Pensieri aumentati e identità condivise nell’era dell’IA
Nel dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale, uno dei temi più rilevanti non riguarda soltanto ciò che le tecnologie sono in grado di fare, ma ciò che progressivamente ci spingono a diventare. Sempre più spesso, infatti, questi strumenti non si limitano a supportare le attività cognitive, ma entrano nei processi attraverso cui formuliamo opinioni, costruiamo argomentazioni e ci relazioniamo con gli altri. In questo scenario prende forma una riflessione sempre più attuale sul rapporto tra identità, pensiero e ambiente digitale. Mi ha colpito l’articolo pubblicato su Wired scritto da Filippo Lubrano dal titolo Disentità e pensieri in prestito: come l’AI ci fa difendere idee che non ci appartengono, perché affronta con chiarezza un tema centrale del nostro presente digitale: il legame tra scrittura, costruzione delle idee e sistemi di intelligenza artificiale. Ciò che emerge è un cambiamento significativo nel modo in cui comunichiamo e, soprattutto, nel modo in cui elaboriamo ciò che pensiamo.
Delegare la risposta o delegare se stessi?
Nel testo viene descritta una dinamica ormai familiare: “Sei su LinkedIn, o su un altro social. Un utente ha sollevato una critica pubblica su un tuo lavoro, o una tua opinione. Devi ribattere, perché è così che funziona l’urgenza dell’interazione sui social. La situazione è scomoda, le parole giuste non ti vengono in mente, e alla fine cedi ad aprire il tuo tool di chat AI di fiducia e descrivere la situazione, chiedendo la formulazione di una risposta efficace. L’AI restituisce tre paragrafi misurati, ragionevoli, persino eleganti. Li leggi, pensi ‘sì, più o meno è quello che volevo dire io’, e li condividi”. È proprio qui che si coglie il passaggio più significativo: la delega non riguarda più soltanto la scrittura, ma la costruzione stessa del pensiero.
Lubrano sottolinea infatti come “possa succedere anche per le mail che ci facciamo compilare da ChatGPT, Gemini o Claude… e che ci conducono a sostenere posizioni che sono vagamente, ma non esattamente, riconducibili a noi”. Da qui emerge il concetto di disentità, definito come “lo scollamento tra la versione reale di sé e quella proiettata online tramite l’uso di un’AI per modificare o rivedere più o meno profondamente le proprie posizioni”.
Un passaggio particolarmente rilevante riguarda il doppio ruolo di questo processo: rischio e opportunità. “Scrivere non è mai stato storicamente solo il modo in cui trasmettiamo ciò che pensiamo, ma piuttosto il modo in cui lo scopriamo. Il processo che ci fa esperire una frase che non torna, la ricerca e il labor limae per partorire la parola più adatta, è la forma che il pensiero prende mentre si forma. Come diceva Joan Didion, ‘scrivo per sapere cosa penso’”. In questa prospettiva, la tecnologia non appare solo come strumento di delega, ma anche come dispositivo che può amplificare e riorganizzare il pensiero umano.
Verso una nuova alfabetizzazione cognitiva: imparare a pensare con l’AI
Anthony Giddens, sociologo britannico, ha evidenziato come la modernità sia caratterizzata da una forte riflessività del sé, in cui l’identità viene continuamente ridefinita: le nuove tecnologie accelerano questo processo rendendolo più immediato e fluido.
La teoria della dissonanza cognitiva di Leon Festinger aiuta a spiegare questo processo: quando esprimiamo una posizione in pubblico, tendiamo nel tempo a farla nostra per ridurre la distanza tra ciò che pensiamo davvero e ciò che abbiamo dichiarato.
Come osserva Sherry Turkle, sociologa e psicologa statunitense, nei suoi studi sulle relazioni tra esseri umani e tecnologia, i dispositivi digitali non cancellano l’identità, ma la trasformano, creando nuove modalità di relazione e rappresentazione. La tecnologia affianca e rielabora il pensiero individuale, mettendolo in dialogo con forme più ampie di elaborazione collettiva.
Ciò che viene definito “scollamento tra pensiero e proiezione digitale” può quindi essere visto come una fase di passaggio verso una nuova forma di alfabetizzazione cognitiva. Non si tratta solo di distinguere tra ciò che pensiamo in modo autonomo e ciò che viene rielaborato con l’aiuto di sistemi esterni, ma di imparare a riconoscere e comprendere meglio questa interazione mentre avviene.
Umano e digitale insieme: come costruire significati senza perdersi
La conclusione che emerge è positiva e aperta: i sistemi di intelligenza artificiale e supporto digitale, se utilizzati in modo consapevole, possono diventare un’occasione di crescita e ampliamento delle capacità espressive. Possono aiutare a esplorare punti di vista diversi, migliorare la qualità del confronto pubblico e rafforzare la capacità di argomentazione. In questa direzione, il futuro è quello in cui umano e digitale lavorano insieme per costruire significati sempre più ricchi e condivisi.
Diventa sempre più importante imparare a usare queste tecnologie come spazi di consapevolezza. Non si tratta di rinunciare al loro utilizzo, ma di comprenderne l’impatto sui processi attraverso cui comunichiamo e costruiamo le nostre idee.
Questa trasformazione attraversa tutti gli ambiti della vita quotidiana: lavoro, relazioni, comunicazione pubblica. La tecnologia diventa una presenza costante che accompagna la scrittura e le decisioni rapide, rendendo sempre più sottile il confine tra elaborazione personale e supporto esterno. Per questo motivo, più che di perdita di autenticità, è più corretto parlare di una nuova forma di alfabetizzazione digitale.
L’AI, infatti, non sostituisce il pensiero, ma ne amplifica le traiettorie: per questo diventa fondamentale restare consapevoli del punto in cui una nostra idea viene arricchita e quello in cui viene invece riformulata da una logica esterna.
Indubbiamente, questo nuovo ecosistema digitale apre anche opportunità inedite di collaborazione tra competenze umane e sistemi intelligenti. La possibilità di elaborare più rapidamente concetti complessi, di confrontare prospettive diverse e di accedere a forme di scrittura più strutturate può contribuire a innalzare la qualità complessiva del dibattito pubblico. La sfida non è difendersi dalla tecnologia, ma imparare a integrarla in modo maturo e critico nei processi cognitivi quotidiani.
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