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Identità smarrite nel mondo del lavoro

Mag 22, 2025
Insoddisfazione nel lavoro: una piaga che si può risolvere?

Uno studio condotto dal ricercatore Enzo Risso per l’osservatorio Fragilitalia del Centro Studi Legacoop e Ipsos ad aprile 2025, rivela una situazione in cui molte persone non si riconoscono nel lavoro che fanno e si sentono emotivamente svuotate, cercando fuori l’orario lavorativo le loro vere soddisfazioni. Come si risolve o almeno si migliora questa insoddisfazione?

L’attività professionale, che per molto tempo è stata considerata una parte importante dell’identità personale e sociale, oggi per molti ha perso questo valore. Sempre più persone vivono il proprio mestiere come qualcosa di lontano, faticoso, che non li rappresenta.

Zygmunt Bauman, soprattutto nei suoi scritti sulla “società liquida”, descrive un mondo in cui nulla è stabile, nemmeno il lavoro. Nella modernità “liquida”, i legami sociali, le istituzioni e le identità sono fragili, mutevoli e temporanee, proprio come i contratti lavorativi sempre più brevi e incerti.

Non riconoscersi nel lavoro che si fa: ecco come si reagisce

Lo studio condotto dal ricercatore Enzo Risso, su un campione di 800 italiani maggiorenni e realizzata dall’osservatorio Fragilitalia del Centro Studi Legacoop e Ipsos ad aprile 2025, pubblicata su Il Domani, ci mostra chiaramente questa trasformazione. I dati raccolti raccontano una realtà in cui molte persone non si riconoscono nel lavoro che fanno, si sentono emotivamente svuotate e cercano altrove – fuori dall’orario lavorativo – le loro vere soddisfazioni.

Una condizione che richiama da vicino i concetti di alienazione, dissonanza e disaffiliazione, temi affrontati da tempo dalla sociologia del lavoro.

L’analisi evidenzia diverse forme di malcontento nel rapporto tra le persone e il loro lavoro. La prima manifestazione di malessere è l’alienazione dal prodotto, cioè quel senso di distanza tra il lavoratore e ciò che produce: «Il 23 per cento delle persone (42 per cento nei ceti popolari) si sente disconnesso dal prodotto finale». In questi casi il lavoratore non riconosce più come proprio il frutto del proprio impegno quotidiano.

Una seconda forma di insofferenza è legata al significato stesso dell’attività svolta. Secondo Risso, «il 22 per cento delle persone afferma di fare una attività senza un particolare significato per sé», e anche in questo caso «tra i ceti popolari la percentuale si attesta al 47 per cento». Chi lavora, insomma, lo fa spesso senza motivazione, senza sentire che ciò che fa abbia davvero uno scopo.

Un terzo aspetto, forse il più profondo, riguarda la distanza tra il lavoro e l’identità personale. «Il 39 per cento delle persone occupate non riesce ad esprimere la propria personalità nel lavoro svolto». Questa difficoltà è ancora più forte tra le fasce più fragili della popolazione: «tra i ceti popolari questa forma di disagio vola al 61 per cento» e «sale al 49 per cento tra i giovani under 30 anni». Questi numeri mostrano quanto il lavoro non solo non valorizzi la persona, ma rischi di spegnerne le potenzialità.

Dagli studi emerge che il lavoro non valorizzi la persona e rischia di spegnerne le potenzialità.

Conflitto tra il lavoro e la vita privata

Accanto a questi elementi di alienazione, emerge anche un conflitto tra il lavoro e la vita privata. Secondo l’indagine, «una interferenza [del lavoro] è denunciata dal 35 per cento degli italiani», e la situazione peggiora tra i più fragili: «nei ceti popolari arriva addirittura al 61 per cento» e «nelle fasce generazionali centrali (31-50 anni) tocca il 42 per cento». In molti casi, quindi, il lavoro non lascia spazio alla vita personale, diventando un peso che invade anche il tempo libero.

Come se non bastasse, si osserva una crescente disaffiliazione, ovvero un distacco emotivo dal lavoro. «Il 40 per cento delle persone si sente emotivamente esausto a causa del lavoro». Le percentuali sono ancora più alte per alcuni gruppi: «una sensazione che vola al 69 per cento tra i ceti popolari e al 45 per cento tra le donne». A rendere ancora più evidente questa rottura, è il fatto che «il 55 per cento delle persone si sente più realizzata nelle attività che svolge al di fuori dal lavoro». Questo vale soprattutto «tra i ceti popolari (64 per cento) e nella fascia generazionale lavorativa centrale, tra i 31 e 50 anni (62 per cento)».

Come affrontare la disaffezione e la crisi del lavoro

Per affrontare questa crisi del lavoro non basta creare nuovi posti o aumentare le ore lavorate. Serve intervenire sulla qualità del lavoro, ridando sostanza e dignità all’esperienza lavorativa.

Un primo passo concreto è promuovere forme di occupazione che permettano alle persone di esprimere sé stesse, non solo di eseguire compiti. Ciò vuol dire investire nella formazione continua, nella possibilità di cambiare percorso professionale, e nel riconoscimento delle competenze anche nei settori meno valorizzati.

La formazione può offrire nuove opportunità professionali.

Un’altra direzione riguarda l’equilibrio tra vita e lavoro. È essenziale che le aziende e le istituzioni garantiscano condizioni che rispettino i tempi delle persone, riducendo il carico emotivo e permettendo una vera separazione tra l’occupazione e vita privata. Politiche come il diritto alla disconnessione, orari più flessibili e servizi di supporto psicologico nei luoghi di lavoro possono fare una grande differenza.

Inoltre, è fondamentale ricostruire il ruolo sociale del lavoro, non solo come mezzo per guadagnarsi da vivere, ma come parte integrante della propria identità. Questo equivale anche a contrastare la precarietà diffusa, che – come sottolineava Bauman – impedisce alle persone di costruire un progetto di vita stabile. Un lavoro che non offra sicurezza, possibilità di crescita e rispetto, infatti, non può essere considerato un “buon lavoro”.

Il lavoro non deve essere solo sinonimo di “produzione”

Nel contesto moderno, quindi, la sfida è quella di andare oltre la logica meramente produttivista, che riduce il lavoro a un mezzo per ottenere profitto, e riscoprire l’importanza relazionale e identitaria del lavoro. Secondo Émile Durkheim, infatti, il lavoro non solo crea ricchezza economica, ma è anche una fonte di coesione sociale e di integrazione. Recuperare l’essenza sociale del lavoro comporta anche ristabilire quella solidarietà che, nel mondo liquido di oggi, appare sempre più fragile.

Questa ricerca di Enzo Risso ci restituisce una fotografia in cui il lavoro, per molti italiani, non è più fonte di soddisfazione ma di fatica, frustrazione ed esclusione. Alienazione, dissonanza e disaffiliazione sono parole che descrivono bene ciò che sta accadendo.

Ma il lavoro può e deve tornare a essere uno spazio in cui la gente si sente riconosciuta, coinvolta, ascoltata. Solo attraverso un ripensamento costruttivo delle strutture sociali, politiche ed economiche sarà possibile affrontare le sfide globali e costruire un mondo del lavoro che restituisca energia e realizzazione ad ogni uomo.

Francesco Pira