Nella società mediatizzata sono cambiate le relazioni, cosi come è cambiato il concetto di comunità.
Il sociologo Zygmunt Bauman ha parlato di comunità guardaroba ovvero “quelle comunità che prendono corpo, anche se solo in apparenza, quando si appendono in guardaroba i problemi individuali, come i cappotti e i giacconi quando si va a teatro. […] Il loro vantaggio rispetto alla «roba autentica» sta proprio nel breve arco di vita e nella trascurabile quantità di impegno necessario per unirsi ad esse e godere (sia pur brevemente) dei loro benefici”. Il pensiero di Bauman sottolinea la provvisorietà delle relazioni e il consumismo emozionale ed evidenzia il volto della nostra società.
Le comunità guardaroba
Le comunità guardaroba sottolineano alcuni aspetti della società liquida che non possiamo accettare. Di fatto, la società può essere arricchita solo se riusciamo a comprendere la realtà. A fare la differenza è la responsabilità educativa che è strettamente legata alla conoscenza del mondo attuale.
Infatti, è opportuno che i giovani si avvicinino ai percorsi di conoscenza attraverso la narrazione come processo di story-telling e che l’apprendimento si trasformi in esperienze di sperimentazione, dove anche le emozioni e il coinvolgimento creativo assumano un ruolo importante.
Gli adulti sono chiamati ad individuare le potenzialità formative e gli strumenti, per concorrere alla formazione degli uomini e delle donne del domani. Inoltre, devono trovare le strategie per favorire l’inclusione e abbattere quei muri che rendono più difficile la comunicazione.
La comunità educante
Si discute tantissimo di comunità educante e in diverse occasioni il portale di informazione “Tecnica della Scuola” ha affrontato questo tema.
La comunità educante include “enti territoriali, scuole, istituzioni, genitori”. Viste le numerose emergenze educative è necessario siglare un patto educativo di comunità.
Il Mim (Ministero dell’Istruzione e del Merito) ha dato una definizione ben precisa ai Patti educativi di comunità ovvero: “accordi tra gli enti locali, le istituzioni pubbliche e private operanti sul territorio, le realtà del terzo settore e le scuole, per promuovere e rafforzare la collaborazione tra la scuola e tutta la comunità. Si tratta di una modalità di coinvolgimento del territorio affinché questo si renda sostenitore, d’intesa e in collaborazione con la scuola, della fruizione del capitale sociale espresso dal territorio medesimo, ad esempio negli ambiti della musica d’insieme, dell’arte e della creatività, dello sport, dell’educazione alla cittadinanza, della vita collettiva e dell’ambiente, delle tecniche digitali e delle conoscenze computazionali”.
Donare speranza ai giovani
Oggi, serve un percorso che restituisca centralità, in ogni luogo educativo, alle bambine e ai bambini, ai preadolescenti e agli adolescenti. Una proiezione verso il futuro, capace di donare ai giovani speranza.
Il portale chiesacattolica.it ha riportato le meravigliose parole del Cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana che, in un recente intervento, ha detto: “Il Giubileo, evento pubblico che incide anche sulla vita sociale, sia tempo di cambiamento vero, comprensione, aiuto e allo stesso tempo anche di alimentazione delle passioni. Nel contesto attuale, contraddistinto da numerose guerre, la speranza sembra non esistere. Ma la speranza va oltre e cerca quello che ora non si vede. È avviare una ricerca ora, ma il cui frutto si vedrà solo con il passare del tempo: ecco perché la speranza cristiana risponde alla speranza del mondo”.
L’educazione è una pratica collettiva
L’educazione è una pratica collettiva e la comunità è chiamata a collaborare e a cooperare. Ma non solo. Nell’era dell’intelligenza artificiale e del Metaverso i ragazzi non possono essere lasciati soli. Il sociologo Henry Jenkins ha individuato un errore macroscopico nei confronti dei giovani ovvero il lasciar fare ritenendo che, per il solo fatto di essere nati in epoca digitale, abbiano gli strumenti d’interpretazione per affrontare questi nuovi ambienti.
I giovani vanno accompagnati e guidati nell’acquisizione di competenze digitali e nella realizzazione di progetti. È vero che la società continua ad alzare l’asticella generando in loro insicurezze, ma dall’acquisizione dei propri limiti riusciranno a crescere e a migliorare.
Una comunità che progetta insieme offre stimoli intellettuali e professionali. Costruire e lavorare per i giovani contribuisce a incoraggiare anche quei ragazzi che vogliono lasciare l’Italia, per trovare lavoro all’estero e allontanarsi da un Paese che non offre prospettive.
La sfida etica
La sfida etica è fondamentale per consentire ai ragazzi di sviluppare e acquisire norme etiche, per fare fronte al nuovo ambiente sociale che li attende. La disintermediazione ci ha illuso di poter agire senza regole, convinti di essere al centro, dotati di potere. Le regole sono invece un pilastro imprescindibile. Consentono di attuare un processo di interiorizzazione che porta anche all’evoluzione delle regole stesse.
Educare in quest’epoca tecnologica significa dare un senso e un significato ad alcuni fenomeni davvero gravi come: l’hate speech, il cyberbullismo, il revenge porn, il sexting, il sextortion e tanto altro ancora.
Una comunità che educa aiuta i ragazzi a riscoprire i valori e li supporta nelle loro fragilità. Proprio per questo motivo, tutti gli attori della società devono essere in grado di mettersi in discussione, di dialogare e di condividere.
Il mio sogno è che nascano comunità educanti in grado di trasmettere alle nuove generazioni “una cultura della fiducia e dell’accoglienza”. Abbiamo bisogno di straordinari mondi dove inventare rivoluzionarie attività e costruire saperi significativi e condivisi, rispettando i principi dell’etica e della morale.
D’altronde il sociologo Edgard Morin ci ha avvisati: “L’Umanità è ormai soprattutto una nozione etica: è ciò che deve essere realizzato
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