Più asili nido: la leva che può cambiare l’occupazione femminile
Investire nei servizi per la prima infanzia favorisce le madri: in Italia una su due non è impiegata. Un problema economico figlio anche di un retaggio culturale persistente, che gli asili da soli non possono cambiare.
Si parla tanto di crisi demografica, ma per le donne decidere di avere dei bambini rischia di essere un boomerang: una su cinque in Italia lascia il lavoro quando nasce un figlio. E mentre il Bel Paese registra uno dei tassi di fecondità più bassi del Mondo, allo stesso tempo presenta uno dei tassi più bassi di occupazione femminile. Nel 2024, in Italia le donne che lavorano sono state il 57,4% – se consideriamo solo le madri il 54% -, ben sotto la media dell’Unione europea a 27, pari a 72,4%. Un problema, dunque, che riguarda le donne in generale, ma aggravato dall’avere un bambino: è il child-related gap, ovvero il divario occupazionale di genere legato alla nascita dei figli, che riguarda per l’appunto le donne. Investire in asili e nidi, evidenzia un recente studio, è una soluzione, anche se non può essere l’unica. Scopriamo perché.
Lo studio
La ricerca, dal titolo ‘Does expanding nursery places affect mothers’ employment?’, è coordinata dalla professoressa Ylenia Brilli del Dipartimento di Economia dell’Università Ca’ Foscari Venezia, insieme a Francesco Andreoli (Università di Verona), Simona Fiore (Università di Verona) e Lucia Schiavon (Università Ca’ Foscari Venezia), e rientra nel progetto RETAIN (Rethinking incentives and barrIers to maternal employment), finanziato dal programma Progetti di ricerca di Rilevante Interesse Nazionale (Prin) con la collaborazione del Dipartimento di Economia dell’Università Ca’ Foscari Venezia, del Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università degli Studi di Verona, e del Dipartimento di Economia dell’Università Bocconi.
La ricerca ha analizzato gli effetti del Piano Straordinario per lo Sviluppo dei Servizi per la Prima Infanzia (PSSSPI), approvato nel 2007 e con il quale il governo aveva stanziato 1 mld di euro per aumentare i posti nei nidi, con particolare attenzione al gap tra Nord e Sud.
Il fatto che i Comuni abbiano attuato il Piano in tempi diversi e alcuni non lo abbiano fatto ha consentito ai ricercatori di confrontare i centri urbani ‘trattati’ con quelli ‘non trattati’ e dunque di indagare gli effetti delle misure messe in atto.
Asili e nidi favoriscono l’occupazione femminile
L’indagine ha chiesto – nel 2023 – la partecipazione a un sondaggio a 1500 madri con figli nati tra il 2003 e il 2011, con il quale sono state chieste le abitudini casalinghe: frequenza ai nidi, le ragioni della non frequenza, chi si prende cura del bambino/bambina e traiettorie lavorative dei genitori dopo la nascita. Alla survey è stata abbinata l’analisi sull’indagine Istat sulle forze di lavoro, riferita a un campione di circa 90 mila madri (con almeno un figlio o una figlia di 0–2 anni) osservate tra il 2004 e il 2014.
Il risultato più importante, come anticipato, è che l’aumento dei servizi per la prima infanzia ha causato un incremento del 16,8% nella probabilità per una madre di essere occupata dopo il congedo di maternità, e una percentuale analoga di lavorare a tempo pieno. Non solo, ma era anche più probabile tornare a fare il lavoro che si faceva prima (+12,3%), anziché impieghi più precari o meno qualificati.
Nei comuni in cui ci sono stati investimenti, la probabilità che una famiglia rinunci al nido per mancanza di posti si è ridotta del 10,7%. Parallelamente, la probabilità che sia la madre a occuparsi del figlio si è ridotta del 16,6%, mentre quella che se ne occupino i nonni è scesa del 21,7%. Aumenta, invece, il ricorso a figure come le baby‑sitter, segnalando che se il nido libera tempo a madri e nonni, gli orari di apertura non sono totalmente compatibili con un lavoro full time.
Lavoro e figli: due esigenze inconciliabili?
A spiegare a News 48 perché la nascita di un figlio entri in conflitto con il lavoro delle donne e perché servizi quali asili e nidi si dimostrino una soluzione, sebbene non sufficiente (come vedremo), è stata la professoressa Ylenia Brilli, già citata, che ha coordinato la ricerca di cui stiamo parlando. Le cose, ci ha chiarito, si indirizzano in un certo modo già all’università: intanto le ragazze si laureano di più (nel 2025 sono state il 60%) e dunque studiano più a lungo, ma è soprattutto la scelta del tipo di studi che si rivela spesso controproducente. Optando per “lauree come l’educazione, la formazione e i servizi sociali”, le giovani si inseriscono poi in “settori che pagano di meno e sono caratterizzati da carriere più frammentate e deboli”, mentre “sono meno rappresentate in lauree STEM che danno accesso a salari più alti e contratti a tempo indeterminato”.
Non solo. “Il mercato italiano del lavoro è un po’ più rigido rispetto a quelli europei. Nel momento in cui si esce si ha la ‘perdita di capitale umano’. È come se perdessimo le nostre capacità di essere produttivi e questa perdita evidentemente ha un valore molto maggiore nel contesto italiano, per cui chi esce ha difficoltà o non riesce a rientrare”, evidenza Brilli.
C’è ancora un altro problema “che ostacola la parità di genere nel mercato del lavoro, ed è proprio il modo in cui il mercato del lavoro è strutturato, in quelli che la premio Nobel Claudia Goldin definisce ‘greedy jobs’ (lavori avidi)”, settori in cui full time e straordinari sono talmente premiati economicamente da incentivare uno dei due genitori, storicamente l’uomo, a dedicare la quasi totalità del proprio tempo al lavoro.
A queste dinamiche se ne aggiunge un’altra, fortemente penalizzante: “In Italia più che negli altri Paesi, il lavoro di cura della famiglia cade ancora in modo sproporzionato sulle spalle delle donne. Queste lasciano il lavoro dopo la nascita del figlio a causa di difficoltà di conciliazione, perché, anche quelle che lavorano, passano nelle attività di cura due mesi in più all’anno rispetto ai partner. Quindi è come se avessero un doppio turno lavorativo”.
Ecco perché“asilo e nido sono una mano santa”, come ci ha raccontato Laura P., avvocata di Roma con due figli oggi di 6 e 4 anni. “Sono l’unico sostegno che permette alle lavoratrici – che non abbiano 700-800 euro al mese a pargolo per il privato o anche di più per la baby sitter – di tornare a lavorare”.
Per Laura, come per tantissime altre donne, il punto è proprio l’impossibilità di conciliare la propria occupazione “con l’allattamento o comunque la presenza di neonati o bimbi piccoli”. Un problema molto rilevante per quanto riguarda i tribunali, che prevedono anche regole stringenti sull’accesso per infanti e minori, ma che tocca in generale ogni impiego, dato che portare il figlio in ufficio non è certamente la prassi, né spesso ci sono gli spazi adeguati.
“Soltanto lo scorso anno, dopo molte istanze e battaglie, è stato inaugurato all’interno del tribunale penale di Roma uno spazio riservato all’allattamento e al cambio dei neonati”, racconta ancora Laura, pur aggiungendo che “non è certamente una soluzione che consiglierei quella di non tralasciare il lavoro perché ci si può portare il bambino al lavoro”.
Il momento critico: quando il bimbo ha uno e due anni
In questo contesto, c’è un momento più critico, spiega Brilli, ed è “quando il bambino ha uno o due anni”. Esaurito il periodo del congedo obbligatorio, infatti, “il momento di rientrare nel mercato del lavoro diventa un momento di scelta”, in cui la presenza dei servizi per l’infanzia fa la differenza: “Se ho la possibilità di un’alternativa rientro in qualche modo. Ma se questa possibilità non c’è, perché non ho le disponibilità economiche, di fatto l’asilo nido” diventa l’unica soluzione.
“Per chi non ha una barca di soldi per una tata o dei nonni a disposizione, o per chi non può contare sul partner non c’è speranza”, concorda Laura sottolineando le ulteriori difficoltà che incontra un libero professionista: “Semplicemente, non lavori”.
Avere più posti non avvantaggia chi è più fragile
Almeno sulla carta l’espansione dell’offerta dei servizi per l’infanzia “vorrebbe andare ad aiutare proprio quelle donne che si trovano in situazioni di maggior fragilità o maggior criticità”.
Ma quello che emerge dallo studio è che aumentare i posti non basta. “L’effetto di questa politica è maggiore nel Centro Nord e per le donne mediamente istruite, cioè che hanno il diploma; non le laureate”, che “un modo di lavorare loro lo trovano”, e nemmeno quelle “con un livello di istruzione basso, che sono quelle che si vorrebbe aiutare di più”.
Insomma, lo studio suggerisce che “questa politica per come è disegnata in media non riesce ad andare a cogliere le fasce più basse della popolazione”, perciò “se vogliamo raggiungere proprio i contesti più fragili dobbiamo lavorare anche su come queste politiche vengono definite e strutturate”.
Come migliorare le politiche su asili e nidi
Come agire dunque?
“Per esempio, attraverso i criteri per l’accesso” ai servizi, spiega la professoressa. Sebbene questo dato per la sua variabilità non sia stato specificamente trattato nello studio, per Brilli la scelta è tra due tipologie di parametri. “Da una parte dare precedenza a coppie dove lavorano entrambi i genitori”, per andare “a selezionare proprio le donne che hanno un lavoro o che lo stanno cercando”. Dall’altra, “dare priorità a famiglie che vivono contesti di disagio”, per “andare a cogliere situazioni di fragilità”.
“Da due o tre anni alcune regioni, tra cui la Toscana, hanno di fatto azzerato le rette degli asili nido. Sarebbe interessante vedere se questo permette di estendere il bacino d’utenza della politica oppure semplicemente se chi la utilizzava prima adesso non la paga”.

“Secondo me la politica deve intervenire laddove ci sia una domanda potenziale, ma che non è soddisfatta e quindi se le persone dicono che non usano i servizi perché non sono disponibili o perché per esempio non sono rientrate nella graduatoria, allora lì può intervenire”.
Ci si può anche chiedere se sia nato prima l’uovo o la gallina, nel senso che viene prima la domanda di posti nei nidi o negli asili o l’offerta crea la richiesta? “Si tratta di una teoria presente in sociologia, e dobbiamo anche spingerla questa domanda”, sottolinea l’esperta.
E le imprese possono avere un ruolo? “Sicuramente”, afferma Brilli. “La politica dei nidi aziendali o del welfare aziendale che per esempio rimborsa i costi dell’asilo per adesso è poco studiata, ma anche quella può favorire una maggior partecipazione delle donne al mercato del lavoro, la socializzazione dei bambini, e così via”. Inoltre, “le imprese possono fare tanto anche per la questione degli orari lavorativi, però chiaramente è un cambiamento strutturale e culturale che non può avvenire in tempi brevi”.
Per i padri non cambia niente
Un altro aspetto molto interessante che emerge dallo studio, su cui pure si può e si deve lavorare, è che l’espansione di nidi e asili non cambia nulla per i padri – né il livello di occupazione, né il part time, né gli orari di lavoro -, evidenziando come l’espansione dell’offerta nei servizi per l’infanzia non modifichi i ruoli di genere.
“Nel tempo da questo punto di vista le cose sono un po’ migliorate, nel senso che adesso si notano dei padri più coinvolti, anche se la strada è ancora lunga”, sottolinea Brilli aggiungendo che “dovremmo investire anche su politiche che possano incentivare un cambiamento culturale in cui la cura non sia più una questione prettamente femminile, ma possa essere condivisa tra entrambi i genitori”.
D’altronde, l’espansione dei servizi per l’infanzia non ha fatto crescere neanche il tempo passato dai padri con i figli, mentre ha aumentato l’uso di babysitter: “Questo fa riflettere sulla differenza tra gli orari degli asili e gli orari del mercato del lavoro, perché un lavoro full time è assolutamente incompatibile con l’orario di apertura di un servizio per la prima infanzia”, spiega l’esperta evidenziando però che “la conclusione non deve essere che il nido deve rimanere aperto 12 ore al giorno, perché anche se la letteratura internazionale ci dice che fa benissimo alla socializzazione dei bambini, deve anche essere una cosa proporzionata alla loro età, spesso estremamente bassa”.
“Qui si risolve in due modi. O si cambiano gli orari di lavoro oppure ci si alterna tra i genitori. Quindi ritorniamo al maggior coinvolgimento dei padri”, continua Brilli. “Siccome credo che la questione degli orari non sia specifica di pochi settori, ma sia abbastanza pervasiva, si dovrebbe fare anche una riflessione in questo senso”.
Va detto a tal proposito che la legge non agevola tale coinvolgimento. Laura racconta ad esempio: “La normativa a tutela delle madri riconosce un legittimo impedimento (ovvero si può chiedere al giudice di spostare l’udienza o fissarla ad un orario utile alla madre) per doveri inerenti all’accudimento dei figli”. Tralasciando il fatto, comunque molto rilevante, che “tale possibilità riguarda solo il primo anno di vita del bambino” e che è rimessa alla “lungimiranza del giudice”, il punto qui è che non c’è un analogo diritto per gli avvocati uomini.
Ma basti anche pensare che “non è stata nemmeno valutata la proposta di avere congedi parentali paritari tra uomini e donne. Al momento è previsto per il padre un congedo obbligatorio di 10 giorni che però in realtà è obbligatorio fino a un certo punto, perché nei dati Inps si vede che non tutti lo prendono”. Eppure, “la letteratura internazionale ci dice che il congedo parentale, se pagato bene, diventa appetibile anche per i padri. Si è persa l’occasione di allinearci agli altri Paesi europei da questo punto di vista”, rimarca Brilli.
Come sono nidi e asili ideali?
Ma un asilo o un nido ideale come dovrebbe essere? Intanto, come abbiamo visto, la prima cosa è che ci siano i posti. Ma non basta. Occorre guardare anche ai costi, agli orari e all’organizzazione del servizio.
Anche con i nidi e gli asili, infatti, la quadra delle cose è complessa: “Fortunatamente il mio compagno è un libero professionista come me e si è sempre messo a disposizione quando c’è stata la necessità; e va evidenziato il fatto che ho avuto il supporto di una rete di colleghi/amici”, spiega Laura.
“L’asilo nido ideale dovrebbe garantire la continuità del servizio, sempre. Le mie esperienze con le strutture, pur bellissime, purtroppo sono state funestate da un insuperabile dramma: lo sciopero. Non è possibile avvertire una famiglia che sta andando al lavoro che la mattina stessa i bambini non entreranno in classe. Stiamo parlando di neonati o di bimbi sotto i quattro anni, non di pacchi postali”, evidenzia la professionista.
“In due occasioni ho dovuto portare mia figlia in tribunale ed è stata un’esperienza agghiacciante, è una scelta che non farei mai per non perdere il lavoro. Trovarsi alle otto del mattino con il fagottino, la borsa del cambio, la giacca di riserva (da cambiare, perché la prima è stata sporcata con il vomito) pronte ad andare al lavoro e vedersi chiudere una porta in faccia è un’esperienza che non dovrebbe capitare mai ed è irrispettosa sotto tutti i punti di vista”, continua.
Poi ci sono altre situazioni, come “lavori che vengono fatti a scapito dei giorni di servizio o l’uso degli asili come seggio elettorale, creando dei disagi enormi ai genitori e ai percorsi educativi dei bambini”, conclude.
Da parte sua, Brilli segnala anche l’importanza della qualità. Infatti, negli anni i Comuni, a causa dei costi, hanno esternalizzato tutto o parti del servizio: un modo semplice e più economico per aumentare il numero di posti disponibili. Questa è una strada percorribile ma solo se l’ente “ha un controllo forte sulla qualità del servizio offerto”, intendendo con ciò “per esempio il numero e il titolo di studio di educatori per bambini, la regolamentazione degli spazi, se offrire la mensa interna oppure esternalizzare il servizio”.
Inoltre, continua Brilli, deve esserci “omogeneità tra comuni e regioni”. “Ancora oggi le differenze (tra regioni, ndr) ci sono, quindi è un processo che è iniziato nel 2007 ma che ancora non si è concluso”, sebbene fosse uno degli obiettivi del Piano Straordinario.
Ma infine, quali errori bisogna evitare di ripetere oggi usando i fondi del PNRR, che dovrebbero portare a un 33% di copertura dei posti? “La cosa che auspicherei è che questi soldi vengano spesi (in passato ci sono state delle difficoltà) e che vengano spesi per aprire per posti, e non in altre cose anche se attinenti”. Inoltre, non bisogna pensare solo agli asili, i quali “non risolvono il problema della parità di genere, che nasce anche da altre problematiche: se persistono differenze di genere all’interno della famiglia, l’asilo nido aiuta fino a un certo punto”.

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