Cosa significa per il giornalismo costruttivo

Per un giornalismo costruttivo, questo significa almeno tre cose:

  1. Rendere visibili le cornici.

Non solo raccontare i fatti, ma far emergere come li stiamo raccontando.
Aiutare il lettore a vedere la propria “perception box”.

2. Integrare complessità e possibilità

Accanto al problema, mostrare il contesto, le cause e i tentativi di soluzione. Non per edulcorare, ma per restituire realtà.

3. Allenare lo sguardo

Se il cervello si allena, anche l’informazione può farlo attraverso storie di cambiamento, dati che correggono percezioni distorte ed esempi che ampliano il campo del possibile. Il vero punto, forse, è questo: se il cervello umano è programmato per vedere più nero, e il sistema mediatico è programmato per raccontare più nero, allora non siamo semplicemente informati. Siamo “addestrati” a vedere il mondo peggiore di com’è. La sfida del giornalismo costruttivo, dunque, non è raccontare un mondo migliore. È restituire un mondo più vero, liberandolo dalle distorsioni automatiche. E, in fondo, è anche un atto di libertà: uscire dalla narrazione che abbiamo sempre creduto inevitabile.


Vito Verrastro

Vito Verrastro

Giornalista freelance e manager della comunicazione di Potenza. Nel 2012 ha creato il format Lavoradio e fondato l’evento Jobbing Fest, premiato nel 2014 come uno dei tre migliori progetti italiani in tema di inclusione sociale dal Sodalitas Social Award. Autore del libro di successo Generazione Boomerang in cui sono raccolte storie di vincente e consapevole ritorno da parte di expat italiani.

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