La notte degli antieroi

Ci sono notti buie che avvolgono i sogni.
Li stringono talmente forte che faticano a manifestarsi.
Come se non dovessero più svolgere il loro lavoro: rendere il sonno il luogo dove si raccontano le emozioni.
In quelle notti sembra che le tensioni prendano il sopravvento sui respiri.
Ci risvegliamo con i pugni chiusi.
Serrati, insieme a mascelle e anima.
Ai tempi nostri, accade spesso che stress e ansia diventino compagni di viaggio abituali.
Falsi amici.

Si dice che scrivere aiuti a liberarsi di pesi inutili.
Non credo che serva pubblicare libri di successo o articoli da Pulitzer.
Credo che per godere dell’aspetto liberatorio della scrittura, sia sufficiente scarabocchiare qualcosa su un post-it o nelle note dello smartphone.
Così si fissano fuori dalla nostra mente i pensieri ingombranti, in modo che non si incastrino tra le rotelle del nostro cervello.

C’è chi quell’urgenza di scrivere l’ha fatta diventare una professione.
Sono molti coloro che scrivendo hanno ottenuto grande successo.
Tra loro si annidano autori che hanno scelto di esprimere la loro essenza, anche rischiando di non essere compresi.


Tra i tanti, esce dal mazzo delle carte magiche un autentico Antieroe: Giorgio Scerbanenco.

Sarebbe bello poter vivere dall’inizio la storia di uno scrittore.
Accompagnarlo mentre scopre la sua voce.
Conoscerlo quando il successo non l’ha ancora rapito.
Comprendere perché alcune sue composizioni prendono vita prima di altre.
Cosa lo muove.
Cosa lo ispira.
Scerbanenco ha lasciato questo mondo prima che io nascessi.
L’ho scoperto casualmente attraverso le sue opere maggiori, quelle che lo hanno consacrato.
Solo dopo, affascinato dal suo lavoro e dal suo stile, ho cercato di capirne l’ispirazione.
Forse proprio dal caos destabilizzante, vissuto all’inizio della sua vita, nacquero creatività e fiducia che, unite a una dedizione quasi maniacale, crearono la condizione ideale per esprimere i suoi desideri.

Per riemergere bisogna affidarsi con coraggio alle nostre intuizioni.
Creare qualcosa di unico e lavorarci con grande entusiasmo.
Giorgio Scerbanenco ha fatto proprio questo.
Ma qual è stato l’innesco di questa avventura letteraria?
Mi piace indovinare che sia stato il bruciante desiderio di trovare il suo posto nel mondo.
Un luogo da chiamare casa con dei personaggi che lo rappresentassero.

Essere nato a Kiev nel 1911 e vivere per tutta l’infanzia un costante pellegrinaggio tra Russia, la patria paterna, e l’Italia, quella materna, ha sicuramente generato una profonda instabilità in Vladimir, il suo nome all’anagrafe.
Certo, si potrebbe dire che all’epoca le persone erano abituate a vivere in precarietà, ma io non penso che i bambini, a qualsiasi latitudine e in qualsiasi tempo, possano passare indenni a certi traumi. 
In uno dei viaggi di rientro in Russia dopo la guerra, il piccolo Vladi e la madre scoprirono che il padre era morto fucilato dai bolscevichi durante la guerra.
Rientrati in Italia, furono considerati dei profughi e pertanto senza il diritto alla cittadinanza.
Apolidi.
È inimmaginabile lo smarrimento e l’indigenza che possono avere provato.

Tutto ciò che poi ha vissuto, da ragazzo e da giovane uomo, sembra aver contribuito a farlo diventare quello che si rivelerà come uno dei massimi esponenti del noir italiano.
Scerbanenco ha fatto l’autista di ambulanze in una Milano piena di cupezza.
Dove raccoglieva per le strade ubriachi. Donne e uomini allo sbando.
Morti e feriti causati dai più diversi delitti.
In quel periodo iniziò a scrivere.
Lo fece per alcune riviste femminili, gestendo le rubriche di posta e pubblicando brevi racconti.
Per essere efficace e arrivare ad un pubblico molto esigente, sviluppò un modo di scrivere attento ai dettagli, alla moda e ai luoghi di quella Milano che, pian piano, diventava un po’ più sua.
Scriveva storie turpi, dove il lieto fine non era garantito. Così come la scoperta del colpevole che spesso la faceva franca.
Non c’era mai politica nella sua scrittura, non denunciava comportamenti delinquenziali.
Semplicemente li raccontava, lasciando ai lettori la possibilità di dare una personale interpretazione.
Come se dicesse: questo è ciò che vedo o immagino. Nulla di più. 


Sembrava scrivesse più per lui, che per gli altri.

Durante il periodo fascista, se ne andò in Svizzera perché in Italia non era permesso scrivere di crimini. Bisognava trasmettere l’immagine di un paese sicuro.
Chissà se questo esilio forzato avrà fatto rinascere in lui antichi fantasmi apolidi?
Durante questo periodo creò, tra gli altri, una serie di racconti ambientati a Boston, luogo che non aveva mai visitato.
Nel protagonista, l’ispettore Jelling, si intravedevano le caratteristiche dell’antieroe.
Più che un poliziotto, un topo d’archivio che quando, in modo del tutto casuale, veniva coinvolto sul campo, attraverso un’abilità deduttiva formidabile, risolveva ogni caso.
Una sorta di anticipazione del tenente Colombo. Flemmatico, inarrestabile e di gran cuore.

Anche oggi, i suoi scritti danno sempre la sensazione di fondere due identità: il cronista e il filosofo.
C’è la durezza di alcune scene di cronaca nera, avvolte in lucidi approfondimenti sulla natura umana. L’ambizione che arma la mano.
Non si capisce quali dei due ambiti faccia da sfondo all’altro, ma nel lettore rimane un’emozione persistente.
Sono convinto che in ciò che scrive, un autore riesca a muovere emozioni in chi legge, non solo per l’abilità letteraria, ma per il coraggio di inserire dentro al racconto i suoi sentimenti.
Come a volersene liberare.
Come si scarabocchia un pensiero su un post-it.
Lo struggimento di alcune scene, per le quali lo confesso, ho pianto, traspare e arriva solo perché colui che le ha impresse su carta non stava battendo dei tasti.
Ma spiegava al foglio bianco il suo dolore.
Le atmosfere nebbiose dei navigli non sono banali scenografie, ma parte integrante del sentimento dei personaggi che in quella bruma si nascondono.
Come i sentimenti, quando non abbiamo il coraggio di manifestarli.

Dopo diversi anni vissuti stabilmente a Milano, Scerbanenco si sentiva ormai a casa.
Probabilmente volle italianizzare il suo nome per avere ancora più aderenza alla nazione che di fatto lo aveva accolto definitivamente.
Non tradusse il suo nome in Vladimiro, forse ancora troppo sovietico, ma si diede il nome di suo fratello che morì piccolo: Giorgio.
Sentendosi totalmente inserito nella società meneghina, iniziò sempre di più a raccontarla.
Meglio dire, a descriverla.
Fare la cronaca della Milano degli anni ‘50 e ’60 significava parlare della Mala.
Scerbanenco lo fece addensando nel suo stile asciutto e descrittivo, il rosa e il nero che avevano colorato la sua vita.
Dalla sua Olivetti uscirono romanzi, come Calibro 9, che dettero vita a diversi film di successo.
Con i suoi racconti ispirava.
Questa è la forza di chi, imperterrito, dà sfogo alla sua urgenza di dire, di scrivere.
Era instancabile.
La figlia Cecilia, curatrice oggi della sua opera, racconta che anche durante le ferie sull’Adriatico, mentre la famiglia stava in riva al mare, lui si riparava dal sole e dal caldo rintanandosi al bar e, con la sua fedele macchina da scrivere, lavorava.

Non aveva fiducia in ciò che scriveva, ma in ciò che provava.
La creatività lo aiutò a trovare un luogo da raccontare e farlo suo.
Fece la stessa cosa con i personaggi che, seppur diversi per estrazione sociale, sono tutti antieroi.
Senza distinzione, protagonisti o comparse.
Ogni essere umano presente nei suoi scritti ha il tratto dell’eroe che rifugge il clamore.
Sono persone che fanno ciò che devono fare.
Esprimono la loro essenza. Lasciando l’apparenza alla scenografia di fondo.

In tutti i suoi personaggi leggiamo tanta della sua consapevolezza, ma ce n’è uno che lo identifica più di ogni altro.
Scoprendolo si ha come la sensazione che l’autore arrivi quasi ad invidiarlo.
O forse siamo noi che lo invidiamo.
L’intuizione fu geniale.
In ambito poliziesco, nessuno aveva mai pensato ad un interprete che non facesse già parte dei buoni.
Fosse anche il dannato investigatore privato o il poliziotto ribelle.
No, Giorgio Scerbanenco decise che il protagonista della quadrilogia che lo portò al successo, fosse Duca Lamberti, un medico radiato prestato alla Polizia.
Un consulente vero e proprio, cacciato dalla professione medica per aver concesso l’eutanasia ad una signora anziana malata terminale.
Scrisse questo nel 1966.
Questo personaggio disturba per la feroce determinazione nella ricerca della verità.
È come se gli bruciasse dentro uno spasmodico desiderio di fare giustizia.
Accetta le debolezze umane, ma non sopporta la meschinità e la vigliaccheria.
Agisce facendo trasparire tutti i suoi limiti umani, senza scadere nel compassionevole.
È un duro, senza averne l’aspetto.
Fatica a dormire e per riposarsi sale su un tram guidato da uno dei pochi amici.
Solo lì, nello sferragliare ritmico del vagone che attraversa una città addormentata, ritrova un poco di pace.

È, senza dubbio, un antieroe.

A testimonianza della profondità che lo connota, Scerbanenco nasconde all’interno dei suoi scritti, spesso così risoluti, alcuni passaggi delicati che hanno il sapore della lirica.
Dobbiamo credere ai poeti.
Solo essi ci dicono la verità.
I loro sogni sono più precisi dei calcoli di un astronomo.
E scoprono mondi ancora più meravigliosi di quelli delle stelle.

Seppur non dotati di arte narrativa o poetica, forse anche noi, in quelle notti stritolanti e lattiginose come la nebbia della brughiera, dovremmo ricercare le nostre migliori attitudini.
È vero che non ci chiamiamo Scerbanenco, ma possiamo impegnarci a condensare i nostri desideri in un personaggio che ci rappresenti.
Una donna o un uomo. Non importa.
Non serve concentrarci troppo sull’aspetto fisico, tanto non è da postare sui social.
Piuttosto doniamogli quel coraggio che a volte ci manca.
O quei sorrisi che ci dimentichiamo di fare.
O la pazienza che il più delle volte ci scappa.
Facciamo in modo che sappia ballare.
Che non abbia timore di bagnarsi con la pioggia.
Che si lasci abbracciare.
E che non scappi quando sente l’amore che si avvicina.
Perché forse gli antieroi nascono proprio così.
Interpretando la nostra timidezza.

*L’Antieroe è una rubrica ideata e curata da Stefano Pigolotti


Stefano Pigolotti
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Stefano Pigolotti

Autore e giornalista pubblicista, con un percorso professionale costruito nel tempo tra impresa, management e formazione. Negli ultimi trent’anni ho maturato esperienze imprenditoriali nella consulenza aziendale e nel settore immobiliare. Ho ricoperto incarichi come fractional change manager in diverse società e sviluppato diversi percorsi formativi come mental coach professionista. Ho condensato queste esperienze in diversi lavori editoriali, più specificatamente nei tre rami del coaching: • Personal, con “Il tuo destino è sbocciare” • Business, con “Oltre l’azienda” • Sport, con “Gioca Facile” in collaborazione con Annalisa Biolghini A sostegno dei percorsi di cambiamento che promuovo nelle organizzazioni, ho recentemente co-firmato con Andrea Ziletti: • “ESG PER LE IMPRESE: il nuovo modo per crescere” un volume sull’importanza della sostenibilità come veicolo per un’imprenditoria visionaria e performante Percorsi diversi in contesti differenti, ma con un obiettivo comune: l’osservazione delle persone attraverso le loro attitudini e le loro fragilità, per favorire consapevolezza e generare valore condiviso.

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