Agricoltura, clima ed energia: perché una pianta bioibrida può cambiare la ricerca

La ricerca della Libera Università di Bolzano su Arabidopsis thaliana sfrutta le nanoparticelle come ‘antenne fotoniche’, aumentando l’efficienza fotosintetica senza ricorrere a modifiche genetiche.

Una pianta da laboratorio per mettere insieme tre fronti decisivi: qualità dell’aria, agricoltura sostenibile ed energie rinnovabili. È la prospettiva aperta da una ricerca della Libera Università di Bolzano, che ha trasformato Arabidopsis thaliana, una delle specie più utilizzate negli studi scientifici, in un organismo bioibrido, rendendo pensabili innovazioni che andranno esplorate con ulteriori studi ma che affrontano tre questioni molto ‘calde’ del nostro tempo.

L’Arabidopsis thaliana bioibrida infatti mette sul tavolo nuove possibilità nel campo delle biotecnologie vegetali e delle energie rinnovabili: le piante ‘ingegnerizzate’ potrebbero essere utilizzate per migliorare la produzione agricola in modo sostenibile e senza modifiche genetiche, aumentare la capacità delle foreste o delle colture di sequestrare il carbonio atmosferico – combattendo così il cambiamento climatico -, sviluppare nuove fonti di energia pulita.

Cos’è una pianta bioibrida

Ma cos’è un organismo bioibrido? Si tratta di un sistema in cui componenti biologiche e non biologiche vengono integrate per ottenere nuove funzioni. Il tema è già stato oggetto di esperimenti, ma nel caso della ricerca di Bolzano per la prima volta non si è operato attraverso modifiche genetiche (novità che consente di evitare anche le paure e le critiche verso gli OGM), quanto piuttosto attraverso l’’innesto’ di materiale fotoattivo nel complesso vegetale.

L’obiettivo dei ricercatori, che hanno lavorato in collaborazione con la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco, la Fondazione Bruno Kessler e altre istituzioni europee, era preciso: aumentare la performance fotosintetica della Arabidopsis thaliana, integrando nanoparticelle polimeriche fotoattive direttamente nella sua struttura e creando delle ‘antenne fotoniche’.

Piante più efficienti grazie alle nanoparticelle

I risultati sono stati pubblicati su Materials Horizon. In sintesi, gli scienziati hanno rilevato:

  • un incremento dell’11% della cattura netta di CO2: la pianta ‘potenziata’ è in grado di immagazzinare una quantità maggiore di carbonio organico nei suoi tessuti (radici e foglie), agendo come un serbatoio di stoccaggio più efficace rispetto alle colleghe ‘normali’. Questo aspetto è fondamentale per combattere il cambiamento climatico. Per andare sul pratico, in agricoltura si potrebbe pensare di trasformare i campi in strumenti per il sequestro del carbonio atmosferico;
  • un aumento della produzione di biomassa fino al 17% e della lunghezza delle radici fino al 45% (conpunte del 91-92% in alcuni esperimenti), oltre a un’area fogliare più ampia: questo si traduce in piante più grandi e produttive in tempi minori – cosa particolarmente vantaggiosa in agricoltura – e in sistemi radicali più robusti, che permettono una migliore stabilità della pianta e un accesso più efficiente alle risorse idriche e ai nutrienti del suolo;
  • una maggiore produzione di ossigeno: cosa che migliora la qualità dell’aria;
  • un’ottimizzazione dell’energia solare: le nanoparticelle fotoattive innestate permettono alla pianta di assorbire e utilizzare porzioni dello spettro solare che normalmente i vegetali non riescono a sfruttare appieno. Questa capacità è particolarmente utile per le coltivazioni in serra o indoor, dove lo spettro luminoso può essere ottimizzato artificialmente, e per le colture in zone d’ombra, poiché permette alle piante di catturare energia anche da frequenze luminose che filtrano attraverso le chiome di alberi più alti;

Tra i dati più rilevanti dello studio, infine, i test indicano la biosicurezza del trattamento con le nanoparticelle e la capacità delle radici di assorbire e trasportare le particelle fino alle foglie. 

Come funziona la pianta bioibrida

I ricercatori sono partiti da un dato di fatto, ovvero un‘efficienza fotosintetica strutturalmente bassa nelle piante‘naturali’: come anticipato, queste convertono e immagazzinano solo una parte dell’energia solare, meno dell’1%. Il motivo è che la fotosintesi dipende dalla clorofilla, che assorbe luce soprattutto nelle frequenze del blu e nel rosso, e meno nella regione verde. Non è un ‘difetto’, ma la conseguenza di una specializzazione che ha funzionato bene per milioni di anni in condizioni ambientali stabili.
Oggi, però, gli scienziati puntano ad espandere l’assorbimento della luce da parte delle piante, in modo da massimizzare la cattura biologica del carbonio e la produzione di biomassa rinnovabile. Le vie esplorate per arrivare a questo obiettivo sono due. La prima è l’ingegneria genetica, che può riscrivere le proteine che circondano la clorofilla e che però è soggetta a regolamentazioni stringenti e ad alcune difficoltà tecniche.

La seconda appunto prevede l’uso di nanomateriali fotoattivi capaci di assorbireproprio la zona dove la clorofilla è meno attiva. È la via seguita dai ricercatori di Bolzano, che hanno scelto di integrare nelle Arabidopsis thaliana il poli(3-esiltiofene), noto come P3HT, un polimero coniugato già ampiamente studiato nell’ambito delle celle fotovoltaiche organiche. ‘Coniugato’ significa, semplificando, che la sua struttura elettronica favorisce interazioni con la luce e trasferimenti di energia o carica.
Queste nanoparticelle polimeriche fotoattive, integrate in vivo nella struttura tridimensionale della pianta, funzionano quindi come “antenne” luminose aggiuntive, spiega lo studio: le P3HT-NPs catturano fotoni nelle lunghezze d’onda che la clorofilla nativa gestisce con minore efficienza e trasferiscono l’energia verso il sistema fotosintetico, potenziando il processo di fotosintesi naturale. In pratica non si tratta di sostituire la clorofilla, ma di affiancarle un complemento sintetico che allarga la risposta spettrale dell’intera foglia.

Ma andiamo a vedere nel concreto cosa potrebbe cambiare con le piante bioibride.



Possibili applicazioni

La direzione più immediata riguarda l’agricoltura ad alto controllo ambientale: serre, impianti idroponici, sistemi di coltivazione verticale. Tutti ambiti in cui la luce è spesso artificiale e calibrata, e dove dunque disporre di vegetali con un’efficienza fotosintetica superiore si traduce direttamente in rese maggiori a parità di input energetico. Le colture a rapida rotazione come lattughe, erbe aromatiche, microgreens, sarebbero le candidate più promettenti.
Un secondo scenario riguarda la produzione di biomassa per applicazioni energetiche. Piante con una capacità superiore di fissare carbonio atmosferico e accumulare materia organica possono diventare feedstock più efficienti per biocarburanti o bioraffinerie, riducendo la pressione sulle superfici coltivate. Coltivazioni e foreste potrebbero diventare strumenti per la decarbonizzazione e la produzione di risorse rinnovabili.

In futuro, le aziende agricole potrebbero non produrre solo cibo, ma agire come centrali energetiche bioibride, dove le piante raccolgono e convertono l’energia solare in modo molto più efficiente dei sistemi naturali attuali.
Il concetto di pianta bioidbrida apre poi a sistemi fotovoltaici biologici: organismi vegetali ingegnerizzati non geneticamente in grado di generare, oltre a biomassa, correnti elettroniche sfruttabili. Il precedente della ricerca sui bioibridi batterici e sulle microalghe fotosintetiche accoppiati a semiconduttori inorganici suggerisce che questa direzione è percorribile, anche se richiede sviluppi tecnici ancora non consolidati.
Infine, un’applicazione collaterale potrebbe riguardare il monitoraggio delle funzioni vegetali: le stesse nanoparticelle che amplificano la fotosintesi potrebbero fungere da sensori ottici distribuiti nella pianta, segnalando stress idrico, carenze nutrizionali o stati patologici, favorendo le moderne tecniche di agricoltura di precisione.

I limiti attuali

Ci sono tuttavia dei limiti. Intanto lo studio è condotto su Arabidopsis thaliana, una pianta modello da laboratorio adottata universalmente per la sua genomica ben caratterizzata e la semplicità di coltivazione. Trasferire i risultati a colture utili come grano, mais, soia, vite, richiede sperimentazioni specifiche, perché la struttura anatomica, i meccanismi di assorbimento radicale e la composizione cellulare sono molto diversi.
A tal proposito, lo studio cita altre ricerche che hanno già dimostrato la capacità di assorbimento di nanoparticelle attraverso radici e foglie in alberi come il faggio e il pino, e sottolinea che trattamenti con altri tipi di nanomateriali hanno già mostrato effetti positivi sulla crescita degli spinaci.
Rimane poi da approfondire il meccanismo dell’antenna fotonica, e questo è un passo necessario per ottimizzare il sistema – scegliere altri polimeri, modulare la dimensione delle nanoparticelle, variare la via di somministrazione.

Va anche considerato che la concentrazione di nanoparticelle utilizzata è stata ottimizzata nelle condizioni sperimentali dello studio specifico, ma la finestra tra una dose efficace e una potenzialmente tossica non è ancora mappata su specie diverse né su cicli di crescita più lunghi.
Un aspetto aperto riguarda infine il destino delle nanoparticelle nell’ecosistema. Se piante trattate con P3HT-NPs entrano in un ciclo agricolo reale, occorre comprendere cosa accade al polimero durante la decomposizione della materia organica: se si accumula nel suolo, se viene assorbito da altri organismi nella catena alimentare. Nei test il P3HT è risultato biosicuro in ambito cellulare, ma la sua persistenza ambientale deve essere valutata.

Gli aspetti da approfondire insomma sono diversi, così come le opportunità pensabili. E la ricerca della Libera Università di Bolzano sposta il confine di ciò che è possibile, perché lavora su una pianta intera, funzionante, invece che su sistemi modello semplificati. Il lavoro da fare è molto, ma ora c’è un punto di partenza in più da considerare.

Simona Cetola

Simona Cetola

Laureata in Scienze Politiche, da anni è nel mondo dell’informazione dove si occupa di diversi temi, dall’economia alle tendenze della società fino alla situazione femminile. Appassionata, tra le altre cose, di viaggi, tennis e caffè, per News48 scrive di ambiente, partendo dall'idea che l'impegno di tutti può fare la differenza e che, oltre a tanti problemi, ci sono anche tante possibilità e tante soluzioni.

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