Amore autentico

Non è il nome, né un cognome, né l’origine.
Non sono i tratti somatici, i titoli di studio, i soldi o il potere che definiscono una persona.
Così come non sono un voto scolastico o una promozione al lavoro.
Neanche un licenziamento.
Non è nemmeno il gender e tantomeno la religione che professa, se ne ha una.

Per identificare una persona si potrebbe indagare se è buona o cattiva?
Forse. Ma rispetto a cosa, a quale legge o a quale morale?
Allora diciamo che a svelarla è il suo carattere. Fuochino.
Ok, va bene. Il suo temperamento? Fuochino, quasi fuoco.
La consapevolezza che quella persona ha di sé. Fuoco.
Attraverso la quale può esprimere la sua essenza. Bingo.

E la forza dell’essenza, in Alda Merini, non si può proprio ignorare.

Non è la sigaretta, l’aria trasognata, l’aspetto di chi sembra sempre in attesa di partire o qualsiasi altro stereotipo, seppur affascinante, che ci permette di codificare una donna, una poetessa, una madre.

Da giovane, appena sposata, la chiamavano la fornaretta. Aveva una rivendita di alimentari con suo marito, ma non mi sembra che questo appellativo ne abbia vincolato il futuro.

La pazza. L’etichetta più facile da appiccicare a coloro che non comprendiamo.
Sicuramente qualcuno ai suoi tempi, qualcuno che la conosceva superficialmente, l’avrà certo definita così.
Con quella spregevole ignoranza che non ha mai fine.
Con quel male gratuito che sembra annidarsi nell’animo umano.
La calunnia: sia essa sussurrata tra i navigli a metà del secolo scorso o la si scriva nascosti dietro ad una tastiera ai tempi nostri. Sempre di odio si parla.

Secondo Alda Merini, questo vile atteggiamento è stato la causa principale del suo “spegnersi”.
Mi sono avvelenata di umiliazione.
Nei tanti, tantissimi anni di manicomio, ha visto e, soprattutto, vissuto di tutto.
Lei dice di non voler perdonare, ma desidera ardentemente capire.
Capire come mai nel pieno della sua gioventù poetica fu internata, risucchiata nell’oblio. Ritornando a scrivere solo tanto tempo dopo, seppur con una voce più potente. Più sua.
Sono fortunata. Ma molti non lo sono stati.
Non condannò mai gli psichiatri che reagivano con farmaci ed elettroshock al suo male di vivere. Voleva concedere loro la dignità di rispondere alle sue esasperate domande. Voleva comprendere, non vendicarsi.
Era pura Alda Merini, e quando scriveva spiegava che l’amore vince su ogni cosa e che la sua vita è stata bella, perché l’ha pagata cara, come tutte le cose preziose.

Aveva la capacità di comprendere l’anima degli altri senza giudizio.
Faceva quello che le piaceva senza sentirsi inadeguata.
Non veniva erosa dal tempo, perché non lo considerava.
Esprimeva pensieri e amore senza ritegno. Perché le andava.
È la poesia che la rendeva tale o il fatto di essere così la trasformava in poesia?

Alda Merini è stata sicuramente una persona non conforme.
Badate bene non anticonformista.
Gli anticonformisti riconoscono il potere per contestarlo.
I conformi inseguono la massa tentando invano di distinguersi.

E poi, sempre rarissimi, in ogni epoca, oserei dire in ogni era, arrivano loro i non conformi. Senza reazioni, senza strategie, senza pose. Antieroi.
Esseri che vivono la loro essenza e inevitabilmente la trasmettono senza filtri e senza paure.
Talvolta appaiono anticonformisti perché una loro specifica scelta o posizione risulta in totale antitesi con ciò che è giusto fare.
Per ragioni imperscrutabili, a volte sono addirittura conformi. Perché casualmente esprimono idee che seguono il flusso comune della massa.
In ogni caso loro però non si allineano, perché hanno l’urgenza di esprimere la loro umanità, il loro pensiero, la loro poesia.

E noi, quante volte abbiamo desiderato non conformarci?
Alle convenzioni, agli obblighi, ai ruoli imposti, ad amori vincolanti…

Provate ad immaginarvi Alda Merini afflosciata sulla sedia nella sua casa sui Navigli.
Una sigaretta in mano a cui ha strappato il filtro.
C’è puzza di fumo e di stantio nella stanza disordinata.
Mille cose, apparentemente inutili.
Premi impolverati, fiori rinsecchiti, tazze sbeccate con qualche rimasuglio incrostato.
Mozziconi per terra e scritte sulle pareti: nomi, numeri di telefono, qualche verso.
Lei, capelli in disordine pettinati di tanto in tanto, smalto scheggiato e rossetto imperfetto. Indomita espressione del desiderio di affascinare.

Negli interventi alla televisione appare sempre scomoda, fuori luogo, quasi destabilizzata, ma mai impaurita.
Sembra a disagio. Sembra.
Ma poi parla e ciò che esce dalla sua bocca è facile, mai banale. Profondo.
Così come quando scrive. Arriva dove pochi riescono.

Alda Merini era questo e attraverso le sue opere lo è ancora oggi.
Ci induce a non avere paura del diverso, soprattutto quando il diverso siamo noi.
Ci insegna che l’amore verso il prossimo deve essere gratuito, se no è interesse.
Con la delicatezza di chi ha sofferto e la curiosità dei fanciulli, ci invita a sbirciare attraverso la serratura della porta grigia del nostro vivere quotidiano.
Fatto di gesti ripetitivi, performance, bocconi amari e qualche slancio di vivacità.

Se fossimo affamati di gentile curiosità, da quel pertugio potremmo vedere cose nuove.
Dietro quella porta senza maniglia, scorgeremmo una stanza multi colore, splendente e piena di opportunità.
Quella è la stanza della nostra anima.
La chiave per aprirla?
Ce l’abbiamo in tasca. Sì, quella tasca ben cucita.

Il nome della chiave?
Bisognerebbe chiederlo ad Alda.
Probabilmente, al termine di una risata roca e con la solita espressione sognante, ci sussurrerebbe…
Autenticità.

*L’Antieroe è una rubrica ideata e curata da Stefano Pigolotti



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Stefano Pigolotti
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Stefano Pigolotti

Autore e giornalista pubblicista, con un percorso professionale costruito nel tempo tra impresa, management e formazione. Negli ultimi trent’anni ho maturato esperienze imprenditoriali nella consulenza aziendale e nel settore immobiliare. Ho ricoperto incarichi come fractional change manager in diverse società e sviluppato diversi percorsi formativi come mental coach professionista. Ho condensato queste esperienze in diversi lavori editoriali, più specificatamente nei tre rami del coaching: • Personal, con “Il tuo destino è sbocciare” • Business, con “Oltre l’azienda” • Sport, con “Gioca Facile” in collaborazione con Annalisa Biolghini A sostegno dei percorsi di cambiamento che promuovo nelle organizzazioni, ho recentemente co-firmato con Andrea Ziletti: • “ESG PER LE IMPRESE: il nuovo modo per crescere” un volume sull’importanza della sostenibilità come veicolo per un’imprenditoria visionaria e performante Percorsi diversi in contesti differenti, ma con un obiettivo comune: l’osservazione delle persone attraverso le loro attitudini e le loro fragilità, per favorire consapevolezza e generare valore condiviso.

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