Cuav, centri per uomini violenti: cosa sono e quanti ce ne sono in Italia?

Diamo agli uomini i mezzi per combattere la violenza

I centri dedicati agli uomini autori di violenza (Cuav), in Italia, sono apparsi  tra il 2000 e il 2010, in ritardo rispetto ad altri paesi europei. 
Ad oggi, se ne contano 94 su tutto il territorio nazionale

Le regioni con la presenza maggiore sono Emilia-Romagna e Piemonte (14 ciascuna), Lombardia (9) e Veneto (8). I restanti si trovano tra il centro (19%) e il sud (23%).

In Valle d’Aosta, Molise e Basilicata non esistono Cuav, mentre in Calabria è stato formalmente costituito il primo centro (2022)

Obiettivi dei Cuav

L’obiettivo dei Cuav (Centri per uomini autori di violenza) è la responsabilizzazione degli uomini violenti e maltrattanti rispetto alle condotte agite e la promozione di un cambiamento nei loro atteggiamenti e nei loro modelli di comportamento, partendo da un’assunzione di responsabilità rispetto alle condotte violente agite nei confronti di partner, ex partner e figli/e per prevenire la recidiva dei crimini relativi alla violenza di genere, compresi quelli di natura sessuale.

La legge n. 119/2013 aveva modificato il Codice di procedura penale, con l’introduzione dell’articolo 282 quater: quando un imputato per crimini relativi a violenza di genere si “sottopone positivamente ad un programma di prevenzione della violenza”, il responsabile del servizio deve darne comunicazione al pubblico ministero e al giudice, che a sua volta deve valutare la possibilità di sostituire la misura già inflitta all’uomo con un’altra meno grave. 

Successivamente, con il cosiddetto codice rosso (legge n.69/2019), è stata introdotta la modifica all’art. 165 c.p. che ha previsto un ulteriore rafforzamento della collaborazione con il sistema della giustizia penale, subordinando la sospensione condizionale della pena alla partecipazione ad un percorso di recupero. 

Gli approcci

Il cambiamento negli atteggiamenti e nei comportamenti degli uomini autori di violenza può essere realizzato mediante il ricorso a più approcci di intervento: i dati evidenziano che l’approccio psicoeducativo ha superato, per incidenza, quello psicoterapeutico.
In pratica, si ricorre a più approcci: cognitivo-comportamentale, sistemico-familiare, culturale/psicoeducativo e psicoanalitico (sebbene il primo sia leggermente più diffuso), mentre il modello sviluppato in Norvegia da ATV- Alternatives to violence è richiamato dai centri pubblici dell’Emilia-Romagna.

Questi approcci hanno lo scopo di mettere in discussione le categorie di percezione e comprensione della realtà adottate dagli autori di violenza, nella prospettiva di migliorare la loro consapevolezza in merito all’influenza che i modelli di genere esercitano sull’adozione e la giustificazione dei comportamenti violenti agiti.

Inoltre, obiettivi comuni sono: la responsabilizzazione degli uomini violenti rispetto ai comportamenti agiti e alle loro conseguenze (il 95%), la promozione dei processi di cambiamento nelle dinamiche relazionali che generano la violenza (l’86%), la fornitura di strumenti per la gestione non violenta dei conflitti (l’84%), l’accompagnamento nei processi di gestione della frustrazione e della rabbia (80%) e l’aumento della capacità riflessiva degli uomini maltrattanti (il 77%).

Su livelli inferiori di importanza vengono inclusi il potenziamento della consapevolezza sui ruoli di genere connessi alla maschilità e alla paternità (34% importante e 56% molto importante) e il potenziamento della responsabilità genitoriale (45% importante e 37% molto importante).

Ancora minoritario in Italia è l’approccio criminologico, che si caratterizza per il fatto di arginare i tentativi di negazione o minimizzazione dell’autore di violenza a partire da un riscontro sui dati oggettivi del fascicolo criminale e dei provvedimenti penali che lo hanno interessato.

La struttura dell’intervento dei Cuav

L’intervento prevede un contatto diretto da parte dell’uomo (a testimonianza della sua intenzione di iniziare un percorso) e la realizzazione di alcuni colloqui iniziali finalizzati alla valutazione del caso specifico. 

Segue la stipula di un contratto in cui sono descritti obiettivi e regole che l’uomo si impegna a rispettare: un passaggio, quest’ultimo, che sancisce l’inizio della presa in carico vera e propria, la quale poi si concretizza in cicli di incontri individuali e/o di gruppo.

Benché l’Intesa Stato-Regioni demandi al singolo Cuav l’articolazione del curricolo del programma, fissa al contempo la durata minima del percorso a 60 ore su un arco temporale di 12 mesi. Coerentemente con quanto previsto da questo testo, il percorso trattamentale dura un anno o più per il 49% dei centri. 

Tuttavia, il 6% fissa la durata minima entro un arco temporale che si estende da uno a cinque mesi, il 20% indica sei mesi e il 24% da sette a undici mesi.

Tre mesi dopo l’approvazione dell’Intesa, la metà dei Cuav ha dichiarato di realizzare interventi con una durata inferiore ai 12 mesi.

Per la quasi totalità dei Cuav gli uomini non possono essere sempre considerati in grado di affrontare il percorso di trattamento: 

  • Se hanno problemi psichiatrici
  • Se hanno problemi di dipendenze
  • Se hanno difficoltà linguistiche
  • Se negano in ogni modo la violenza agita (Questo dato evidenzia che, in almeno la metà dei Cuav, l’intervento è previsto solo laddove si ravvisino le possibilità di un potenziale cambiamento, anche per evitare che uomini non motivati possano condizionare negativamente le interazioni di gruppo. D’altro canto, poiché in molti centri il lavoro sulla motivazione è considerato parte integrante del trattamento, possono essere adottate strategie alternative, come per esempio quella di prevedere gruppi per i negatori assoluti)
  • Se c’è un elevato rischio di reiterazione della violenza

Gli autori della violenza e le loro caratteristiche

Il totale degli uomini presi in carico nel 2022 è di 4.174.

Tra i 4.174 uomini in carico al 31 dicembre 2022, la maggioranza ha un’occupazione stabile (61%).

Il 42% è divorziato o in corso di separazione, mentre il 33% è costituito da coniugati o conviventi, i quali quindi continuano ad avere una relazione quotidiana con la partner su cui hanno agito violenza. Se a quest’ultimo dato si affianca quello dei padri di figli minorenni (55%), si comprende

l’importanza di garantire una efficace azione di contenimento, oltre che di prevenzione dalle future violenze. 

Sono 13 i Cuav che nel corso del 2022 hanno affermato di essere frequentati da ragazzi minorenni, per un totale di 70 giovani in carico

Non sempre gli uomini portano a termine i percorsi concordati con il Cuav

Sono state registrate interruzioni anticipate nel 76% dei Cuav, in alcuni casi a seguito di una decisione concordata con l’equipe e più spesso senza alcun preavviso:

complessivamente, nel 2022 sono 336 gli uomini che hanno interrotto il percorso senza un previo accordo con l’equipe (l’8,4%, sul totale in carico ai centri che hanno risposto alla domanda sulle interruzioni del percorso); sono invece 156 gli uomini che, in ragione di specifiche esigenze, hanno concordato con l’equipe il termine anticipato del percorso (il 3,9% sul totale in carico ai centri che hanno risposto alla domanda sulle interruzioni del percorso).

ll follow up

Il follow up è realizzato dall’86% dei Cuav. Tra questi, il 55% lo realizza sempre e il 31% lo realizza solo in alcuni casi. 

Le modalità di conduzione del follow up variano a seconda delle condizioni e delle esigenze. 

In particolare, tra i Cuav che realizzano questa procedura (81) si osserva che: 

  • principalmente viene realizzato mediante incontri individuali (74%) e per via telefonica (62%). Tra le altre modalità, emerge che il 44% dei Cuav si avvale anche di uno scambio di informazioni con operatrici e operatori degli altri servizi territoriali e il 37% ricorre al contatto della partner; 
  • 4 Cuav ogni 10 che effettuano il follow lo iniziano di regola dai 3 ai 5 mesi dopo il trattamento e altrettanti dai 6 ai 12 mesi successivi alla conclusione del percorso. 

I limiti dei Cuav

Gli studi (2022) hanno raccolto testimonianze relative all’incremento degli accessi strumentali, ovvero di uomini più interessati all’ottenimento di pene meno afflittive o alla sospensione della pena che a un reale percorso di cambiamento. 

Un altro limite evidente dei Cuav è che il 35% del personale opera in maniera esclusivamente volontaria. Il 9% di centri affida l’intervento esclusivamente a personale volontario e ciò pone una serie di interrogativi in merito alla loro capacità di realizzare un’azione efficace. 

Come sostenuto anche dagli standard elaborati dai programmi europei (WWP EN, 2023), l’esclusivo ricorso a personale non retribuito potrebbe incidere negativamente sulla qualità e la sostenibilità di un lavoro complesso come quello relativo al trattamento e alla gestione degli autori di violenza.

Tra le figure professionali, emerge in particolare quella degli psicologi/psicoterapeuti, che rappresentano poco più della metà del personale impiegato. 

Su percentuali di gran lunga inferiori si posizionano educatori, counselor, criminologi e personale amministrativo che, presi complessivamente, incidono per il 22%. 

Seguono gli avvocati (4%) e gli assistenti sociali (2%).

Mariangela Campo

Mariangela Campo

Giornalista, Blogger e Digital Manager. Specializzata nello studio delle relazioni tra i giovani e la società contemporanea, scrive anche di parità di genere e di educazione ai media digitali

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