Felicità al lavoro in Italia: cosa dice il nuovo BEF Index
Il 43% dei lavoratori e delle lavoratrici del nostro Paese non si sente né felice né infelice. Non è un dato da ignorare, ma nemmeno da temere: è un punto di partenza. A Milano è stato presentato il BEF Index, il primo strumento in Italia che trasforma il benessere lavorativo in qualcosa di misurabile, confrontabile e migliorabile.
Anestesia emotiva: in psicologia viene definita come l’incapacità di contattare le emozioni e i sentimenti che proviamo. Un’abitudine che si consolida nel tempo tanto da diventare normalità. Chi la vive continua a funzionare nella quotidianità: va al lavoro, risponde alle email, partecipa alle riunioni pur sentendosi internamente spento, come se le emozioni fossero filtrate da una barriera invisibile. È un meccanismo di difesa che il sistema nervoso attiva quando il carico emotivo diventa troppo elevato per essere elaborato in modo sostenibile. In termini organizzativi, questo si traduce in un disimpegno silenzioso: le persone smettono di prendere posizione e riducono l’iniziativa individuale.
La felicità sul lavoro è diventata un’urgenza
Fino a qualche anno fa, la felicità aziendale veniva derubricata a concetto filosofico, soggettivo e intangibile. Oggi sembra esserci una sempre maggiore attenzione in termini di studi, ricerche e considerazioni pratiche. A queste poi si aggiungono progetti che portano a soluzioni concrete e che mostrano una strada percorribile. Il tema dell’anestesia emotiva è emerso durante la presentazione del primo BEF Index in Italia avvenuta a Milano, presso Smart City Lab, da parte dell’Associazione Ricerca Felicità. A seguito di un’indagine condotta con il supporto metodologico di Ipsos Doxa e quello tecnico di Day (società benefit attiva nel welfare aziendale), è emerso che il 43% delle persone intervistate dichiara di non sentirsi né felice né infelice sul lavoro. La ricerca, condotta su un campione di 1000 lavoratori e lavoratrici residenti in Italia con età compresa tra 18 e 74 anni, mostra la fotografia di un Paese che ha imparato ad abbassare l’intensità emotiva per poter continuare ad andare avanti.
«Il dato che colpisce di più non è tanto il livello della felicità, quanto la grande area intermedia in cui le persone si collocano – osserva Elisabetta Dallavalle, Presidente dell’Associazione Ricerca Felicità, che da sei anni analizza il rapporto tra lavoro e benessere nel nostro Paese – Quando quasi una persona su due non riesce a dire se è felice o infelice significa che siamo davanti a qualcosa di diverso dal disagio.»
Il lavoro conta, ma non basta
Ci passiamo buona parte della nostra giornata e questo ci rende consapevoli del fatto che dobbiamo prendercene in qualche modo cura. Lo dice con chiarezza quasi la metà degli intervistati (43%), che riconosce al proprio lavoro un ruolo importante nella felicità complessiva. Solo il 19% lo considera irrilevante. Eppure, quando si chiede alle stesse persone quanto siano soddisfatte di quel lavoro, il quadro si inceppa: appena il 45% si dichiara soddisfatto, il 17% insoddisfatto e il 38%, quasi quattro persone su dieci, sceglie ancora una volta il centro della scala. Il pattern è identico a quello sulla felicità generale. Significa che il lavoro è riconosciuto come una leva reale per stare bene, ma non riesce a esercitarla davvero. Le persone sanno che potrebbe nutrirle e sentono che non lo fa abbastanza.
Tornando, infatti, a quel 43% di persone in anestesia emotiva, va aggiunto che ci si schiera sulla propria felicità lo fa in modo abbastanza positivo: il 38% si dichiara felice o molto felice mentre il 19% si definisce infelice. E agli estremi i numeri sono meno di impatto: il 7% si sente felicissimo, il 5% per niente felice.
La classifica dei bisogni
Il work-life balance supera lo stipendio come primo fattore di soddisfazione lavorativa: lo cita il 30% degli intervistati, contro il 27% che mette al primo posto il compenso. Appare come un segnale preciso su dove si è consumata la fatica negli ultimi anni: il confine tra tempo lavorativo e tempo personale è diventato il bene più prezioso da proteggere, non perché il denaro abbia perso importanza, ma perché quella frontiera è stata attraversata così spesso e così a lungo che ripristinarla è diventata la priorità che precede tutto il resto. Subito dopo vengono l’autonomia organizzativa (23%), il contenuto del lavoro e i colleghi (entrambi al 21%) e, infine, la gestione del tempo (20%): una classifica che racconta persone che vogliono poter decidere come lavorano, con chi lavorano e quando, prima ancora di pensare alla carriera (13%) . Il riconoscimento dei meriti è settimo in classifica con il 18% mentre chiudono la classifica il senso di appartenenza (9%) e la libertà di espressione (11%). Questi ultimi due posti raccontano che in molte organizzazioni le persone si sentono ancora ospiti, non protagoniste, e quella distanza ha un costo che non compare in nessun bilancio.
Il ruolo dello stress
Lo stress, in questa indagine, ha una radice precisa e dichiarata. Il 43% dei lavoratori ritiene il proprio compenso inadeguato rispetto alle prestazioni richieste ed è questa la prima causa di stress dichiarata. Sul welfare aziendale i dati raccontano che il 59% lo considera un elemento decisivo nella scelta del datore di lavoro mentre il 57% lo vede come un supporto concreto per le famiglie. Eppure oltre un terzo dei lavoratori non percepisce che venga realmente promosso all’interno della propria azienda. Significa che gli strumenti in molti casi esistono, ma non arrivano per mancanza di comunicazione, accompagnamento, cultura nell’uso. Un beneficio che non si conosce o che non si riesce a usare produce zero impatto sul benessere reale.
Il BEF Index: una strada percorribile

I dati emersi dallo studio hanno rappresentato il terreno su cui far germogliare il BEF Index che oggi, in Italia, si ferma a metà strada registrando un punteggio complessivo di 50,65. Ma proviamo a guardare meglio dentro questo indice. L’obiettivo è di scomporre l’esperienza lavorativa in sei pilastri scientifici precisi e monitorabili, che trasformano la percezione del benessere organizzativo in dati oggettivi: felicità personale (Happiness), fioritura professionale (Flourishing), benessere psicofisico (Wellbeing), percezione dell’impatto sociale (Sustainability), rapporto con la tecnologia (Tech Attitude) e, infine, Capitale Psicologico (PsyCap).
«Le persone soddisfatte sono coloro che riescono a conciliare tutti gli aspetti – evidenzia Andrea Alemanno di Ipsos Doxa illustrando i dati dello studio.
Il punteggio più alto è il PsyCap (64,7), ossia le risorse psicologiche interne, la capacità di reggere, reagire, trovare soluzioni. A seguire la Sustainability (59,4) che misura quanto le persone percepiscono la propria organizzazione come socialmente utile e affidabile e il Flourishing (58,9) che segnala un senso di crescita professionale ancora presente. Il valore Happiness si ferma a 54, la Tech Attitude a 52,5. In fondo troviamo Wellbeing, a 41,7: il punteggio più basso di tutti è quello che misura il benessere psicofisico reale, l’impatto concreto del lavoro su corpo e mente.
«Il capitale psicologico è alto, ma se continuiamo a usare la resilienza individuale come ammortizzatore di un sistema che consuma energia, prima o poi quella resilienza si trasforma in stanchezza. Per questo oggi parlare di felicità non è evasione dalla realtà. È una competenza concreta che ci permette di allenare il modo in cui stiamo al mondo e affrontiamo tempi difficili – afferma Sandro Formica, direttore scientifico dell’Osservatorio BenEssere Felicità.
È qui che si concentra la contraddizione più significativa dell’intera indagine. I Baby Boomer hanno il BEF Index più alto per categoria (57,6) eppure sono anche quelli con il Wellbeing più basso che si attesta al 26,9 contro una media già non brillante di 41,7. I dirigenti seguono lo stesso schema: a fronte di risorse psicologiche solide ci sono condizioni fisiche ed emotive che cedono. Più si sale nella gerarchia, più il corpo e la mente segnalano il prezzo di quel ruolo. Chi invece mostra un Wellbeing sopra la media soo la Gen Z (44,0) e gli operai (44,4).
Sul piano geografico, il Nord-est registra il BEF Index più basso tra le macro-aree (47,3) seguito dalle aree rurali (47,4). Chi lavora in smart working abituale si attesta invece a 55,6, quasi cinque punti sopra la media nazionale: una differenza che non richiede grandi investimenti per essere generata, ma solo fiducia organizzativa nel lasciare alle persone il controllo del proprio tempo e del proprio spazio. Infine, sul Wellbeing esiste un divario di genere di 3,2 punti a sfavore delle donne (39,9 contro 43,1 degli uomini) ma coerente con un fenomeno strutturale ben documentato: le donne assorbono ancora simultaneamente pressione lavorativa e domestica.
Il rapporto con tecnologia e intelligenza artificiale
Sul fronte tecnologia e intelligenza artificiale i dati parlano di un 35% pronto a collaborare con nuovi strumenti e piattaforme e di un 32% consapevole di poter migliorare la propria esperienza lavorativa. Una persona su quattro, invece, esprime timori per la carriera o teme una sostituzione. Il dato più costruttivo in questo scenario è che il 38% ha ancora fiducia in un uso responsabile dell’IA da parte delle aziende, contro il 29% che ne ha una percezione negativa. Più della metà riconosce di dover migliorare le proprie competenze digitali a dimostrazione del fatto che la consapevolezza del gap esiste. Quello che manca ancora, per molti, è un contesto organizzativo che trasformi quella consapevolezza in azione.
Pronti a cambiare lavoro
Metà dei lavoratori italiani dichiara di voler cambiare lavoro entro un anno, e la motivazione prevalente è lo stipendio seguito da flessibilità, work-life balance, distanza e opportunità di crescita. Per chi guida organizzazioni è una notizia strategica prima ancora che allarmante: il turnover ha costi enormi, e il fatto che le priorità dichiarate siano concrete e misurabili lascia ancora spazio per agire. Vale anche la pena notare che il brand aziendale compare in fondo alle motivazioni di scelta.
«Riuscire a creare organizzazioni aperte, in ascolto e accoglienti significa incrementare la produttività, l’innovazione, la crescita mentre si migliora la salute delle persone e l’energia di tutto l’ecosistema. Ogni attore coinvolto ha una responsabilità e un potere, siano collaboratori o leader. Insieme è possibile co-costruire un nuovo paradigma capace di far evolvere le condizioni faticose che emergono dall’indagine di quest’anno. Comprendere che l’intelligenza collettiva e la collaborazione intergenerazionale può farci evolvere e scrivere pagine di futuro generative – dichiara Elga Corricelli, co-fondatrice dell’Associazione Ricerca Felicità.
Quello che i numeri restituiscono, alla fine, è qualcosa di molto semplice: le persone vogliono lavorare bene, non solo lavorare. Sanno cosa manca, sanno cosa chiedono e, in molti casi, sanno anche come potrebbero stare meglio. Il BEF Index è una nuova opportunità per dare a quella consapevolezza una forma che le organizzazioni non possano ignorare.
L’intera indagine è pubblicata sul sito dell’Associazione Ricerca Felicità.

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