La metafisica e le chiacchiere
Ho sempre amato Emil Cioran, il filosofo rumeno più tetro e divertente del Novecento. E, qualche tempo fa, un mio collega giornalista mi ha ricordato che Cioran era solito dire che le uniche cose destinate a non morire sono la metafisica e le chiacchiere.
Non so se lo abbia detto o scritto davvero – con Cioran non si è mai sicuri, perché ogni sua frase suona così vera da sembrare inventata! –, ma il pensiero è talmente acuto da meritare di essere vero anche se non lo è.
E comunque, guardando certo giornalismo contemporaneo, viene il sospetto che qualcuno lo abbia preso alla lettera.
Prendiamo la metafisica. Nel senso giornalistico del termine, è tutto ciò che fluttua elegantemente al di sopra della realtà osservabile. È il titolo che promette risposte definitive su fenomeni che nessuno ha ancora capito. È l’editoriale che spiega cosa sta davvero succedendo nel mondo, scritto da chi non lascia la sua scrivania da settimane. È la narrazione grande, solenne, capace di legarsi a qualsiasi fatto purché il fatto rimanga sullo sfondo, come un elemento decorativo.
Poi ci sono le chiacchiere. E qui non occorre essere cattivi: le chiacchiere sono ovunque e hanno una loro riconosciuta funzione sociale. Il problema è quando si travestono da notizia. Quando il contenuto futile di un’intervista diventa l’intervista stessa (la vecchia storia del dito e della luna). Quando si scrive di ciò che potrebbe accadere (ma non è ancora accaduto) o di ciò che qualcuno dice che si dice in giro (ma non si sa chi l’abbia detto e quando, e dove, e come, e perché). Quando i commenti sui commenti generano altri commenti, in un ciclo autoreferenziale che gira su se stesso come una trottola (tanto rumore… per nulla).
L’ambizione del giornalismo costruttivo
Metafisica e chiacchiere: due modalità diverse per allontanarsi dalla realtà. La prima va verso l’alto, verso le grandi spiegazioni. La seconda verso il basso, verso il pettegolezzo elevato a sistema.
Il giornalismo costruttivo, invece, ha un’ambizione più modesta e più impegnativa: stare nella realtà. Osservare ciò che è osservabile, documentare ciò che è documentabile e, soprattutto, stimolare nel lettore una riflessione, non discorsi irrilevanti, siano essi da accademia o da bar.
È una scommessa sul pubblico. Sul fatto che i lettori non abbiano bisogno né di metafisica né di chiacchiere, ma di qualcosa in cui riconoscersi e da cui partire.
Cioran, probabilmente, avrebbe trovato ingenuo anche il giornalismo costruttivo. Ma pure lui, in fondo, sebbene convinto dell’inutilità radicale di qualsiasi impresa umana, soprattutto quella del comunicare, non smise mai di scrivere. Il che, a pensarci, è una piccola rivincita silenziosa per chi, come il Constructive Network, ancora ci crede.

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