Comunicare in guerra: leggere i conflitti oltre le armi
Al MeVe di Montebelluna una mostra su segnali, codici e propaganda racconta come nascono e si diffondono le informazioni nei conflitti, offrendo strumenti per orientarsi tra narrazioni, consenso e disinformazione oggi
Qual è il ruolo della comunicazione in guerra? È davvero così cruciale quanto l’azione militare?
Capita che in questi mesi, con i conflitti che riempiono le cronache e le immagini che scorrono veloci sugli schermi della tv, ci si ponga sempre più spesso queste domande. Perché la guerra, oggi come ieri, non si combatte soltanto con armi e strategie, ma anche con parole, simboli, narrazioni. È lì che si costruisce il consenso, che si orienta l’opinione pubblica, che si alimentano paure o si cercano equilibri.
Parole come appunto consenso, censura, intelligence, segnali, propaganda, codici, strategia aiutano a leggere il presente e rimandano a una storia antica e moderna, da cui nascono molte delle trasformazioni che hanno modellato il mondo in cui viviamo.
La mostra al Meve di Montebelluna
Dentro questo scenario si inserisce Comunicare in guerra. Segnali – Codici – Propaganda, la mostra temporanea (fino al 28 giugno) al MeVe – Memoriale Veneto della Grande Guerra di Montebelluna, allestita negli spazi di Villa Correr Pisani, elegante dimora affrescata del Settecento ai piedi del Montello. Un luogo che negli anni tra il 1915 e il 1918 è stato utilizzato anche come corsie per i feriti. Oggi, anche nelle sezioni permanenti, non è un deposito di cimeli, ma un luogo dove le storie si mettono in relazione, come spiega la direttrice Monica Celi. Il percorso non si limita a guardare indietro, ma prova a fornire chiavi di lettura per il presente. Non solo storia, dunque, ma un esercizio di consapevolezza: imparare a riconoscere i meccanismi della comunicazione, per non subirli passivamente.
L’esposizione ruota attorno a tre direttrici: segnali, codici, propaganda. I segnali raccontano la trasformazione più evidente: la capacità di far viaggiare le informazioni. Dai sistemi più antichi fino alle tecnologie contemporanee, ogni passaggio riduce le distanze e aumenta la velocità. Non è solo una questione tecnica: ogni innovazione richiede competenze nuove ed espone a rischi diversi. Per questo, accanto agli strumenti più avanzati, continuano a convivere soluzioni più semplici come staffette e portaordini.
Codici e propaganda
I codici, invece, aprono un livello meno visibile ma altrettanto decisivo. Spionaggio, intercettazioni, cifratura: ogni informazione acquista valore in base alla sua protezione e alla capacità di essere interpretata. Durante la Prima guerra mondiale si consolida un principio destinato a rimanere: la superiorità informativa può influenzare l’esito di uno scontro prima ancora che avvenga. Nascono sistemi di cifratura sempre più sofisticati, pensati per essere rapidi e sicuri anche in condizioni difficili. Le macchine cifranti del Novecento, come Enigma, rendono evidente questa evoluzione: dispositivi progettati per proteggere i messaggi, ma che allo stesso tempo stimolano nuove competenze per decifrarli. È in questo equilibrio tra protezione e interpretazione che si gioca una parte rilevante delle battaglie.
Su un altro piano agisce la propaganda. «La comunicazione è uno spazio in cui si esercita il potere», si legge lungo il percorso. E i manifesti di arruolamento britannici, italiani, statunitensi, tedeschi e sovietici lo dimostrano con efficacia quasi brutale. In guerra non basta combattere: bisogna convincere. Mobilitare, esaltare, rassicurare. Chiedere adesione, costruire consenso, trasformare il dubbio in fedeltà.
Le voci contro
Accanto a quella voce ufficiale, la mostra lascia emergere anche le altre. Le “voci contro”. Lettere nascoste, diari, poesie, volantini clandestini, canzoni, satire, graffiti. Il dissenso non come rumore laterale, ma come comunicazione alternativa, atto di libertà, memoria attiva. Durante la Prima guerra mondiale alcuni soldati scrivevano versi per esprimere l’orrore della trincea. Nella guerra del Vietnam le piazze si riempivano di cartelli e slogan. Oggi, nei conflitti digitali, il rifiuto passa anche dai social: immagini, hashtag, video virali, vignette. Cambiano i linguaggi, non la necessità di incrinare una narrazione dominante.





Le fake news durante le guerre mondiali
La mostra affronta anche un tema particolarmente attuale: la disinformazione, un nervo ancora scoperto del presente: una notizia nata dal basso, amplificata dai media, rafforzata dal bisogno di credere. In altre parole, un’anticipazione perfetta di ciò che chiamiamo fake news. La trincea, infatti, con il suo isolamento e la fame di notizie, fu un terreno fertile per racconti distorti. Non sempre fabbricati dall’alto: spesso nati dal basso, dalla paura, dal bisogno di speranza, dall’impossibilità di verificare. Il caso degli “Angeli di Mons” è emblematico: una visione collettiva che si trasforma in racconto, poi in sostegno morale per le truppe. Una falsa notizia funziona proprio perché intercetta un desiderio o un timore già presenti.
Tra gli episodi più rivelatori – e sorprendentemente attuali – spicca quello degli “Angeli di Mons”. Nell’agosto del 1914, durante la fortunosa ritirata di oltre cinquemila soldati britannici nei pressi della città belga, alcuni soldati raccontarono di aver visto figure soprannaturali intervenire in loro aiuto. In realtà, più che miracoli, a pesare erano le condizioni estreme: caldo insopportabile, stanchezza, disidratazione, ore interminabili all’umidità. Un terreno perfetto per illusioni e allucinazioni. La storia trovò nuova forza grazie al racconto, “The Browmen”, dello scrittore gallese Arthur Machen. La leggenda fu poi ripresa da un giornalista del quotidiano nazionale britannico, il London Evening News, che sosteneva di aver ritrovato nella Magione di Woodchester un diario di un soldato e alcune prove fotografiche e cinematografiche che avrebbero dimostrato la reale apparizione degli angeli di Mons. Il suo articolo trasformò una suggestione in narrazione. E la fantasia, complice anche la propaganda, divenne rapidamente “verità condivisa”. Nonostante i tentativi dello stesso autore di chiarire che si trattava di finzione, l’idea degli arcieri fantasma accorsi a salvare l’esercito britannico attecchì nell’immaginario collettivo.
I pezzi rari in esposizione
Molti i pezzi rari in esposizione, come la Marconiphone V2, radioricevitore a valvole realizzato dalla Marconi Com-pany, la macchina cifrante Enigma, un prototipo del primo telegrafo di Marconi, una macchina da scrivere Torpedo nazista. Ancora, il telefono da campo. Quello “tipo Anzalone”, progettato in Italia dal capitano del Genio militare Gaetano Anzalone, era chiuso in una cassetta di legno con tracolla, dotata di manovella magneto-elettrica. I collegamenti avvenivano attraverso cavi aerei tesi sui pali o, più spesso, appoggiati agli alberi. Bastava poco perché saltasse tutto: una bomba, la pioggia, il fango. E allora, accanto al nuovo, sopravvivevano l’antico e il rudimentale. Staffette, portaordini, colombi viaggiatori. Oltre 150 reperti esposti, provenienti da realtà museali nazionali e da collezioni private. Le postazioni interattive offrono un approccio esperienziale e dinamico, consentendo una vera e propria immersione nella Storia.
Tra le altre curiosità, una è legata ai soldati incaricati di ascoltare il cielo. Usavano grandi coni acustici per captare da lontano il rumore dei motori degli aerei nemici. Un ascoltatore ben addestrato riusciva a distinguere modello, distanza, altitudine. Oggi sembra una scena sospesa tra fantascienza e assurdo. E invece era pratica quotidiana. In guerra, sentire prima degli altri significava vedere prima degli altri.
La timeline dell’informazione
Anche il passaggio al mondo contemporaneo è raccontato in modo visivo ed efficace. Una timeline attraversa la nascita della prima agenzia di informazione a Parigi nel 1835, l’introduzione del francobollo nel 1840, della cartolina postale nel 1869, fino alla radio, alla televisione, alla nascita della BBC, della Rai, del web, di internet, dei social network e di piattaforme come WhatsApp, Instagram e TikTok. Una linea del tempo che non serve a fare sfoggio di date, ma offre una chiave di lettura: ogni innovazione cambia la velocità del messaggio, il suo raggio d’azione, la sua capacità di influenzare le persone.
Il giornalismo e la barzinata
Un’ampia sezione è dedicata al giornalismo. Dalla metà dell’Ottocento i conflitti diventano oggetto dell’informazione di massa. William Howard Russell e Roger Fenton, raccontando agli inglesi la guerra di Crimea, vengono ricordati come i primi giornalisti embedded dell’Europa contemporanea, al seguito delle truppe in zona di operazioni. Da allora, gli inviati al fronte sono stati tra i principali narratori delle guerre. Non sempre obiettivi e non sempre in modo neutrale.
Durante il primo conflitto mondiale, firme autorevoli come Luigi Barzini e Arnaldo Fraccaroli servirono molto più la causa patriottica che quella della verità. Esaltavano le prodezze dell’esercito italiano, smussavano le sconfitte, omettevano le cattive notizie. Da questa pratica nacque perfino un termine: “barzinata”. Non una semplice esagerazione, ma una notizia piegata al bisogno di rassicurare, convincere, sostenere il morale nazionale. Una parola che ancora oggi suona attuale, perché contiene una critica precisa: quando il racconto si mette al servizio della retorica, la realtà si allontana.
Gli inviati embedded
Oggi gli inviati embedded esistono ancora. Con vincoli, limiti, protocolli, pressioni diverse. Sono spesso più liberi e indipendenti di quanto non fossero i loro predecessori, ma continuano a muoversi dentro confini stretti. Raccontano ciò che vedono, ma non sempre possono vedere tutto. E accanto a loro, una moltiplicazione di immagini, video, flussi social rende ogni guerra immediatamente vicina. Tutto arriva più in fretta, ma non necessariamente in modo più chiaro. Più accesso, infatti, non equivale automaticamente a più comprensione.
È forse qui che la mostra trova il suo punto più forte, e insieme il suo limite più interessante. Indica una direzione: imparare a leggere un messaggio, chi lo costruisce, quale pezzo di realtà mette in luce e quale lascia in ombra. Insomma, costringe chi guarda a fare la propria parte.

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