• Mar. Dic 9th, 2025

Perché compriamo troppo? Il significato culturale del consumo nella società moderna

Perché compriamo troppo? Il significato culturale del consumo

Il sociologo Vanni Codeluppi esplora il consumo come linguaggio simbolico tra marketing, costruzione dell’identità e crisi ecologica

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Nella società contemporanea, il consumo è diventato uno dei principali linguaggi attraverso cui le persone comunicano sé stesse, costruiscono identità e si relazionano agli altri.
Questa è la tesi centrale del pensiero di Vanni Codeluppi, sociologo italiano esperto di comunicazione, pubblicità e cultura dei consumi, che nell’intervista rilasciata a EconomiaCircolare.com esplora le dimensioni simboliche, culturali ed ecologiche del consumo.

La merce come medium comunicativo

Secondo Codeluppi, il consumo è profondamente trasformato da un processo di simbolizzazione.
Gli oggetti non hanno solo una funzione d’uso, ma veicolano significati: scegliere una marca, uno stile, un’estetica significa inviare un messaggio al mondo.

Le merci diventano quindi segni, e i consumatori apprendono a decifrare e usare questi segni per costruire il proprio racconto identitario.

La merce non è più un semplice oggetto materiale, ma un medium comunicativo: attraverso l’abbigliamento, i gadget tecnologici, le automobili, perfino i cibi, gli individui comunicano appartenenze, valori, gusti, status.

In questo modo il consumo si intreccia con la cultura visiva e con il linguaggio pubblicitario, che ha un ruolo fondamentale nel plasmare l’immaginario collettivo.

Il ruolo della pubblicità e dei media

La pubblicità, per Codeluppi, è uno dei più potenti strumenti di costruzione del significato delle merci. Non si limita a promuovere un prodotto, ma lo narra, attribuendogli un’aura simbolica spesso molto distante dalle sue reali caratteristiche.

Questo processo, che il sociologo chiama “aura commerciale”, crea una dimensione di illusione e desiderio che diventa parte integrante dell’esperienza del consumo.

Allo stesso modo, anche i media – in particolare i social network – contribuiscono a trasformare i beni in simboli. Gli influencer e le dinamiche della visibilità digitale amplificano la carica simbolica del consumo, con la conseguenza che anche l’atto dell’acquisto o dell’uso di un bene viene “messo in scena” per un pubblico.

Consumo e identità

In questo scenario, il consumo assume una funzione strutturale nella costruzione dell’identità.
Gli individui costruiscono sé stessi attraverso ciò che consumano, cercando coerenza o dissonanza con determinati valori o sottoculture.

Codeluppi sottolinea come questa dinamica sia ambivalente: da un lato permette maggiore libertà espressiva e fluidità nei percorsi identitari, dall’altro rafforza una dipendenza da meccanismi economici e comunicativi eterodiretti (in sociologia, si parla di individuo eterodiretto quando questo è privo di autonoma capacità di elaborazione e le cui scelte comportamentali sono a tutti i livelli influenzate o condizionate dall’esterno, soprattutto dai media).

Il consumo diventa così un campo di battaglia simbolico, dove si giocano le tensioni tra autenticità e artificio, tra scelta e imposizione, tra libertà e manipolazione.

È il consumatore a parlare attraverso gli oggetti, ma è anche il mercato a parlare al posto del consumatore, suggerendogli incessantemente cosa desiderare.

Crisi ambientale e consumo

Codeluppi, nell’intervista rilasciata a Economiacircolare.com, ricorda come la società dei consumi, nata nel secondo dopoguerra e rafforzata dal capitalismo neoliberista, abbia costruito un modello insostenibile: la crescita esponenziale dei consumi, incentivata da pubblicità, credito e globalizzazione, ha portato a un uso smodato delle risorse naturali e a un aumento dei rifiuti.

Il consumo è quindi anche un problema ecologico. Continuare a leggere il consumo come linguaggio senza considerare il suo impatto materiale rischia di occultare la dimensione più urgente della questione. Da qui, secondo il sociologo, nasce la necessità di “de-simbolizzare” in parte il consumo: rifiutare il culto della merce come feticcio e tornare a ragionare su bisogni reali, funzioni d’uso, cicli di vita dei prodotti.

Verso una nuova alfabetizzazione del consumo

In questa prospettiva, Codeluppi invita a una sorta di “alfabetizzazione critica” del consumo. Imparare a leggere il linguaggio delle merci significa decostruire le narrazioni pubblicitarie, riconoscere le strategie del marketing, esercitare uno sguardo lucido e consapevole su ciò che si acquista e su come lo si consuma.

Significa anche interrogarsi sul proprio ruolo di consumatori in una società che premia il superfluo e penalizza la lentezza, la riparazione, la durata.
In un mondo in cui il consumo è diventato spettacolo e identità, scegliere di non consumare o di consumare in modo sobrio può essere un atto profondamente politico.

Criticità e possibili soluzioni

Codeluppi, però, non cade nel pessimismo assoluto.
Riconosce che esistono segnali di cambiamento: il crescente interesse per l’economia circolare, la diffusione di pratiche di consumo consapevole, il ritorno alla qualità e alla sostenibilità.
Tuttavia, avverte: questi segnali non devono essere cooptati dal marketing in chiave “greenwashing”, diventando l’ennesima estetizzazione del consumo.

Serve, piuttosto, un cambio di paradigma: ridare valore alla semplicità, alla relazione, alla responsabilità. Solo così il consumo potrà tornare a essere un linguaggio autentico e non una trappola simbolica.

Vuoi approfondire questi temi?

Leggi l’intervista completa realizzata da Vittoria Moccagatta a Vanni Codeluppi su EconomiaCircolare.com per esplorare tutte le sfumature del consumo come linguaggio, tra marketing, sociologia e sostenibilità.


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Redazione News48