Colpo su colpo
Si passa la vita a schivare le buche e poi va a finire che ci investe un’auto.
Facciamo calcoli su calcoli, considerando una miriade di incognite, convinti di indovinare il futuro.
Un futuro sereno, al riparo da tutto.
E poi basta un granello di polvere sulla strada che sognavamo sgombra, per finire in un fosso.
Crediamo che pensare sia illuminante e abbiamo paura del buio.
Speriamo che il controllo basti a escludere la sfortuna, per poi scoprire quanto ci abbia resi aridi.
Siamo innamorati della nostra mente.
Ma ci dimentichiamo che la vita è poesia. Non matematica.
Ci sono persone, infatti, che non possono fare a meno di esprimere una sfrenata passione.
E quando incontrano ostacoli, mostrano una reale e profonda resilienza.
Entusiasmano per il modo in cui reagiscono alle avversità.
Donne e uomini che scelgono la fatica, perché sanno che è attraverso le prove più dure arriva la gioia più grande.
Sono gli Antieroi.
Tra di loro, se parliamo di perseveranza, i nomi possibili sono molti.
Ma se aguzzo la vista e osservo dall’alto della montagna verso il basso, scovo un puntino giallo che sale rapido.
Tornante dopo tornante si distingue sempre di più.
In sella a una bicicletta c’è un pirata. C’è Marco Pantani.
La sua epopea è intrisa di incidenti, fatica, sudore e delusioni.
Eppure il ciclista di Cesenatico sembrava nato per rialzarsi a ogni caduta.
Pronto a ribattere colpo su colpo.
Sulla bicicletta sembrava imbattibile, ma il ciclismo lo ha vinto.
Forse.
Pantani arrivò alla ribalta del grande pubblico quasi in silenzio.
In pochi, anche tra gli addetti ai lavori, ne avevano intuito in anticipo il talento.
Perché gli esperti dicono sempre: sulla bici puoi andare forte da giovane promessa, ma è quando arrivi nei professionisti che fai vedere di che pasta sei fatto.
La sua stella si accese nel 1994 durante una durissima tappa alpina del Giro d’Italia.
Marco aveva 24 anni e si impose al traguardo dell’Aprica, regolando un campionissimo dell’epoca, Miguel Indurain.
In un’intervista, il Pirata svelò che il giorno dopo, restato solo, lesse sulle prime pagine dei giornali il suo nome e si commosse.
Con la sua consueta delicatezza disse: “Ho pianto perché ero convinto di aver realizzato un sogno”.
Dovremmo provare a immaginarlo lì, da solo, con il viso rigato dalle lacrime, mentre si dice: ce l’ho fatta.
E subito dopo, in un sussurro: “Adesso comincia il bello”.
Del resto il battesimo sulle due ruote mise sin da subito in evidenza le sue doti da scalatore.
Seppur in modo quasi ridicolo.
Si narra che proprio sotto casa sua ci fosse il ritrovo di una squadra giovanile di ciclismo locale e, quasi per scherzo o per noia, qualcuno lo invitò ad aggregarsi.
Cerco di vederlo, quel ragazzetto, mentre esce e trova dei coetanei pronti ad allenarsi.
Chissà cosa pensava?
Questi sono matti a fare ‘sta fatica.
Oppure: mi piacerebbe provarci, ma sono timido.
Chissà quante volte quei pensieri si ammassavano in lui.
O forse svanivano subito, rapiti dal primo stridìo di gabbiani che lo richiamava al mare.
Era un ragazzo curioso e la proposta lo intrigò.
Ci andò, ma con una bici da donna, quella di sua mamma.
All’inizio fece una fatica boia a tenere il ritmo, ma quando il gruppo arrivò in prossimità di un cavalcavia si alzò sui pedali e li sorpassò tutti.
Il mito racconta delle belle storie. Talvolta pregne di fantasia.
Questa però è vera.
L’anno successivo al suo exploit, avrebbe dovuto essere quello della consacrazione.
Doveva dimostrare di non essere una meteora.
Era carico, si allenava con costanza e nell’ambiente era rispettato.
Gli avversari temevano quel giovanotto arrivato in sordina, così forte in salita.
Ma il destino beffardo era in agguato.
Durante una gara a Torino fu investito da un’auto mentre era lanciato in discesa.
L’impatto fu tremendo.
Tra le altre, subì una frattura esposta alla gamba destra.
I medici temevano che non potesse nemmeno più camminare dritto.
La carriera ciclistica era a rischio.
Come si sarà sentito?
Era in uno dei momenti più strategici della sua carriera.
Arrivò davvero a pensare che fosse finita?
Le lacrime non erano più di gioia. Erano intrise di dolore fisico e disperazione.
Ma lui era quello determinato. Il tenace.
L’esempio.
Probabilmente lo sentiva chiaramente dentro di sé.
“Tornerò più forte di prima”, disse.
Bella frase per darsi coraggio, pensarono in molti.
Eppure, ci fu chi credette in lui e nella sua resilienza.
Nonostante fosse infortunato trovò una nuova squadra.
Inutile dirlo.
Il Pirata non naufragò.
Anzi, come spesso accade: il dolore scavò la sua anima, così che potesse contenere ancora più determinazione.
La stampa iniziò a tratteggiare un identikit specifico: colui che sconfigge la sfortuna.
Aveva già dimostrato la sua classe, ma sportivamente non si era ancora imposto.
Come mai allora venne amato così tanto sin da subito?
Penso dipendesse proprio dal fatto che ognuno di noi tende a immedesimarsi nella forza di chi sa rialzarsi.
Perché ogni giorno siamo chiamati a farlo e non sempre ci riusciamo.
Così, quando arriva qualcuno a cui ispirarsi, lo issiamo subito a redentore delle nostre sconfitte.
Come se le sue vittorie fossero le nostre.
Le sue azioni di recupero ci appartenessero.
In realtà dovremmo emulare e non farci sostituire.
Ma tant’è: il mito stava nascendo e veniva dato in pasto all’avida e mutevole opinione pubblica.
Nel 1998 Marco Pantani da Cesenatico della Mercatone Uno entrò di diritto nella storia del ciclismo.
Vinse il Giro d’Italia e il Tour de France.
Una doppietta eclatante che di fatto lo inserì nell’Olimpo dei campionissimi.
Marco aveva spiccato il volo. Ecco consolidata l’icona del vincitore contro il destino avverso
Avrà ripensato alla sfortuna, al dolore, alla disperazione mentre raggiungeva il traguardo delle sue ambizioni?
Cosa era rimasto del ragazzo dai capelli arruffati che andava bene in salita?
Gli occhi.
Secondo me, il suo sguardo attento, capace di vedere oltre, era ancora lì.
Nonostante gli strattoni dei festeggiamenti, l’ubriacatura del successo, la distrazione della celebrità, in lui era rimasto immutato il suo vedere lontano.
Chi l’ha conosciuto da vicino ha svelato che Marco rimodellava i sogni ogni volta che li realizzava.
Con il bisogno, sempre vivo, di rilanciare.
Come quando aggrediva le salite e sfilacciava il gruppo con continui scatti.
E alla fine, nei testa a testa con i diretti avversari, quelli forti come lui, aveva energia per riprovarci ancora. E ancora. E ancora.
Era una delle sue caratteristiche sportive, e coincideva perfettamente con il suo approccio alla vita.
È il ’99. Parte il Giro d’Italia e arrivano le tappe alpine.
Pantani non delude le attese.
Anche quando avrebbe potuto essere attendista per risparmiare energie e difendere la classifica, lui se ne infischia e, come udendo un richiamo primitivo, si mangia l’asfalto irregolare delle montagne per vincere le tappe più dure.
Asso piglia tutto.
Ma non si sta giocando a scopa.
Il mondo del ciclismo si era ormai, da diversi anni, trasformato in entertainment, abbandonando la sua più profonda natura sportiva.
E quando arriva la visibilità, i soldi veri, le pubblicità, le televisioni e, proprio in quell’anno, le scommesse, le regole del gioco cambiano.
Era il 5 giugno e io mi trovavo con alcuni amici sul Mortirolo.
Una delle vette che i ciclisti del Giro avrebbero dovuto scalare durante quella tappa tremenda e affascinante.
Aspettavamo Marco Pantani e avevamo creato in suo onore uno striscione nella speranza di venire inquadrati dall’elicottero.
Alla fine ci inquadrarono.
Ma sullo striscione non c’erano più le ovazioni dedicate al Pirata.
Perché l’avevamo girato e con una bomboletta nera, che non so chi avesse portato, scrivemmo: NO BOMBE.
Non era solo un incitamento alla pace, ma desideravamo esprimere il disgusto nei confronti di chi, senza ritegno si bombava. Si dopava.
La notizia ci aveva raggiunto lassù in cima alla montagna e diceva che Pantani era stato escluso dalla corsa dopo il controllo antidoping.
La prima reazione del popolo presente in vetta fu univoca.
Tutti si chiedevano se fosse impazzito.
“Lo sanno bene che ci sono i controlli. Come si fa a farsi beccare?”
Chiunque seguisse il ciclismo capiva che le prestazioni degli atleti erano sovrumane, ma sapeva anche che si tentava di calibrare i supporti dopanti per restare sotto la soglia.
Attorno alla vicenda, la confusione era tanta, così come i dubbi sull’onestà di Marco.
La gente si sentiva tradita.
Come un reflusso amaro, prendevano corpo parole di disprezzo per l’inganno subìto.
Un po’ come se qualcuno che ci ispira a reagire si dimostrasse fragile.
Non lui.
Infatti, nonostante l’esaltazione per le vittorie del Pirata, in seguito furono pochi quelli che presero posizione per difenderlo.
Troppo rischioso esporsi, più facile defilarsi o peggio attaccarlo.
Dove finirono tutti?
Dove finimmo?
E così eccolo ancora una volta abbattuto.
Escluso dalla ribalta sportiva e braccato da fotografi indiscreti e giornalisti famelici.
Tutti a caccia di uno scoop, di un’immagine rubata, di un gossip.
All’epoca il ciclismo era entrato in un vortice cupo, generato da diverse forze contrapposte.
C’erano gli interessi economici degli sponsor.
L’atavica fame di notizie eclatanti dei media.
Il mondo opaco delle scommesse sportive, forse anche con infiltrazioni malavitose.
Le ricerche mediche su prodotti dopanti sempre più efficaci e subdoli.
Gli stessi ciclisti, che inseguivano il sogno agonistico di vincere, ma anche successo e soldi.
Le squadre che aspiravano a raggiungere la vetta delle classifiche.
Tutto a qualsiasi costo.
E non ultima, la volontà della giustizia sportiva e giudiziaria di eliminare una piaga pericolosa.
Già.
Pericolosa soprattutto con l’avvento dell’EPO, un ormone alla base di un sistema dopante che attraverso delle trasfusioni arricchiva il sangue garantendo una sovraproduzione di globuli rossi.
Gli effetti collaterali non tardarono a manifestarsi.
Alcuni atleti, anche molto giovani, iniziarono a star male nel sonno.
Per alcuni di loro fu letale.
L’EPO non si poteva rilevare come prodotto dopante, ma lo si deduceva analizzando il livello di ematocrito nel sangue.
La soglia di pericolo fu fissata al 50%.
Si diceva che alcuni atleti si svegliassero di notte a pedalare sui rulli per abbassare i valori.
Scongiuravano così non solo i rischi legati alla salute, ma anche quello di essere scoperti ai controlli.
A Marco Pantani, il 5 giugno 1999, durante uno di questi controlli, venne riscontrato un tasso di ematocrito pari al 52%.
E così iniziò la tempesta.
Il vortice dell’uragano aveva il suo occhio sul Pirata.
Tra quanti, sentendosi offesi, volevano giustizia, si innescò il desiderio di una verità rapida sul caso.
Si urlarono delle sentenze senza che vi fosse stato il processo.
Come nella più spinosa delle diatribe, senza una verità certa, entrarono in gioco anche coloro che lo difendevano.
Spuntò la teoria del complotto che raccontava una storia grigia e ambigua.
Non credo che questa vicenda potrà mai avere una verità condivisa.
Quello che è certo è che la batosta per Marco fu devastante.
Allora cerco di figurarmelo, intimorito da ciò che lo aspettava.
Spaventato dal rischio di non essere più il Pirata.
Il protagonista di imprese epiche.
Rintanato in casa. Arrabbiato. Deluso.
Lo vedo mentre cammina avanti e indietro senza sosta, le persone più vicine che cercano di consolarlo.
Magari lui è talmente oppresso che non li vede nemmeno sinceri.
Forse sente che anche in loro la compassione è sporcata dal dubbio.
Se fosse stato così, quanto deve essersi sentito solo il Pirata sulla nave che affondava.
Andate via tutti. Voglio naufragare da solo.
E questa volta le onde della tempesta lo hanno vinto davvero.
Non c’erano gambe rotte, incidenti, infortuni da superare.
Si trattava di aggiustare un’anima lacerata.
Strappata.
Ma non c’era filo adatto per ricucirla.
Nemmeno un ago resistente e gentile.
Nemmeno occhi per vedere bene. Annebbiati dalle lacrime.
E allora con l’anima affranta, calpestata proprio da coloro che fino a qualche giorno lo acclamavano, il Pirata si è inabissato.
Piano piano sono spariti tutti tranne i pochi fedelissimi e gli innamorati.
Sono svaniti perché delusi, confusi, fragili.
Qualcuno anche invidioso.
Altri, senza cuore, smaniosi del fallimento altrui come fredda rivincita per una vita banale.
La vicinanza di qualche irriducibile non è stata sufficiente e il vuoto è stato riempito con dei palliativi stordenti.
Arrivò la droga.
C’è un ulteriore dettaglio di cronaca che è rimasto nascosto tra le pieghe di questa storia.
Marco Pantani non è mai stato condannato per doping.
La sua esclusione alla penultima tappa del Giro, che avrebbe con grande probabilità rivinto, è avvenuta a causa della sospensione cautelativa prevista dai protocolli per la tutela della salute degli atleti.
Una sospensione di soli quindici giorni.
Perché allora si è lasciato sopraffare dagli eventi?
C’era un Tour che lo attendeva e che avrebbe potuto diventare la risposta a ogni critica.
Questa volta Pantani abbandonò la partita.
Non reagì da Pirata.
Il colpo era stato devastante.
Non riguardava l’aspetto sportivo, ma quello umano.
Non era possibile l’ennesimo recupero miracoloso.
Stavolta venne profondamente ferita la sua dignità.
Quando accade, le certezze diventano dubbi e sembra che le giustificazioni assomiglino più ad alibi che a ragioni vere.
Credo valga per ognuno di noi.
Ti senti sbagliato.
Tutto ciò che fai sembra non avere aderenza ai buoni sentimenti, ma solo alla furbizia e alla malizia.
Dopo una vita votata a reagire agli urti, forse la resilienza di Marco Pantani si era consumata del tutto.
In realtà non del tutto.
Perché dopo qualche tempo passato ai margini del ciclismo e della vita, in un rigurgito d’orgoglio, il Pirata tornò a far parlare di sé in sella a una bicicletta.
Giusto il tempo di vincere una tappa del Tour del 2000 battendo un certo Lance Armstrong.
Sul Mont Ventoux l’impresa sembrò ancora una volta l’inizio di un racconto epico.
Ma non ci furono puntate successive.
Nessuna sfida aperta e degna di nota, se non qualche scaramuccia mediatica tra i due.
Ma questo ritorno di fiamma non fu sufficiente a riaccendere definitivamente la passione del ragazzo di Cesenatico e dopo poco uscì dai radar.
Si persero le sue tracce.
Che fosse l’ultimo canto del cigno?
La solitudine, immobile e vischiosa, come un mare calmo e inquinato, lo avvolse ancora.
Lo trascinò di nuovo a fondo con lei.
Con la complicità di quelle sostanze così affascinanti che, in certi momenti di disperazione, sembrano l’unica risposta.
Sostanze che ci illudono che riemergere sia possibile solo perché il loro effetto anestetico non ci fa più sentire il dolore.
In realtà non ci fa sentire più nulla.
Nemmeno l’amore.
E proprio nel giorno in cui questo nobile sentimento viene commercialmente ricordato nella festa degli innamorati, il Pirata ci ha lasciati.
È morto il 14 febbraio 2004.
Aveva 34 anni.
Era solo.
Nella stanza di un residence a Rimini.
Solo.
Una volta gli chiesero: “Perché vai così forte in salita?”
Lui rispose laconico: “Così termina prima la fatica”.
Ha scritto le sue ultime parole sul passaporto.
In modo che potessero viaggiare senza limiti.
Non erano frasi deliranti e nemmeno intrise di odio.
Era la sua verità.
Una verità triste.
In cui traspariva ancora, seppur davanti ad un gesto così disperato, il desiderio di essere libero.
Non ha concluso con la parola addio, ma con un ciao.
Se penso a quel puntino giallo che risale la montagna, negli occhi restano: la sua presa bassa sul manubrio.
La forza unita alla leggerezza.
Il suo sguardo sognante e visionario.
La bocca contratta in una smorfia di dolore che si tramutava in un sorriso al traguardo.
Mamma mia, quanta determinazione.
La bandana lanciata sull’asfalto insieme al piercing al naso prima dello scatto definitivo.
Il suo sorriso.
L’intelligenza delle risposte e la proprietà di linguaggio.
La convinzione dei gesti.
Tante cose. Tutte belle.
Rapiti dal personaggio ci siamo dimenticati l’uomo.
Chi ci ha regalato l’esaltazione nei momenti tristi, così come chi ci ha insegnato che mollare è solo un’ipotesi fasulla, non è il personaggio.
È l’uomo.
Perché gli effetti speciali ci fanno spalancare la bocca.
Ma sono le emozioni che ci scaldano il cuore.
Grazie Marco.
*L’Antieroe è una rubrica ideata e curata da Stefano Pigolotti
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