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Natalità in calo, genitorialità che cambia: storie, dati e nuove prospettive

Dic 1, 2025
natalità in calo

In Italia si fanno meno figli. Il dato, di per sé, non è una novità. Ma quello che i numeri raccontano oggi è un cambiamento più profondo, che non riguarda solo la demografia, bensì la cultura, il lavoro, la fiducia nel futuro. Le nascite diminuiscono, l’età della maternità si alza, la genitorialità si ripensa. Cosa significa diventare genitore oggi? E soprattutto: quali condizioni stiamo creando perché chi desidera generare vita possa farlo con serenità?

L’Italia del 2024 registra poco meno di 370mila nuovi nati (dati ISTAT). È un nuovo minimo storico: un calo del 2,6% sull’anno precedente (una contrazione di quasi 10mila unità). I dati registrano una diminuzione sia dei primi figli sia dei figli di ordine successivo al primo. I primogeniti sono pari a 181.487 unità, in calo del 2,7% rispetto al 2023. I secondi figli (133.869) diminuiscono del 2,9% mentre quelli di ordine successivo dell’1,5%. La diminuzione dei primi figli riguarda tutte le aree del Paese, con una riduzione minore nel Centro-Nord (-1,8% per il Nord, -2,0% per Centro) e un calo più intenso nel Mezzogiorno (-4,3%). Anche la diminuzione dei figli di ordine successivo al primo interessa in misura maggiore il Mezzogiorno: -4,3% contro -1,7 del Centro e -1,4% del Nord (-2,5% la media Italia). Quindi, si tratta di un fenomeno che interessa l’intero Paese.

Un trend che attraversa il Paese

L’andamento decrescente delle nascite si registra anche nel 2025, anno in cui, in base ai dati provvisori relativi a gennaio-luglio, si registra una diminuzione di 13mila unità (-6,3%) rispetto allo stesso periodo del 2024. Le regioni italiane che hanno riportato un forte calo sono state l’Abruzzo e la Sardegna, seguite da Umbria, Lazio e Calabria. Va meglio invece per la Valle d’Aosta e le Province autonome di Bolzano.

Ma dietro ognuna di queste cifre c’è una storia che merita di essere ascoltata: quella di chi sceglie la maternità o la paternità più tardi, di chi la rimanda o la esclude per motivi economici, di chi si confronta con i limiti del sistema, ma anche di chi costruisce reti di supporto, si affida a politiche locali o intravede spiragli nuovi. In questo scenario complesso, si aprono spazi per riflessioni costruttive: su come sostenere la genitorialità senza giudizio, su come trasformare la maternità in una possibilità accessibile, non in un ostacolo. Non si tratta solo di numeri da commentare, ma di una trasformazione che ci riguarda tutti. Perché la natalità non è un indicatore isolato: è lo specchio di una società che decide, o meno, di investire sul futuro.

Nuove famiglie

Negli ultimi anni si è verificato un nuovo sviluppo: avere figli fuori dal matrimonio, soprattutto tra i giovani. Infatti, molti di loro ritengono che il vincolo matrimoniale non sia necessario per procreare. L’ISTAT afferma che sebbene permanga una diminuzione della nascite anche in questo caso, essa è inferiore rispetto alle coppie coniugate. Pur a fronte di una riduzione assoluta, l’incidenza dei nati da coppie non coniugate continua comunque a crescere: 43,2% nel 2024, +0,8 punti percentuali sul 2023 e +23,5 punti percentuali sul 2008. In particolare, ad aumentare rispetto al 2023 è la quota di nati da genitori che non sono mai stati coniugati (dal 35,9% del 2023 al 36,9% del 2024), mentre scende, anche se di poco, la quota di nascite da coppie in cui almeno un genitore proviene da una precedente esperienza matrimoniale (dal 6,5% del 2023 al 6,2% del 2024).

Maternità e fecondità: una trasformazione culturale e socioeconomica

L’età anagrafica delle donne che diventano madri è in crescendo. Già dal 1995 al 2024 è stato evidenziato un aumento dell’età: Limitando l’analisi ai soli primogeniti, in media, nel 2024, le donne in Italia diventano madri per la prima volta a quasi 32 anni (31,9). L’età media al primo figlio era pari a 31,7 nel 2023 e inferiore ai 30 anni (28,1) nel 1995. Lo spostamento della fecondità verso una maggiore età è visibile se si confrontano i tassi di fecondità per età della madre tra passato e presente: rispetto al 1995, i tassi di fecondità sono più alti nelle età superiori a 30 anni e più bassi tra le donne più giovani.

Rimandare la genitorialità: conseguenze sulla fecondità

La posticipazione delle nascite è collegata a una riduzione della fecondità secondo un rapporto proporzionalmente diretto. Infatti, più si rimanda al futuro la scelta di diventare genitore, più si riduce la finestra temporale a disposizione per realizzare iniziative di stampo familiare.

Il rialzo dell’età in cui si diventa madri per la prima volta è un fattore comune a donne italiane e straniere. Quest’ultime passano da 33,0 anni nel 2023 a 33,1 nel 2024. La loro età media al parto rimane comunque inferiore ai 30 anni. Ad un’analisi approfondita del territorio, emerge un aumento dell’età media più alta nel Centro e nel Nord (33,0 e 32,7 anni) rispetto al Mezzogiorno (32,3). Lazio, Basilicata e Sardegna registrano una posticipazione delle gravidanze (33,2 anni in tutte e tre le regioni) così come il Molise (33,1 anni). La Sicilia è ancora la regione dove risiedono le madri più giovani (31,7 anni nel 2024, stabile sul 2023). La Lombardia ha un’età media di 32, 8 anni, seguita dalla Provincia autonoma di Trento e dal Veneto (32,7 anni in entrambe), mentre la più bassa si rileva nella Provincia autonoma di Bolzano/Bozen (stabile a 31,9 anni).

Il nesso tra posticipazione delle nascite e tasso di fecondità è osservabile nelle Isole italiane: la Sardegna ha la fecondità più bassa e tardiva, a differenza della Sicilia, con le madri più giovani d’Italia e una fecondità tra le più alte a livello nazionale.

Certamente, i dati mostrano un cambiamento rispetto al passato, anche per via di difficoltà lavorative ed economiche, ma è bene sottolineare che la maternità e la genitorialità ci sono ancora. Si diventa genitori in età più adulta, tra i 35 e i 39 anni. Le madri over 35 sono sempre di più e fanno parte di una nuova area della natalità italiana. A differenza del 1999, nel 2024 sono stati 135 mila i bambini nati da madri con più di 35 anni. Anche per quanto riguarda la paternità, si è verificato lo stesso fenomeno: oggi sono il 57% i padri con più di 35 anni.

L’occupazione femminile

Com’è la situazione dal punto di vista del lavoro delle donne? E come si può riflettere in termini di maternità guardando anche l’andamento lavorativo?

Nel 2025 il tasso di occupazione femminile è del 64,9%; 68,9 % è quello delle donne senza figli e il  63,1% quello delle donne con almeno un figlio minore; il 65,6 % evidenzia le donne con un figlio e il 60,1 % quelle con uno o più figli. Così si legge nello studio delle Equilibriste, Save the children, ricerca (la maternità del 2025). Inoltre, la presenza femminile in posizioni di potere e la partecipazione economica delle donne rilevano degli elementi particolari: i Paesi con un Capo di Stato donna sono solo 18 (l’11,9% del totale) e quelli con una donna a capo del Governo solo 16 (l’8,3% del totale).

Secondo il rapporto del World Economic Forum che fornisce informazioni anche sul tema del reddito, nella sua declinazione di divario retributivo, ma anche di distribuzione di genere del lavoro povero, l’Italia nel 2024 è al 96esimo posto al mondo su 146 Paesi in quanto a partecipazione femminile al mercato del lavoro e per quanto riguarda il gender gap retributivo in 95esima posizione. Grazie alla preziosa analisi INPS sul rendiconto di genere pubblicata di recente, si potrà esaminare il gender pay gap, in particolare i divari di reddito a seconda del settore lavorativo nel privato per le lavoratrici dipendenti. L’analisi delle retribuzioni medie giornaliere per settore economico, nell’anno 2023, rivela disparità significative tra uomini e donne in Italia.

Da ciò si evince che l’Italia non ricopre posizioni molto alte in termini di partecipazione delle donne al mercato del lavoro e che, anche in termini di retribuzione ci sono differenze di genere. Per quanto riguarda il divario di genere, le discrepanze più marcate si osservano in settori tradizionalmente dominati dagli uomini: nelle attività finanziarie e assicurative, le donne guadagnano il 32,1% in meno dei loro colleghi maschi, mentre nelle attività professionali, scientifiche e tecniche, il divario sale al 35%. Sorprendentemente, anche in settori come l’istruzione e la sanità, dove la presenza femminile è storicamente forte, persiste un gap salariale significativo (le donne guadagnano circa l’11% e il 25% in meno rispetto agli uomini nel settore dell’istruzione e della sanità). Questi dati sottolineano come la disparità salariale di genere sia una realtà trasversale nel mercato del lavoro italiano. Le retribuzioni medie giornaliere nel settore pubblico risentono meno del divario di genere, anche se in alcuni settori (es. servizio sanitario, università e ricerca) gli uomini percepiscono oltre il 20% in più rispetto alle colleghe.  ( Fonte Equilibriste, Save the children).

Le iniziative politco-familiari in Italia

Alla luce di questo excursus, si può continuare a riflettere al contempo sul tema della maternità. È necessario operare per fare in modo che la maternità non freni l’occupazione femminile, ma che, al contrario, diventi accessibile a tutti, grazie al sostegno dei servizi, permettendo alla donna di conciliare la sfera personale e quella lavorativa.

La nuova manovra del governo attuale ha stanziato oltre 6 miliardi per attivare iniziative rivolte alle famiglie e al sostegno delle nascite. Tra queste si ricordano la Carta per i nuovi nati, per cui dal 2025, le famiglie con ISEE fino a 40mila euro hanno la possibilità di ricevere un contributo una tantum del valore di 1.000 euro; il Bonus asilo nido, contributo economico per aiutare le famiglie in difficoltà con figli di età inferiore a 3 anni. Può essere richiesto per via telematica all’INPS, tramite il servizio online e i patronati, entro il 31 dicembre 2025 dal genitore, o dal soggetto affidatario del minore; il Bonus mamma per le madri lavoratrici; le Carte acquisto per le famiglie, ovvero due carte elettroniche per l’acquisto di generi di prima necessità. ( Fonte Confcommercio )

Il parere dell’esperta

La Dottoressa Angela Scoppettone, Psicologa e Psicoterapeuta specialista in Psicoterapia Cognitiva Neuropsicologica, ci racconta che esistono progetti e iniziative in Italia e in Europa volti a favorire la maternità ma non nello specifico per le donne in età più avanzata. “Per quel che riguarda la situazione italiana vi sono diverse misure volte a sostenere la genitorialità e contrastare il calo delle nascite, ma non specifiche per l’età avanzata, tra queste annovero i vari bonus e incentivi economici ( assegno unico universale per i figli a carico, bonus nido e contributi per la prima infanzia). Altre misure, dal mio punto di vista discutibili, riguardano nello specifico i contributi a partire però dal secondo figlio. Alcune regioni inoltre, coprono attraverso il SSN alcune procedure di PMA (procreazione medicalmente assistita)”.

Com’è la situazione in Europa e in Italia?

“ Il sostegno alla maternità in età avanzata assume caratteristiche più concrete. Alcuni Paesi del Nord Europa offrono congedi parentali flessibili, forti incentivi economici e assistenza sanitaria completa per le gravidanze “over 40”. Un ruolo rilevante è ricoperto dai programmi di “Fertility Preservation” (congelamento ovociti) sovvenzionati per donne che scelgono di posticipare la maternità – aggiunge la dott.ssa Scoppettone.

“La maternità dopo i 40 anni in Italia è classificata come “a rischio” dal punto di vista medico, ma non vietata. Con l’avanzare dell’età, la fertilità femminile subisce un declino naturale, graduale ma inesorabile. Oltre a questo calo vi è l aumentata possibilità di anomalie cromosomiche oltre che complicanze mediche per la madre – continua la dottoressa –  Occorre fare però, a mio avviso, anche una riflessione sul piano psicologico e sessuologico. Sul piano psicologico, la maternità tardiva può rappresentare un momento di migliore consapevolezza: le donne arrivano alla gravidanza con una maggiore stabilità personale e professionale. Tuttavia, spesso emergono anche dubbi e pressioni sociali come ad esempio il giudizio (che non arriva solo dall’esterno ma spesso è frutto di credenze personali ) per l’età, il timore di essere fuori tempo, o la paura di stancarsi più facilmente. In questi casi, il supporto psicologico e la rete familiare giocano un ruolo decisivo per vivere la genitorialità più serenamente. Dal punto di vista sessuologico, la scelta di diventare madri più tardi contribuisce a ridefinire l’identità sessuale femminile: non più legata a un orologio biologico rigido, ma alla libertà di scelta e alla continuità del desiderio anche in età adulta. Il dibattito ad oggi è molto attivo”.

La Dottoressa Scoppettone, infine, pone l’attenzione su alcuni aspetti positivi della maternità avanzata, quali la ridefinizione dell’identità sessuale femminile e la consapevolezza della donna, così come la libertà di scelta personale. Tale riflessione mostra la molteplicità di elementi psicologici e sessuologici e l’eterogeneità di osservazioni e riflessioni che albergano attorno al fenomeno.

Antonella Ferro